Intervista ad Atlantic City



Notizia inserita da: doremifasol in data 08/03/10 alle ore 13:23 Condividi   vista 4029 volte


DI VERONICA MEDDI

Nel Weekend della Festa della donna, la Princeton International Artists, presenta “Un  Solo Mondo” titolo del nuovo tour di Claudio Baglioni, artista italiano tra i più amati e stimati nel mondo.Dopo il successo ottenuto, ricordiamo il tutto esaurito di due anni fa, torna negli Usa per restituire al suo pubblico la magia del sentimento, della sua arte.
La carriera di Claudio, grazie ad una vocalità portata alle stelle e impeccabili melodie, è stata sempre costellata da record di vendite e da concerti-evento. Veri bagni di folla. La sua consacrazione al successo arriva nel 1972 con l’uscita dell’album “Questo piccolo grande amore”, uno dei primi esempi di concept album italiani che tredici anni dopo sarà proclamata “canzone italiana del secolo”. Fino a oggi, Baglioni ha pubblicato in Italia 4 raccolte ufficiali e 25 album, di cui 16 in studio e 9 dal vivo. Il cantautore dei buoni sentimenti, così definito per le sue canzoni d’amore degli anni ’70, parla con sapore sincero e amicale. Inizia così un viaggio che passa per Fellini, nell’indispensabile e rigenerante concetto di “silenzio”, e arriva a Gide per comunicare l’esigenza delle costrizioni ai fini della vera libertà artistica. 

Qual è il tuo concetto di “viaggio”?

“Il concetto di viaggio è essere in viaggio. E’ coprire una distanza. Non è andare da qualche parte, l’importante è ciò che si trova o si scopre, ciò che non pensavi di trovare mai e che diventa una sorpresa; la sorpresa è il regalo del percorso. La meta è il luogo dove ti riposi per poi ripartire. Il viaggio sarà quanto più possibile un’avventura. Dal punto di vista del mio lavoro lo è stato quasi sempre. La mia famiglia era una famiglia molto normale e quindi senza grandi aspettative, in una periferia romana, per cui c’era questa grande voglia di riscatto, questa speranza, la speranza di non vivere una vita troppo trasparente ma di esserci e contare qualcosa. E quindi incomincia questa avventura, che è un’avventura di vita e che poi diventa un’avventura artistica. All’inizio non avevo il Sacro Fuoco dell’Arte, oggi c’è. Se un giorno dovessi fare a meno del mio mestiere sarà molto dura”.

Fellini nel film “La voce della luna” concluse dicendo: “Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”. Quanto è importante il silenzio per te?

“Fellini ha ragione. Se tutti spegnessimo la luce potremmo vedere le stelle. Dove c’è tanta luce sulla terra il cielo sembra meno stellato. Il silenzio è importante. Lo è dal punto di vista personale, perché io sono figlio unico quindi sono cresciuto nel silenzio; casa mia erano poche stanze di silenzio. Mia madre il pomeriggio cuciva e mio padre non c’era mai. La mia colonna sonora di crescita è molto vicina al silenzio. E forse è proprio quel silenzio che mi ha fatto, nel tempo, affinare. Nel senso che non ero distratto. Sono e sono stato sempre molto attento ai particolari, ho la fortuna di andare nei dettagli. Poi c’era un grande pensatore, ma lo ripete spesso il Mae- stro Muti, che diceva: “Nei dettagli si nasconde Dio”. Il dettaglio è quella parte che fa delle nostre opere la differenza. Ed oggi è importante come non mai perché dopo tanto rumore, tanto suono, tanta musica, diventa un po’ la nostra necessità. Lo è anche nella mia forma d’arte. La musica prevede, insieme alle note, all’emissione della voce, di un suono, anche le pause, dove il suono non c’è. Quindi ogni tanto bisogna riconvertirsi a questo. Non a caso mi piace fare le immersioni in mare, perché è un posto, che per certo, mi regala la giusta porzione di silenzio di cui ho bisogno”.

Andrè Gide diceva: “L’arte muore di libertà e vive di costrizioni”. Quali e quante costrizioni hai subito o ti imponi per trovare la tua libertà artistica?

“Le costrizioni servono. Servono le date di scadenza. Serve il discografico che ti sfonda la porta dello studio per portarti via la canzone, che altrimenti non concederesti mai. Ha ragione Gide, nella totale libertà, nella totale beatificazione, forse non si produce niente. L’arte è il frutto di una mancanza, di una sofferenza, di un comando. Non a caso i grandi compositori che ci hanno preceduto, Verdi, Mozart, scrivevano quasi sempre su commissione. A volte mi costruisco delle sfide impossibili. Certe volte poi vincono le sfide e non io. Perché è come una salita ogni volta, una gara con il proprio passato”.

Quali emozioni provi quando canti per gli Italiani all’estero?

“E’ una sorpresa in più, perché chiaramente non c’è un rapporto continuativo e quindi mi pongo il problema di come presentarmi verso qualcuno che è lontano, lontano per fuso orario culturale. È vero che alcuni possono seguire la mia carriera attraverso supporti, ma il contatto fisico viene un po’ a mancare. Allora l’esperienza mi diverte molto perché mi riporta a schemi meno articolati, nel senso che tutto quello che faccio è più immediato. In Italia certe cose non le faccio più perché le ho già fatte. Lì c’è una voglia più semplice, più antologica; e poi mi piace l’idea di essere in un posto molto lontano dall’Italia, e comunicare in italiano mi emoziona molto. La lingua italiana non è musicale, non è fatta per essere messa dentro le melodie della musica, ci sono delle lingue più veloci. Pur maledicendola a volte ne sono comunque molto fiero”.

Un aneddoto americano che ricordi?

“Uno dei primi aneddoti che ricordo è al Madison Square Garden, un signore mi portò delle gomme americane convinto che in Italia non le conoscessimo. E in quel momento forse ne eravamo i massimi produttori al mondo. Così percepii che c’era stata una partenza da un’Italia diversa. Era come fare un viaggio nel passato. Quando andavo nei negozi, quando passeggiavo, le persone mi sembravano personaggi di film neorealisti. Era emozionante. E ricordo che erano tutti fieri della loro automobile americana, la Cadillac. Ovviamente quando sono ritornato tutto questo non l’ho più avvertito. Però mi ricordo di questa fase aneddotica che era molto stimolante”.

Che pubblico era quello degli Italo-Americani? Come “I Soprano”?

“No. E’ chiaro che non lo è. Poi ci sarà anche qualche Soprano. E’ come un qualsiasi altro tipo di pubblico che puoi trovare in un altro paese nel mondo o in Italia. Il pubblico non è mai una massa, sono tante persone, con personalità e vissuti importanti, che in quel momento si emozionano e vibrano nello stesso modo”.

Quali erano le canzoni che gli Italo-Americani preferivano? Quali i bis richiesti?

“Ci sono delle canzoni a cui si sono più affezionati: “Questo piccolo grande amore”, “Mille giorni di te e di me”, “E tu”. Però ci sono anche delle canzoni recenti. Mi piace anche proporre qualcosa di nuovissimo per vedere l’effetto che fa. L’ultima esperienza ricordo fu meravigliosa, uno dei responsabili del teatro, mi disse che lì c’era passato un nero, un nero americano, ma che non aveva mai visto scene del genere. Aveva fatto una comparazione non solo con gli altri artisti italiani. C’è anche una parte del pubblico che è legato a una certa conservazione degli anni ’70. Anche questo è molto simile a quello che trovo in Italia”.

Tu hai mosso i tuoi primi passi in una borgata romana a Centocelle. Ricordi cosa speravi allora?

“Molto banalmente, io volevo che le ragazze mi guardassero e i maschi mi portassero rispetto. Questo era il mio obiettivo. In casa non avevamo tenori, pianisti, artisti. La mia era proprio una forma di riscatto, di affermazione nei confronti della vita. Per caso mi è capitato di partecipare a un festival rionale e da allora, mio padre fa i debiti per comprarmi un pianoforte ed io comincio ad andare a scuola di musica. Il mio impegno era solo quello di piacere alle persone”.

Il 6 marzo sarai al Taj Mahal di Atlantic City e il 7 marzo al Foxwood del Connecticut: l’8 marzo è la festa della donna. Quale e quanta affluenza ti aspetti da parte del pubblico femminile?

“Non credo che verranno donne in funzione di questa festa. Ma sarò felice di festeggiare le donne che verranno”.

“Un solo mondo” è stato l’inno dei Mondiali di nuoto del 2009 ed ora è il titolo del tuo nuovo tour. Qual è questo mondo?

“E’ quello in cui si tengono rapporti da buoni vicini, in cui viene rispettata quella che secondo me è la frase più bella e rivoluzionaria che sia mai stata detta: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, di Cristo. Nessuno ha mai detto una frase così importante. Ecco questo è il mondo che io mi augurerei, anzi credo che tutti quelli che vengono al mondo se lo augurano. Un solo mondo nel senso un unico mondo, la casa in comune di tutti: con tutti gli attriti che, per carità, ci sono. Non voglio che risulti troppo favolistica la mai affermazione. Un mondo dove si ricomincia dall’alto e non si parte per forza da giù. Un solo mondo è quello dove c’è almeno un altro. Un mondo da dividere”.

Alla fine di questo viaggio, strada facendo, avrai chiare quali sono le cose che ti hanno colpito di più: il bambino che si tuffa in un bignè, la ragazza che chiude a chiave la porta o la prima sigaretta che ti fuma in gola un po’ di tosse?

“Tra queste tre, sicuramente il bambino che si tuffa nel bignè. Per una questione di gola e di meraviglia. Le persone che mangiano mi fanno tenerezza perché si mangia per vivere. Che a mangiare sia un bambino, questo bignè è la sua vita e la sua gioia, mi riporta all’ autenticità della piccola felicità, che solo quando si è innocenti si prova. Quando ti basta quel poco per avere tutto. Quando hai tutto poi, spesso non hai niente”.


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