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Baglioni: macchina del tempo

Grazie a Laura Caparrotti per averci inviato il suo articolo.

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La canzone? “E’ un pò come una ricetta: non bastano solo gli ingredienti migliori, ci vuole il giusto dosaggio, senza trascurare i “tempi di cottura”. Parola di Claudio Baglioni, all’Orensanz di Manhattan il prossimo 17 dicembre.

MACCHINA DEL TEMPO di Laura Caparrotti

Trascizione a cura di Sabrina Panfili in esclusiva per doremifasol .org (gradito, e richiesto, cenno di provenienza da Blog o siti che usano le notizie o articoli di doremifasol provenienza)

Come promesso, riportiamo la chiacchierata che abbiamo fatto con Claudio Baglioni alla vigilia del suo concerto a New York. Per tutti l’appuntamento è il 17 dicembre all’Angel Orensanz Foudantion (172 Norfolk St.).

Se non avete ancora il biglietto, lo potete acquistare su www.inticketing.com.

Se volete presenziare a una chiacchierata dal vivo con Baglioni recatevi il 16 dicembre alla Casa Italiana alle 6 p.m. Buona lettura e buona cantata!

Claudio, ti seguo dal 1974 e le tue canzoni mi hanno accompagnato e mi accompagnano durante la vita. Vedendo un tuo concerto dopo molto tempo a Roma (vivo a N.Y. da 15 anni), mi sono sentita addosso tutta la vita proprio perché le tue canzoni hanno musicato la mia esistenza. Mi chiedo dunque per te, quando presenti concerti come quello a venire, dove ripercorri vari successi della tua carriera, per te cosa significa oggi cantare ancora, insieme al tuo pubblico, la tua vita, la tua carriera?

“Esattamente ciò che significa per te e per tutti (o quasi) quelli che amano la musica e le canzoni. In particolare: vivere o rivivere alcune tra i momenti che, nel bene e nel male, hanno segnato la nostra vita, insieme alle emozioni legate a quei momenti. La canzone è una straordinaria macchina del tempo. Ha il potere, credo unico, di farci viaggiare nel passato, nel presente e anche nel futuro. E di farlo, instantaneamente e continuamente.
Paul Auster scrive che la memoria è il luogo nel quale le cose accadono una seconda volta: beh, io credo che le canzoni siano il luogo nel quale le cose ri-accadono ogni volta. E dunque, ogni volta che le riascolti o le ri-esegui (sia da solo o davanti a un pubblico) ti portano esattamente non solo nell’istante nel quale le hai ascoltate o eseguite per la prima volta, ma anche in tutti quei momenti speciali nei quali una canzone è stata o testimone o addirittura causa di qualcosa, che ti ha toccato in profondità. Suonare, dunque, è un pò come vivere: esperienza devastante e sublime insieme”.

Non sono l’unica a pensare che le tue canzoni siano sceneggiature, siano album fotografici, siano immagini, colori, paesaggi. Lo leggo nei commenti della gente e lo si è visto con “Questo piccolo grande amore”, album che era già una sceneggiatura. Che ne pensi?

“E’ vero: sin dall’inizio, “Questo piccolo grande amore” è sempre stato molto più di un semplice disco. La prima volta che l’ho presentato alla casa discografica, l’ho fatto sotto forma di racconto. Una sorta di “soggetto cinematografico”. La struttura del progetto andava ben al di là di un “LP”. Ma ero esordiente. Il “concept album” avrebbe dovuto essere doppio, ma la casa discografica non se la sentì di rischiare, le canzoni vennero limitate a 15 e il resto si perse per strada. Poi, il successo. Tanto inatteso, quanto clamoroso. Con una “title-track” così fortunata da azzerare tutto il resto.
Da allora, l’idea di rimettere mano al progetto per liberarlo dallo “strapotere” di una sola canzone e restituirgli il respiro e profondità originali non mi ha mai abbandonato, per questo, alla fine, ne è venuto addirittura fuori un progetto a quattro anime: un film, un romanzo, un tour e un disco. Ora, finalmente, ogni cosa ha ritrovato il proprio posto”.

Tu hai raccontato anche l’immigrazione, hai raccontato di Uomini Persi che una volta erano stati bambini, hai raccontato di scelte difficili e poi hai realizzato quel magnifico progetto che si chiama O’Scià. Non sono mai stata a Lampedusa, ma ho visto le difficoltà che hai avuto nel presentare alcune edizioni. E’ possibile adesso, in questa nostra Italia di oggi, trovare spazi, trovare sostegno per queste manifestazioni? Quanto è difficile portare avanti questi discorsi che probabilmente sono non molto graditi?

“Viviamo una stagione difficile. La politica – internazionale, europea, italiana – fatica a trovare un punto di equilibrio tra le esigenze dell’economia (soprattutto in tempi di crisi) e quelle della solidarietà. E, talvolta dimentica che solo una crescita e uno sviluppo equilibrati e armonici possono scongiurare il sorgere o almeno contenere quegli squilibri che minacciano la pace, non solo sociale, dell’Europa e del Mediterraneo. La pace è figlia della giustizia. E se non c’è giustizia non può esserci pace. E, senza pace, l’incontro tra le civiltà rischia di trasformarsi in scontro. E’ questo il monito di O’Scià. Da qui nasce il nostro impegno a promuovere l’integrazione tra le culture come strada obbligata per costruire un futuro di serenità e pace per tutti. Il nostro appello è alla politica – tutta la politica – perché voli alto e dia il meglio di sé, intervenendo sulle cause che costringono decine di migliaia di persone a lasciare tutto e rischiare la vita per cercare in Europa quel futuro che è loro negato. L’uomo può rinunciare a tutto, tranne al futuro. Ed è evidente che nessun muro, fisico o giuridico, può fermare un uomo assetato di questo. Bisogna dissetarlo, non impedirgli di bere. Altrimenti Europa e popoli del Mediterraneo ingaggeranno una lunghissima e dolorosissima con il rischio di compromettere il futuro di entrambi.
Quando sono in ballo questioni così alte, delicate e complesse, o si vince tutti insieme o si perde tutti insieme. E quella per un futuro certo e degno di essere abitato è una battaglia che nessuno può permettersi il lusso di perdere”

Parlando d’immigrazione, ormai si può dire che tu abbia davvero girato il mondo con i tuoi concerti. Come hai trovato la comunità italiana all’estero, quella più recente e quella più antica? Che impressione ti hanno fatto questi compaesani in giro per il globo? Non dubbio che ti abbiano abbracciato… e tu come hai abbracciato  loro?

“L’impatto è fortissimo. Uno straordinario moltiplicatore di emozioni. E’ straordinario vedere quante patrie -figlie esistano in giro per il mondo ed è incredibile quanta “sete” della madre – patria ci sia negli sguardi, nei pensieri, nelle parole di chi – non importa se di prima, seconda, terza o quarta generazione – vive da italiano fuori dall’Italia. E’ forse questa l’emozione più grande di questo straordinario giro di concerti, che sfiora tutti e cinque i continenti.
Emozione che ricorda a tutti il valore unico e incommensurabile di un Paese come il nostro e quanto grande deve essere il sacrificio di lasciarlo, spesso per sempre. Se riuscissimo a non dimenticare queste due grandezze, forse saremmo anche più capaci di capire (e rispettare) i valori e i sacrifici di quanti – oggi – sono costretti a fare ciò che gli italiani sono stati costretti a fare un secolo fa: migrare. “Core nun vò ricchezze: si è nato a Napule, ce vò murì!” recita un verso di “Santa Lucia Luntana”: non dimentichiamolo”.

Emotivamente parlando, qual è la differenza nell’andare in scena oggi rispetto a 10 o 20 anni fa?

“La differenza sono io, che ho dieci o venti anni di più. Tutto il resto, come ti dicevo prima a proposito della capacità evocativa delle canzoni, è immutato: l’entusiasmo, l’energia, la passione, l’emozione. C’è ancora tutto, per fortuna. Nel momento nel quale mi dovessi accorgere che l’incanto si è spezzato e che anche uno solo di questi elementi è venuto meno, mi fermerei. Non so se fare musica sia un’arte, forse è un mestiere, certo non è né può essere un lavoro. Almeno, non nell’accezione deteriore che la parola, purtroppo, assume per la stragrande maggioranza degli esseri umani.

Pensi che tuo figlio avrà un futuro da musicista? Glielo auguri?

“Gli auguro un futuro che assomigli il più possibile a lui, alla filigrana preziosa dei suoi pensieri, alla sua sensibilità. Per quanto riguarda la musica: è lei che sceglie le anime, non viceversa. E anche per Giovanni è andata così. Di una cosa, però, sono particolarmente contento: del fatto che non abbia scelto la via “facile”, ma la sua via. E’ segno di un impegno autentico. Di una linea di pensiero seria e precisa. Costa di più, ma rende di più. Uscirà fuori alla distanza. In questi ultimi anni, poi ha avuto una maturazione, personale e artistica, straordinaria. Sta diventando un autentico virtuoso della chitarra. Se chiudi gli occhi, hai l’impressione che siano due persone a suonare…
Ma non è questa la qualità migliore della sua musica. La cosa che lo rende speciale è il fatto che la sua tecnica non è mai fredda. Mai fine a se stessa. Non crea distanza, ma avvicina. Forse perché non manca mai la ricerca di una linea melodica in grado di prendere chi ascolta e trasportarlo in un mondo espressivo intenso, profondo e ricco di suggestioni, ma che “arriva” sempre, “colpisce” e stabilisce un contatto duraturo con chi ascolta. Credo sia questa la cosa più importante”.

Quali sono (se ci sono) i compromessi più pesanti per crescere con il tempo che passa rimanendo sempre all’apice del successo?

“L’unico modo per rimanere, come dici tu, all’apice del successo è rispettarlo. E rispettarlo significa nessun compromesso. Occorre essere se stessi. Sempre. E fino in fondo. E, soprattutto, giocarsi tutto ogni volta. Senza bleffare, né risparmiarsi mai. E’ l’unico modo che un artista ha per non cadere nella trappola mortale del “mestiere” e dela “maniera”. Per non diventare la caricatura di se stessi e non perdersi nell’eterno rito della memoria.
La parte più preziosa della vita è quella che abbiamo davanti agli occhi, non quella che resta dietro alle spalle. E poi, rischiare il tutto per tutto è anche l’unico modo che un artista ha per provare a restituire alla dea bendata almeno una piccola parte di quanto – e nel mio caso è davvero tanto – lei gli ha dato e del privilegio di fare un mestiere così”.

Da dove vengono le ispirazioni, dall’andare molto in giro a osservare o dalla riflessione intima e isolata, o…?

“Non ci sono regole fisse. C’è una prima fase nella quale “penso” la musica. E questo può accadere in ogni momento della giornata: passeggiando, viaggiando, parlando con i miei collaboratori più stretti, cenando con gli amici, guardando un film, leggendo un libro, ecc… E, poi, ci sono i momenti nei quali mi fermo a raccogliere queste intuizioni. A dargli forma. Mi siedo al piano – o imbraccio la chitarra – e comincio a suonare. Di solito, il nucleo è dato da un gruppetto di note. Diciamo la prima frase musicale riconoscibile e di senso. Da lì, “tiro il filo” e vedo cosa viene fuori…
Per i testi – che, nel mio caso, vengono quasi sempre dopo – il lavoro è un pò più lungo e meno immediato. Anche perchè la nostra è una lingua davvero impossibile da mettere in musica. Trovare il punto di equilibrio tra pensieri, significati, metri, rime, cadenze e sonorità delle parole sono davvero delicato e complesso. La canzone è un pò come una ricetta: non bastano solo gli ingredienti migliori. Ci vuole soprattutto il giusto dosaggio. Senza naturalmente trascurare i “tempi di cottura”.

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] – Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

1 Commento

  1. I LOVE HIM VERY MUCH…………<3<3<3<3<3

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