Intervista a Baglioni da Zurigo



Notizia inserita da: doremifasol in data 15/05/10 alle ore 16:39 Condividi   vista 4283 volte


La prossima tappa del tour mondiale “Un nuovo mondo” di Claudio Baglioni sarà a Zurigo il 16 maggio alla Kongresshaus. Il cantautore italiano ritorna nella Confederazione dopo dieci anni di assenza e dedicherà ai fan italiani in Svizzera non solo un bellissimo concerto, in cui riproporrà i brani più belli della sua carriera, ma anche, il giorno prima, un incontro presso la Casa d’Italia di Zurigo.

È iniziato il 6 marzo ad Atlantic City il tour 2010, “Un solo mondo”, un  evento che ti vedrà sui palchi di alcune delle città più importanti del mondo. Come nasce l’idea di questo tour e cosa ti ha spinto a realizzarlo?

L’idea di questo lungo tour nasce dalla voglia personale di fare di nuovo il giro del mondo e soprattutto di farlo con il mio mestiere. L’abbiamo chiamato “Un solo mondo” perché il mio mondo è stato principalmente musicale e al suo interno ho cercato di sviluppare sogni, passioni e progetti. Poi ho detto, se in un unico tour si toccano tutti i cinque continenti in un anno può considerarsi “un solo mondo” e così è nato il titolo di questo giro mondiale come idea di casa comune.

Quali tappe del tour hai già fatto e quali sono le altre che ti attendono nei mesi seguenti?

Per ora abbiamo fatto la parte nordamericana, Stati Uniti e Canada. Adesso ci sarà la parte europea che inizia da Bruxelles per finire a Londra il 29 maggio. Da lì continuerò con i miei compagni di viaggio andando in Australia, Giappone, Cina, Africa e poi, per la via del ritorno, attraverso un po’ di Paesi dell’est Europa, faremo Mosca e San Pietroburgo in Russia, per concludere magari con un ritorno in Svizzera e con un’ultimissima data italiana.

Durante il tour avrai la possibilità di incontrare i tuoi connazionali…

Sì, ho anche considerato la possibilità di incontrare la gente, soprattutto i miei connazionali, gli italiani che sono andati in giro per il mondo. L’ho fatto già in molte delle città che ho toccato e lo farò anche nelle tappe future, appena prima o subito dopo i concerti. Da questi incontri  culturali con le comunità italiane, è mia intenzione realizzare un diario di bordo che possa diventare anche uno speciale per la televisione. Mi affascina molto questo aspetto del viaggio e della capacità degli italiani di andare in giro e di integrarsi nelle diverse culture.

In questi mesi hai viaggiato molto e viaggerai ancora. Ho letto che da questi viaggi raccoglierai spunti e riflessioni che ti serviranno per un nuovo lavoro.

Anche. Il viaggio è sempre estremamente stimolante. Io l’ho notato in passato: il repertorio di emozioni, sensazioni, suggestioni, indicazioni, intuizioni che arriva quando sei in movimento è sempre molto ricco. Il movimento è la cosa che ci dà adrenalina, energia e la possibilità di scrivere ed inventare. In un viaggio di questa portata ne approfitterò proprio per finire, e anche per cominciare, alcune cose che poi saranno il contenuto dei miei nuovi album.

Con ciò vuoi forse sottolineare l’importanza del viaggio come premessa al processo di creazione?

Sì, lo è, lo è stato sempre. Poi, certamente, bisogna fermarsi da qualche parte per fare un riassunto di tutto quello che si è messo in valigia, un proprio giornale di viaggio che contiene tutta la gamma di emozioni che nascono quando incontri la gente. In questo senso il concerto dal vivo, che è il momento top per l’artista, è una emozione difficile da raccontare ogni volta che, per mia fortuna, si ripropone.

I brani che eseguirai durante i concerti sono tra i più famosi e i più significativi della tua carriera ma ne mancano alcuni altrettanto belli e conosciuti. Quali sono stati i criteri di scelta delle canzoni?

È un concetto di tipo antologico. L’ultima volta sono stato a Zurigo dieci anni fa all’Hallenstadion con un concerto molto spettacolare, basato sulla multidisciplinarietà e arricchito da elementi coreografici e scenografici. Questa volta, invece, proprio perché si tratta di un giro che tocca i cinque continenti, il concerto è molto antologico nel senso che ho scelto una trentina di brani che sono i passaggi più riconosciuti, più riconoscibili, più importanti e popolari degli oltre 400 brani che ho scritto in tanti anni di composizione e spettacolo. Ecco che si tratta di una specie di racconto, di cosa è successo all’inizio e via via è andato avanti nel tempo. Sul palco ci sono nove strumentisti che sono in realtà musicisti molto duttili e poliedrici. Questa volta c’è un po’ meno spettacolo e molto più concerto! Gli stessi strumenti sono un po’ i protagonisti con le loro diverse voci e le loro diverse fisionomie: è un po’ come riaprire un baule dove hai lasciato tante cose e riportarle all’attenzione del pubblico.

Da “Questo piccolo grande amore” in poi sei sempre stato al centro del panorama musicale italiano. Come è cambiato e come si è evoluto il tuo modo di fare musica?

Credo che abbia sempre continuato ad evolversi anche se non sempre si va avanti, non ci si accorge che ci sono delle involuzioni per cui si torna indietro, ma mi sento di dire che mediamente ci sia stata sempre una voglia di ricerca, nell’ambito della musica leggera e popolare, cercando di mettere assieme, di volta in volta, stili diversi e musicisti di estrazione differente, considerando la musica un po’ come un solo mondo. In fondo, ci sono i generi, gli stili, le categorie però è pur sempre un’unica materia data dal suono e dall’alchimia misteriosa e metafisica della musica stessa. Credo che il cammino sia stato questo ogni volta: continuare a studiare alla ricerca di novità e sperimentare, anche rischiando qualche volta di non piacere cercando però di sorprendere sempre. Credo che l’impegno di un’artista sia quello di non dover somigliare a se stesso a tutti i costi, anche perché poi finirebbe per essere il peggior imitatore di se stesso. Io, in generale, ne ho combinate un po’ di tutti i colori: da spettacoli esagerati con 500 persone sul palco fino a concerti nel più piccolo dei teatri lirici con voce e pianoforte.

Spesso sei stato ideatore di esibizioni particolari: hai presentato album negli aeroporti, improvvisato concerti sui balconi, hai suonato su autobus di linea. Da cosa dipende tanta originalità?

Sì, poi ci sono anche questi blitz perché bisogna pure pensare all’aspetto un po’ girovago, da saltimbanco e da artista di strada di questo mestiere, come il fatto di cantare a sorpresa dal balcone di casa propria. Una volta a Napoli mi sono travestito da cantautore canadese, cantando le mie canzoni con un inglese maccheronico chiedendo soldi. Tutto questo fa parte della sorpresa, del divertimento.

Baglioni cantautore non della sua generazione ma di tante generazioni. La tua musica riesce ad unire i gusti di diverse generazioni, come mai secondo te?

Un po’ arriva dalle prime generazioni, per tradizione e trasmissione, e poi perché si riesce a volte a scrivere qualcosa che, non essendo attaccato alla realtà del momento, diventa una realtà di tutti i tempi. Forse il linguaggio o forse il tentativo di voler mettere tutti i generi assieme, da quello tipicamente italiano, melodico a quello lirico, sinfonico e al jazz dove i generi sono tanti. Sono sempre sorpreso, ma anche soddisfatto, quando vedo diverse generazioni che assistono ai miei concerti, il che mi fa pensare che la musica ha il potere di aggregare le persone anche se differenti per età e per modo di pensare.

Come ti spieghi che “Questo piccolo grande amore” riesce a piacere anche oggi?

Perché evidentemente alcune canzoni, anche se durano pochi minuti, sono capaci di raccontare valori universali e ogni volta aggiungono sempre qualcosa di nuovo a chi le ascolta. Devo dire che questa caratteristica non è propria solo di quel brano ma di tutto quel periodo tanto che negli ultimi due anni sono ritornato a quel progetto, che poi ho chiamato “QPGA”, l’acronimo del brano del ‘72, per la voglia di terminare il racconto della vicenda narrata nella canzone attraverso quattro linguaggi diversi: film, romanzo, giro di concerti e doppio album. In questi giorni è uscito il dvd di tutto questo, “Filmopera”, il più lungo videoclip che sia mai stato realizzato nella storia della musica pop mondiale con 2 ore e 50 minuti di musica con me ed i più grandi artisti italiani tra cui Ennio Morricone, Mina, Laura Pausini, Jovanotti, Andrea Bocelli e tanti altri.

Al centro delle tue composizioni vi è un grande interesse per i sentimenti, l’amore in particolare.

Prevale in generale l’idea dei sentimenti e dei sensi, di poter raccontare non solo l’amore ma anche l’umore che è ciò che c’è dentro e che, proprio per questo, è imperscrutabile e ancora più difficile da decifrare.
È la parte appassionata sentimentale più profonda che mi interessa e questo non solo nella scrittura del testo ma anche nella parte musicale.

Come si fa a trovare il giusto compromesso tra musica e parole?

È un equilibrio che si spera sempre di trovare e che, una volta trovato, sia il migliore di tutti. Qualche volta riesce bene altre volte meno. Io ho una specie di schizofrenia in questo perché mi comporto come due persone diverse, nel senso che la musica mi viene quasi naturale, arriva quasi da sola, la composizione è invece un momento di rifinitura più elaborato. Con le parole,  proprio per il fatto che sono anche comprensibili e cariche di significati, a volte faccio più fatica. Quello che sento è una specie di pudore nei confronti della parola. Posso stare per mesi su una linea del testo. L’equilibrio si raggiunge quando si arriva a concepire ciò che sembra un suono unico, un suono cantato, raccontato, in cui testo e musica si sposano in maniera unica e speciale. Quelle sono delle occasioni quasi miracolose perché può succedere che si ha un bellissimo testo ed una musica non molto originale o viceversa. In alcuni dei miei brani avrei voluto riscrivere una parte del testo proprio perché troppo carica di parole.

Quale canzone ti ha fatto soffrire in questo senso?

A proposito di brani troppo carichi di parole, ce n’è uno del ‘95 dell’album “Io sono qui” dal titolo “Bolero”. Penso che abbia una musica estremamente interessante ed intuitiva per la quale volevo scrivere un testo senza senso, un po’ freddo come la danza del bolero che comunica passione ma non c’è contatto tra i danzatori che si tengono a distanza. Alla fine ho scritto un testo che anche io devo rileggere ogni volta perché difficile da memorizzare non avendo una logica precisa e semplice. Di contro, poi, ci sono brani che sono venuti un po’ più facilmente come la parte nuova di QPGA in cui volevo essere semplice.

La tua carriera è stata costellata di successi e riconoscimenti. Cosa si prova a trovare sempre riscontri positivi da parte di pubblico e critica?

È la spinta per meritarseli ancora. Quando arriva un premio bisogna prima prenderlo e solo dopo pensare di averlo meritato o meno. Quando ho cominciato a suonare, da ragazzo di periferia, per me la musica era un modo per uscire fuori, per mettermi in evidenza ed essere considerato dai miei coetanei, per essere guardato dalle ragazze. Poi col tempo è diventata una passione, adesso quasi un bisogno nel senso che non posso stare troppi giorni senza cantare e suonare. Sono quasi un drogato in questo senso.
Alla fine credo di avere la fortuna di farlo ancora con successo e, come dico sempre alla fine dei miei concerti, è un onore, un privilegio. Ci tengo, infatti, a sottolineare che è un onore suonare per delle persone che hanno fatto dei sacrifici per essere lì, è un motivo più che valido per continuare ad andare avanti. Da una parte c’è la passione, dall’altra il riconoscimento nei confronti di chi ti ha dato questa possibilità.

Cantautore, autore di libri, di soggetti per film, hai provato l’esperienza televisiva con “Anima mia”, in tutto questo trovi il tempo anche per la tua fondazione “O’Scià”. Vuoi spiegarci in che cosa consiste?

Il progetto è diventato fondazione da qualche anno. Il nome, che nel dialetto della piccola isola di Lampedusa significa “fiato” nel senso di vita mia, è nato per dire che ogni respiro è un uomo e per questo, invece che diffidenza, deve esserci  curiosità verso l’altro, la voglia di sapere da dove viene e perché viaggia. Simbolicamente tutto parte da Lampedusa che è stato teatro di sbarchi di molta gente disperata che arriva da zone in cui ci sono condizioni di vita che neanche immaginiamo. Oltre al discorso della naturale accoglienza c’è anche quello di valutare quale ricchezza può portarci un viaggiatore. Noi stessi siamo un popolo di viaggiatori: siamo stati un po’ ovunque e spesso abbiamo dimostrato una grande capacità di integrazione facendo valere il nostro talento. La fondazione organizza ogni anno una manifestazione sulla spiaggia di Lampedusa che si riempie di 15-20 mila persone e arrivano più di 200 artisti, tra i più grandi. Si canta e si parla per dire che il mondo che vorremmo dovrebbe essere quello del dialogo e del confronto.

Sarai a Zurigo il 16 maggio. Una data particolare visto che sarà anche il tuo compleanno.

Sì, sarà il mio compleanno che quasi ogni anno festeggio in Italia con la Pausini e Fiorello visto che siamo nati tutti lo stesso giorno. Quest’anno lo festeggerò con voi a Zurigo. Spero che sia una festa a margine del concerto che è già una festa di per sé.


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