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Notizia inserita da: doremifasol in data 25/03/09 alle ore 12:39 Condividi   vista 4717 volte


"Ragazzi, ribellatevi, fate un favore ai vostri genitori". Il piccolo grande amore di Baglioni oggi si chiama rivoluzione. "Contro un mondo che ingoia e sputa tutto". Lui ha perfino l'arma segreta. La gentilezza? "E'rivoluzionaria"

di Stefano Di Michele

Foto di Nigel Parry per "A"

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Solo se fallisce, una rivoluzione resta rivoluzione", scrive Claudio Baglioni. "La rivoluzione è assolutamente generazionale, come le malattie dei bambini. Devi farla, insomma. Quello che oggi manca è proprio questa sensazione. Se i diciassettenni facessero una rivoluzione, farebbe bene pure ai loro genitori, ai loro nonni. Un pò come se ci dovessero pagare la pensione, se e quando lavoreranno...". Lo dice, e pure lo scrive. Benissimo, tra l'altro. Anche se scuote la testa, beve un sorso d'acqua e sorride: "Uno che come me fa canzoni ha sempre un senso di ammirazione, a volte di timidezza, nei confronti di tutte le persone che lavorano con le parole. Secondo me sono scienziati, vanno a cercare l'esattezza delle parole per centrare il bersaglio. Le parole sono terribili, si nascondono continuamente. Se incontro uno scrittore, o anche un avvocato, un oratore, mi sento più "canzonettaro" di prima".

Persino un giornalista, dice, gli fa lo stesso effetto. Ma quando le ha cercate per il suo libro, Baglioni le parole le ha trovate. Per raccontare "la forma dei sogni", persino, o anni troppi veloci che "durano la metà e pesano il doppio". Fuga e ritorno, abbandoni e incontri. E la rivoluzione, appunto, come la politica e come la bellezza, l'architettura e la necessità dello stupore, l'amicizia e la periferia. E la politica in "un anno perfetto" come il Sessantotto.

In fondo il suo libro (Q.P.G.A. Questo piccolo grande amore, Mondadori) ha un titolo giusto e obbligato, ma ha anche molto più di quello che il titolo dice.

C'era molto prima, e c'è stato molto dopo la fine di quel piccolo grande amore - il primo, che "non dura mai tutta la vita". Ma la cambia. Per sempre". Tutto (o quasi) il mondo, dietro quella sua maglietta fina.

"Man mano che si è srotolata questa voglia di raccontare anche la confusione di molti di noi in quegli anni, la percezione che in fondo una storia d'amore non è una categoria a parte: è l'elemento centrale della vita di chiunque, e anche di una rivoluzione. Sono partito dal fatto che verso la fine degli anni'60 il mondo fece un sogno collettivo e molti si misero nella condizione di sperare, però con concretezza: ideali e fantasie utili a un mondo migliore", racconta Baglioni. "Si era giovani tutti insieme", scrive nel libro.

"Come se il mondo avesse celebrato un compleanno cosmico, un sogno collettivo, sicuramente molto ingenuo - che ha anche prodotto anni difficili in seguito - ma credo non ci sia più stata un'epoca come quella".

E lui, mai tentato dalla politica attiva?

"No. Avevo voglia di capire, come tutti, un certo desiderio di riscatto... Ma nei miei tanti luoghi di periferia questo concetto della politica era molto sfumato. Ricordo però che a scuola, tra cortei e assemblee, avanzavano quelli con lo stemma del Msi e quelli con la testa di Mao. Insieme a un mio amico, cercavo di praticare una sorta di moderazione: a te la parola, aspetta, fai parlare l'altro... Così una sera ci aspettarono, prima gli uni e poi gli altri, ognuno pensando che eravamo dalla parte opposta, per darcele. Ho rischiato di beccarle in quanto intermedio, ma intermedio non come idee".

Vi volevano menare, insomma?

"Si, due spintoni e una minaccia larvata, vocale...".

Nel libro Baglioni parla a lungo della rivoluzione, anzi, di un'idea di rivoluzione: un gesto, uno sguardo, un segno. Racconta: "Appunto: gli sguardi, l'attenzione, la gentilezza. Secondo me la gentilezza è estremamente rivoluzionaria. Come le diverse forme di cortesia, l'invenzione anche di cose speciali nel rapporto tra amici o nei rapporti amorosi. E'vero che poi il mondo lo cambiano le grandi rivoluzioni, ma questi sono i semi di ogni vero mutamento. Spesso la rivoluzione è un fatto cruento, sempre qualcuno contro un altro, però credo che la cosa duratura sia il rapporto con la vita e con le cose del mondo. Probabilmente la vera rivoluzione sarebbe nell'onestà, o addirittura in una parola che fa tremare i polsi: l'innocenza".

Pure la bellezza viene raccontata come elemento rivoluzionario, nelle pagine di Q.P.G.A. L'autore annuisce: "La bellezza non è il bello distaccato, non è il sublime. La bellezza è anche la sensazione del benessere, dello star bene. Di essere prossimo alla felicità, pure senza volere a tutti i costi cavalcarla". Ci pensa un pò sopra, Baglioni. "E poi, la bellezza è innanzi tutto emozionante e commovente. La sua condizione non è il lusso, non è l'ostentazione. Nessuno può dire che un tramonto sia brutto: siamo solo noi capaci di farci sopra un brutto segno, costruire brutte case, brutte strade, imbrattare con brutti manifesti...".

E' pieno degli anni '70, il suo romanzo. Ci sono i vestiti e le macchine, i nomi delle merendine e le bevande, la musica e i riti giovanili.

E Baglioni come li viveva quegli anni di così tanta politica con così poca gentilezza?

"Quando incisi questo disco, una semplicissima storia d'amore, ebbi innanzi tutto il benservito da quei pochi che pensavano che io fossi il cantautore d'assalto. Poi ho vissuto tutto il decennio dall'altra parte della lavagna: c'erano quelli che con il gesso segnavano gli impegnati e i disempegnati, gli alternativi e gli annessi. Per molte categorie, questo è stato un pregiudizio anche feroce. Oggi esiste un pregiudizio ignorante, che è diverso. E forse la politica non mi ha mai tentato anche per questo vizio d'origine".

E dietro la lavagna come ci si sentiva?

"All'inizio, minacciato da tutti e due gli estremi, mi sentivo un pò aristocratico e superiore. Invece, nel lavoro, questa condizione l'ho sofferta. In certe occasioni c'è stato un ostracismo evidente, con programmisti che non passavano le mie canzoni".

Gratificante, sul lungo periodo.

"Già, ma sul breve ho fatto anch'io delle cose per guadagnarmi una certa attenzione, diciamo una sorta di concorso esterno in cantautorato. Mi sono visto passare addosso tutto: il riflusso e poi il ritorno al privato, e poi l'edonismo, e poi, e poi... L'ho avute di ogni genere, le etichette: prima addirittura sinistra extraparlamentare, poi democristiano, cosa che tra l'altro non mi è mai risultata, craxiano e bertinottiano e veltroniano...".

Ma oggi sono soprattutto le parole (anche quelle altrui) a incantare Baglioni. Metafore che mutano lo sguardo e forse il cuore. Si parla di Emily Dickinson, di Marguerite Yourcenar, per esempio di quando nella sua Opera al nero fa dire al medico Zenone che lui non mangia carne perchè non può digerire delle agonie. Baglioni alza lo sguardo, di colpo.

"Ecco, questa frase... Un giorno andai a mangiare con un discografico. Al ristorante il cameriere ci dice: oggi c'è dell'ottimo maialino al forno. Allora mangiamo questo maialino, paghiamo e usciamo. Salgo in macchina, e comincio a piangere per due ore: avevo come qualcosa dentro, un terremoto interiore. Solo dopo, mi capitò per caso di leggere la frase della Yourcenar, questa frase tanto micidiale...". Un altro sorso d'acqua. "Certe cose solo da una certa età in poi si possono raccontare. Se lo racconti quando hai venti o trent'anni che ti sei messo a piangere perchè hai mangiato un maialino, ti prendono per il culo per tre mesi di seguito. Sono cose che non puoi confessare. Superata una certa età, è vero, si diventa sentimentali".

E magari si ritrova, un pò di stupore perso?

"Ci farebbe un bene enorme ritrovarne. E' come quando parlo dell'innocenza. Se uno potesse condurre i giorni della seconda parte della sua vita verso questo traguardo e sentire una migliore armonia con le cose intorno... Credo che la vaga infelicità che tutti avvertiamo sia dovuta anche a questo senso di inadeguatezza, di aritmia: non c'è più tempo per fare niente, le cose più che valore hanno prezzo. Così sbagliamo clamorosamente anche le cose più semplici. Ecco, l'innocenza sarebbe proprio saper guardare alle cose per come sono, invece qui niente è ciò che è. Forse è solo un'illusione, forse potrebbe essere il paradiso".

Ha anche una storia esatta dello stupore, una parola che pare incantarlo Baglioni.

"Lo stupore si manifesta, magari ci saranno pure gli dei dello stupore da qualche parte: sono quelli che fanno questi miracoli. Negli anni '80 andai a fare dei concerti in Brasile, conobbi un cantautore. Qualche tempo dopo fu lui che venne in Italia. Ci incontrammo a Torino, era felice come un bambino perchè lo avevano portato in montagna e per la prima volta, in vita sua, aveva visto la neve. E io non capivo... Effettivamente, se ci pensi, se potesse essere sempre così: se potessimo vedere per la prima volta il mare, se ci fosse una prima volta per tanti altri stupori, oppure la vitale, semplice capacità di stupirsi. Invece abbiamo questo difetto di contemplazione, di osservazione...".

Un doppio sguardo, sempre per stare a una citazione letteraria?

"Vero, un doppio sguardo. Sarebbe il contrario della bulimia che corre sulle nostre tavole. Consumiamo qualsiasi cosa, chiamiamo tutto evento forse perchè non ce n'è più nessuno. Esce una cosa, e dura solo tre giorni. E anche un dramma reale ha ormai la stessa durata. Non facciamo altro che ingoiare e sputare continuamente".

E ora provate a dire che era solo un piccolo grande amore.

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Trascrizione a cura di Sabrina Panfili per doremifasol.org


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