Baglioni, il mondo in tasca



Notizia inserita da: doremifasol in data 31/05/10 alle ore 14:33 Condividi   vista 3013 volte


di MARCO MOLENDINI

LONDRA - Festeggia il successo fino a notte fonda a vino bianco e ricordi, Claudio Baglioni. E confessa di pentirsi per avere aspettato così tanto, prima di mettere il naso fuori di casa. Proprio lui che con le sue canzoni profondamente italiane aveva le carte in regola per provare una carriera non solo nazionale. Era l’unico a poterci provare. E riconosce: «La generazione dei cantautori puntava sui contenuti, non era fatta di interpreti veri, con capacità vocali». Lui, invece, cantava a squarciagola e, negli anni di piombo, aveva il coraggio di scrivere versi come “passerotto non andare via”. «E’ vero, avrei potuto fare di più. Fino al ‘90 ho girato parecchio. Ci sono mie dischi finiti in classifica in Francia, in Spagna. Poi a un certo punto ho mollato, mi sentivo ingabbiato. E ho sbagliato». Riprendere il discorso dopo tanto tempo non è cosa da poco. Significa fare i conti con se stesso. E Claudio lo sa, significa spogliarsi del corredo della popolarità, sgobbare per riempire i teatri: «Durante le prove - racconta - mi hanno beccato qui alla Royal Albert Hall senza pass e mi hanno fatto un cazziatone, pensavano fossi un imbucato». Ma le cose vanno bene «al di là di ogni attesa». E lo stesso è accaduto prima in Nord America, poi nelle altre tappe, Bruxelles, soprattutto e Parigi. Ora, dopo una breve sosta toccherà al resto del mondo, Cina (anche Shangai per l’Expo a fine ottobre), Giappone, Australia, Africa («dove ho cantato solo una volta, a 15 anni, nella nostra ambasciata somala durante un viaggio premio con la scuola»). Un tour mondiale, intitolato One world, con l’ambizione di portare in viaggio la musica italiana incontrando i tanti connazionali che vivono sotto tutte le latitudini.
Deve fare effetto sentirsi portato in trionfo fuori casa. Di più acclamato fra sventolio di tricolori e spettatori britannici folgorati da tanta melodia e tanta passione, in un tempio della musica come la Royal Albert Hall . C’era già stato due volte nel passato. Come spettatore («Una per vedere Stevie Wonder, un’altra per un concerto benefico con Eric Clapton», ricorda). Ma la capitale britannica è stata un luogo di riferimento, prima da ragazzo di Centocelle quando cantava “viva viva viva l’Inghilterra ma perché non sono nato la’” e «Londra - ricorda - era la sede di tutta la musica beat», poi città dei suoi più sofferti parti discografici: «Per Oltre ho campato qui un anno, per Strada facendo la casa discografica (allora l’industria aveva ancora soldi), fece di tutto per mettermi a mio agio e mi affittò un appartamento così grande che quello che ce lo fece vedere girava coi pattini. Ma non bastò, io camminavo per la città piangendo davanti alle vetrine».
Il concerto è una sorta di autobiografia in 25 canzoni del ramo “indimenticabili”, da Avrai a Poster, a E tu, Sabato pomeriggio, Mille giorni di te e di me, QPGA, Strada facendo, brani confezionati con archi, fisarmoniche, tastiere morbidissime per conquistare il pubblico di ogni latitudine con gran sfoggio di voce e a un cambio ripetuto di frac (quattro) fatti disegnare apposta dal sarto Litrico (il sarto dei divi degli anni Cinquanta). Brinda al successo Claudio e al leggendario teatro londinese («Ce ne fossero teatri per la musica così da noi. E invece c’è il vuoto. E anche l’Auditorium è stato costruito solo per un certo tipo di suoni. Qui si fa di tutto»). Chiuso il lungo viaggio, usciranno dvd e libro («Una sorta di diario di bordo»). Ma per questo c’è tempo. Intanto vale la pena far festa: un altro bianco (italiano), un po’ di autografi, mentre una corpulenta signora russa si lamenta perché il pubblico a teatro non lo ha ricoperto di fiori. Così, nemmeno in Italia.


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