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#StaseraAcasaDiLuca – La Grammatica Ermetica in Baglioni

Con oggi Stasera a casa di Luca apre il percorso, annunciato la scorsa settimana, di analisi dei decenni della produzione di Baglioni, (anni 70 – anni 80 – anni 90 – anni Duemila). Prima però di addentrarci in merito dei contenuti del percorso e delle analisi delle caratteristiche peculiari dei vari periodi, credo sia necessario un articolo di premessa, ossia questo, che permetterà di capire meglio gli articoli successivi. La premessa riguarda genericamente la lingua della canzone, e in particolare la grammatica degli ermetici, in relazione alla produzione di Baglioni.

La lingua della canzone è cambiata a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 in Italia, e artefici di questo cambiamento sono stati cantautori. Si è modificata soprattutto grazie a due spinte, di carattere diverso e opposto, che però hanno influenzato la lingua delle canzoni anche degli anni a venire, fino ai nostri giorni; le innovazioni sono state portate avanti da tutti i cantautori, in particolare da quelli di seconda generazione (come Baglioni, Venditti, De Gregori o Guccini), piuttosto che da quelli di prima generazione (tra gli altri, De Andrè, Tenco e Paoli).

La lingua della canzone è stata influenzata da un lato dalla lingua parlata, dall’altro lato dalla lingua della poesia. Le influenze della lingua parlata sono sotto gli occhi di tutti: la canzone con gli anni ’60 ha perso quella retorica che aveva nel corso del primo Novecento, iniziando a parlare di cose vere e reali, legate sia all’esperienza del proprio autore (da qui la nascita del cantautore), che ad un contesto concreto. Così, di pari passo ai nuovi argomenti, anche la lingua si è distaccata piano piano dalla retorica struggente, melodrammatica e direi anche decisamente stucchevole (per non dire odiosa) che imperava nei testi, per aprirsi al quotidiano, al reale. Le influenze della lingua poetica sono invece più difficili da riconoscere, anche se già agli ascoltatori degli anni ’70 le canzoni, soprattutto quelle dei cantautori, venivano bollate come “poesia”. I critici hanno sostenuto che negli anni ’70 la poesia colta e intellettuale si è allontanata dalla gente (quali grandi poeti ci ricordiamo di quegli anni?); la gente, soprattutto i giovani, sentiva lo stesso e comunque il bisogno del cosiddetto “brivido poetico”…ecco che all’ora l’emozione, la sensazione, “l’attesa di poesia” si è spostata su qualcosa di più vicino alla gente, di più fruibile: le canzoni dei cantautori. Tutto questo è dimostrabile anche a livello linguistico; infatti, per fare un esempio molto semplice, la lingua dei cantautori utilizza le cosiddette figure retoriche, ossia un uso del linguaggio più elaborato, in cui i significati delle parole non sono ottenuti semplicemente mettendo le parole una accanto all’altra, ma richiedono un’elaborazione mentale maggiore, per capirne anche i significati più nascosti. Ma su questo discorso è necessaria una precisazione.

Nei primissimi cantautori, i Genovesi, l’uso di figure retoriche era veramente basso e limitato (escludendo Fabrizio De Andrè, che resta un’eccezione); nello stesso tempo, non basta usare le figure retoriche per fare qualcosa di poetico, perché anche il linguaggio della pubblicità per esempio usa tantissime figure retoriche, con l’intento di creare slogan che restano impressi nella mente del pubblico…ma di certo non si tratta di poesia. Quale aspetto della lingua della poesia ha quindi influenzato la lingua della canzone?

Giuseppe Antonelli, uno dei più grandi linguisti che hanno studiato la canzone, ha scoperto che nella canzone sono entrati (lentamente, tra gli anni ’70, ’80 e ‘90) tutti i tratti della Grammatica Ermetica. L’Ermetismo è un fenomeno poetico che si è sviluppato in Italia tra gli anni ’30 e ’40, intorno a Firenze, e che è stato talmente fortunato da venire un po’ confuso con altri fenomeni: oggi definiamo infatti “ermetico” tutto quello che ci sembra oscuro, complicato e complesso. Effettivamente la lingua degli ermetici è oscura, complicata e complessa, ma i poeti ermetici in realtà non fanno altro che abusare di una serie di tratti linguistici che erano presenti in poesia già dalla seconda metà dell’Ottocento: una serie di tratti ereditati dal Simbolismo francese, soprattutto, che facevano perdere la descrizione della realtà, a favore di una descrizione più simbolica appunto, quindi più oscura. Nello stesso tempo però, nei primi del Novecento anche nella poesia entra la quotidianità linguistica, soprattutto grazie prima a Giovanni Pascoli e poi a Guido Gozzano, che incominciano ad allontanarsi dalla lingua della poesia più arcaica, che da Petrarca a Leopardi ha caratterizzato la nostra lirica. Così anche la lingua della poesia italiana ha vissuto questi due slittamenti, da un lato verso la realtà colloquiale, dall’altro verso una lingua più simbolica. Diversi decenni dopo, come abbiamo visto, gli stessi slittamenti hanno riguardato la lingua della canzone, che si presenta quindi come una sorta di “poesia scartata”, o di “poesia in ritardo”.

I poeti ermetici, nella loro breve stagione, hanno raccolto tutti i tratti innovativi delle precedenti correnti, e li hanno estremizzati, facendoli diventare dei propri marchi di fabbrica. Ecco, questi tratti, con oltre trent’anni di ritardo, sono arrivati alla lingua della canzone; da qui l’idea, nella percezione del pubblico, che la lingua della canzone fosse poesia. Ma chi ha permesso che questi tratti entrassero nella lingua della canzone? Beh, Antonelli non ha dubbi, e ci dice che uno dei primi che ha applicato la grammatica ermetica «con diligenza quasi scolastica» è stato Claudio Baglioni. Vediamo se è vero, riassumendo qui i tratti della grammatica, come li ha studiati Pier Vincenzo Mengaldo, grandissimo studioso, linguista e letterato. Qui farò solo qualche accenno, ma se volete divertirvi a trovare questi tratti in tanti altri testi di Baglioni, potrete senz’altro farlo.

  1. Sopressione dell’articolo. Fenomeno molto presente anche nella poesia antica, invade quasi tutti i testi di Baglioni, da «e chiare sere d’estate, il mare, i giochi, le fate», fino a «cielo e oceano, acqua nell’acqua, onda e nuvola», passando per «ombre di donne pigre / s’aggiustano le calze e baciano rossetti». Non è un fenomeno sistematico, ossia le forme senza articolo convivono sempre con quelle con l’articolo, come si nota anche solo da questi pochi esempi. Questa soprressione dell’articolo fa diventare i nomi dei veri e propri sostantivi emblema, ossia parole che risultano isolate, e hanno un significato solo come simbolo: accade proprio questo nel ritornello di Acqua nell’acqua: «cielo e oceano / acqua nell’acqua / onda e nuvola / acqua nell’acqua» (cielo, oceano, onda e nuvola perdono il loro significato atmosferico, per assumere quello simbolico, del rapporto padre-figlio, oppure del rapporto cantante-pubblico).
  2. Plurali al posto di singolari, con effetto evocativo di generalizzazione e di indeterminazione. Troviamo plurali con questo effetto già nelle «chiare sere d’estate, il mare, i giochi, le fate»; è un’usanza molto abusata anche dal giovane Battisti (si pensi alle gote e alle guance della Canzone del sole), ma è presente in Baglioni anche più avanti, si pensi in particolare ai plurali di Strada facendo: I vecchi, Le ragazze dell’est, Notti, sono già titoli al plurale, ma sono canzoni interamente costruite al plurale, mentre i plurali invadono anche gli altri testi dell’album (come «ho visto visi e voci»)
  3. Uso libero della preposizione “a”. Tratto molto raro nella lingua della canzone, un esempio in Baglioni è «dove cammino i miei sguardi / a guardia del suo sonno immobile guerriero», dove la grammatica avrebbe richiesto una frase del tipo “dove cammino i miei sguardi che stanno a fare la guardia” (la preposizione ha fatto cadere il verbo “fare”).
  4. Libertà nel manovrare le preposizioni. Tratto molto molto usato da Baglioni, che riguarda soprattutto la preposizione di, in versi come «mattini freschi di biciclette» (i mattini possono essere freschi di biciclette??? Tutti noi capiamo cosa vuol dire la frase, ma la costruzione è decisamente originale), oppure «Natale di agrifoglio e candeline rosse». In questi esempi la preposizione di introduce un nome che svolge la funzione di aggettivo (mattini freschi “biciclettati”, potremmo dire; oppure Natale “agrifogliato o incandelinato”): si tratta di usi che nella lingua normale non sono ovviamente ne accettabili ne possibili.
  5. Inversione totale di tema e rema. Spieghiamo meglio. Nell’espressione “gocce di rugiada”, gocce è il tema (ossia quello che noi stiamo dicendo, detto anche argomento, o topic), mentre rugiada è il rema, ossia un’informazione in più che noi diciamo sul tema (le gocce sono gocce; le gocce di rugiada sono un tipo particolare di gocce). Un esempio di questo tratto è proprio «rugiada di gocce», verso di Una storia vera, ma anche «un orizzonte di cani abbaia da lontano», in cui il tema sono i cani (perché sfono della fotografia sono i cani), ma prima troviamo la parola orizzonte, che è il rema, perché ci dice il luogo dove si trovano i cani nella fotografia (tema e rema sono quindi invertiti).
  6. Abuso dell’analogia, degli accostamenti e delle apposizioni. Si ha un’analogia ogni volta che si accosta (accostamenti) due termini dall’uso e dal significato differente, ma che hanno qualcosa in comune: l’analogia unisce i significati dei due termini, per dare un nuovo significato ad entrambi. Si può ottenere appunto con un accostamento tra due termini diversi (come un aggettivo e un sostantivo), oppure mettendo un’apposizione (per esempio un nome di fianco ad un altro nome). Ne troviamo tantissime in Baglioni. Tra gli accostamenti analogici abbiamo «signora delle ore scure / pelle sbucciata / odore aspro di un’arancia» (con un mescolamento delle sfere sensoriali che si chiama sinestesia, figura simbolista ed ermetica, spesso mescolata all’analogia): il collegamento è tra signora e pelle, e poi tra sbucciata e arancia, ma anche tra signora e odore, creando così una catena di tre analogie, che in realtà sono quattro. Apposizioni sono tutte le descrizioni de I vecchi, che non vengono mai descritti direttamente, ma all’espressione “I vecchi” vengono appicicate alcune loro caratteristiche oppure loro abitudini, senza mai farne però una descrizione diretta. Per esempio «i vecchi anima bianca di calce in contro luce» (al posto del regolare “I vecchi *hanno un’anima bianca, come la calce in controluce”), oppure «i vecchi […] mattine lucide di festa / che si può dormire» (al posto del regolare “I vecchi sono lucidi nelle mattine di festa, in cui potrebbero dormire”).
  7. Uso spinto della sintassi nominale. Per sintassi nominale si intende l’utilizzo di frasi senza verbi reggenti, ossia verbi che reggono l’azione della frase principale. In realtà anche nel parlato noi usiamo tantissimo la sintassi nominale (frasi come “dai su, allora!” sono molto frequenti), e già la poesia antica usava mettere in fila in elenchi le descrizioni per esempio delle bellezze femminili in accostamenti aggettivo + sostantivo; nella poesia del Novecento tutto questo è estremizzato. In Baglioni troviamo sia la sintassi nominale che realizza serie di elenchi (dalle solite «chiare sere d’estate» di QPGA, fino alla serie di immagini di Notti, dove i verbi sono presenti solo nelle subordinate, oppure gli elenchi di ’51 Montesacro o di Ed aspettare), che la sintassi nominale più novecentesca, legata al sostantivo emblema o alla descrizione evocativa, come accade in Dagli il via nei versi «e grandine di cuore / in un diluvio assassino», due versi senza verbi, con un uso libero del di, un’analogia e un accostamento inedito tra diluvio e assassino (punto 11).
  8. Sintesi qualificative e attanti astratti. Semplificando, in poesia si tratta di una serie di qualità, di solito sia astratte che concrete, che si mettono insieme nella stessa frase o nella stessa catena di parole. È ciò che succede nel «bianco volar via di cuori pescatori», di Io dal mare, dove si mescolano la qualità del bianco (con il significato metaforico di purezza), il volar via (quindi la qualità della libertà) e quella del cuore (l’amore, il sentimento), tutto per descrivere i pescatori (si tratta di qualità astratte, espresse però da qualcosa di concreto, come il colore bianco, un verbo di movimento come volare, e cuore, organo concreto e fisico).
  9. Latinismi accusati e sollecitazione del valore etimologico dei vocaboli. Sono due tratti molto colti della grammatica ermetica, legati alla cultura classica dei poeti, che ovviamente non passano per niente alla lingua della canzone, pertanto non sono usati neanche da Baglioni, (per questo non ha senso che mi metta a spiegarne il significato).
  10. Impiego transitivo di verbi intransitivi e libertà nella diatesi. Nella grammatica italiana ogni verbo ha la sua diatesi, ossia può essere un verbo transitivo, cioè che reggono un complemento oggetto diretto (“io mangio la mela”, mela è retto direttamente dall’azione del verbo mangiare), o un verbo intransitivo, che non può reggere un oggetto diretto (per esempio, io non posso partire qualcosa, ma posso partire per una destinazione). La poesia antica, ma soprattutto quella del Novecento, utilizza come transitivi alcuni verbi intransitivi. È un tratto molto molto raro nella lingua della canzone, ma è usato qua e là da Baglioni, in particolare con i verbi di movimento (tra gli esempi «ho camminato quelle vie», «correre a girotondo il mare», «dove cammino i miei sguardi» – in questo caso l’immagine è molto riuscita perché il complementto oggetto sguardi è astratto, mentre il verbo cammino è concreto – questa mescolanza tra astratto e concreto è una figura molto smile alla sinestesia, che prende il nome di parestesia).
  11. Accostamenti inediti ed arditi, al confine della sinestesia e dell’enallage. Senza addentrarmi in spiegazioni troppo tecniche, si intendono qui gli accostamenti aggettivo + sostatnivo che mescolano sfere sensoriali diverse, oppure che accostano parole che, per il significato, non potrebbero stare accostate. Un esempio di Baglioni sono i «mattini […] imburrati»: non si può imburrare un mattino, il verbo imburrare si riferisce all’azione del mettere il burro sul pane all’ora della colazione. In realtà la lingua della canzone non accosta spesso aggettivi e sostantivi, ma preferisce accostare verbo e sostantivo, in modo ardito, al confine con la sinestesia (la mescolanza di sfere sensoriali diverse, come «echi di luce», che mescola l’udito alla vista) o con l’enallage (che è uno spostamento di significato, come quello che avviene nei mattini imburrati, perché imburrate dovrebbero essere le fette di pane, e non i mattini: c’è stato uno slittamento di significato, che si è spostato da un termine che non c’è – ossia le fette biscottate – ad un altro termine che c’è, ossia i mattini). Un altro esempio è il «brivido mulatto» di io dal mare, che mescola diverse sfere sensoriali e realizza diversi slittamenti (è la notte ad essere mulatta, perché è schiarita dalla luna, mentre il brivido è una sensazione che prova chi sta guardando la luna). Accostamenti inediti tra verbo e sostantivo ce ne sono tantissimi, dalla ragazza che «sbuccia stupide bugie» fino al «sole che allaga letti e cuori»; nel caso di sbucciare siamo vicino alla sinestesia, perché le bugie sono astratte, e non si possono sbucciare; nel caso del sole, il significato di allagare è metaforico, quindi non reale.

Ora che abbiamo accennato a questi tratti, ci potremo inoltrare nello spoglio dei decenni dei testi di Baglioni, tenendo a mente tutte queste nozioni imparate; saranno molto utili, infatti, per capire lo stile del nostro autore, che nel corso dei decenni cambierà vistosamente, ma che se si muoverà sempre (più o meno) all’interno di gran parte dei punti tracciati da questo importante schema di Mengaldo. Alla prossima puntata, con l’inizio sui favolosi Anni ’70!

Luca

Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, laureato in lettere moderne e attualmente studente di Filologia moderna, scienze della letteratura, del teatro e del cinema; maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori della città, suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

5 commenti

  1. E bere birra e chiudere di fuori la realtà. . Ecco è quello che ogni tanto bisognerebbe fare. . E io l’ho fatto tante volte e non perché mi piace tanto la birra e sono alcolizzata ma perché mi è servito per andare avanti nella vita. . Claudio per me rappresenta questo. . La sua voce mi scorre nelle vene e me ne sono accorta all’età di otto anni. . Solo grazie a lui ho provato emozioni uniche che altrimentii non sapevo nemmeno l’esistenza. . L’andrelanina pura. . L’amore intenso e sofferente.. . Claudio USA aggettivi e sostantivi in maniera naturale come noi comuni mortali ci laviamo i denti la mattina. . Un azzurro scalzo in cielo il cielo matto di marzo e di quel ns incontro. . Claudio,

  2. Interessante anche se mi sono leggermente perso Sarebbe bello sentirla a voce

  3. bravo luca infatti claudio è un maestro in questo campo ascolto sempre album come la vita è adesso e io sono qui ma mi piacciono tutti bravo claudio sei un grande poeta tvb.

  4. Cmq è “ragazze dell’est”…senza articolo…scusate la pignoleria ma in questo sono come il nostro Claudio!

  5. le prime CANZONI…Santa, Bella,Naturale Esplosione alla Semplice Vita…poi GAGARIN…Ecc…! Strada……! e PERLE…UOMINI PERSI…PACE…TAMBURI LONTANI…OLTRE…E…TUTTE…Scrigno di VITA…e L’Altre Stelle…Come Definire?…ARTE…ENORME…ANIMA…

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