Intervista a Claudio Baglioni



Notizia inserita da: doremifasol in data 27/09/10 alle ore 16:11 Condividi   vista 4119 volte


Concerto a Lampedusa per riflettere sul tema dell'immigrazione: intervista con Claudio Baglioni

Ascolta l'intervista   -

Cinque giorni di musica, oltre cento artisti sul palco, due obiettivi: riflettere sul tema dell’immigrazione e favorire l’integrazione tra le diverse culture. Con questi numeri si apre domani sera, sull’isola di Lampedusa, la rassegna musicale di O’ Scia’. Giunta all’ottava edizione, la kermesse proseguirà fino al 2 ottobre e vedrà le esibizioni, tra gli altri, di Francesco De Gregori, Roberto Vecchioni, Carmen Consoli ed Irene Grandi.

Isabella Piro ne ha parlato con l’ideatore dell’iniziativa, il cantautore Claudio Baglioni:

R. - Quello che con questa manifestazione abbiamo cercato e cerchiamo ogni giorno di dire non è una presa di posizione a favore o a sfavore di un pensiero o di un atteggiamento politico o sociale, quanto quello della ricerca seria delle soluzioni, che è una ricerca lunga e problematica: senza però abbandonarci a semplici slogan, che spesso non risolvono la risoluzione, ma fanno tacere solamente alcuni spiriti più bollenti.

D. - Siamo giunti all’ottava edizione di O’ Scia’: la questione immigrazione ha cambiato volto nel frattempo?

R. - No, perché l’immigrazione è lunga quanto la vita dell’umanità, è vecchia di secoli e c’è sempre stata e sempre ci sarà. È un diritto ed anche un dovere quello di cercare una condizione migliore. A mio parere, però, il problema sta a monte. Se noi riuscissimo veramente a lavorare affinché questi viaggi così terribili e così difficili - perché noi non abbiamo neanche la più pallida idea di quello che può accadere a qualcuno che parte dal Centro Africa per arrivare fino al Mediterraneo, per trovare poi chissà quale razza di lavoro, per essere sfruttato con il lavoro nero e dalla criminalità organizzata - se noi riuscissimo a fare un passo indietro e a guardare oltre i nostri bisogni, già messi in crisi tra l’altro da un mercato generale e mondiale, probabilmente riusciremmo a trovare l’idea che una maggiore serenità e un pizzico di serenità la si può conquistare solo attraverso qualcun altro, solo attraverso il rispetto della persona.

D. - Immigrazione, integrazione, dialogo: qual è il denominatore comune per accordare questi tre concetti?

R. - A mio parere è proprio l’interazione. Non si raggiunge niente, se non si lavora insieme. Questo lo dico anche come musicista: nel momento in cui uno non vuole più suonare da solo, deve accordarsi con qualcun altro per suonare la stessa sinfonia, la stessa canzone, lo stesso ritmo. L’interazione e il lavoro comune è fondamentale! Secondo me, poi, è necessaria una maturità per affrontare questi discorsi che non hanno un colore politico, ma che parlano della differenza di possibilità della vita, di costumi differenti, di culture che sono lontane e che - proprio in un tempo in cui parliamo di tempo globale e universale - si fa più fatica a mettere insieme.

D. - C’è un problema di formazione dei giovani all’integrazione?

R. - Sì. È un problema di formazione, proprio perché l’integrazione sarebbe naturale. Noi vediamo che bambini di pochi anni hanno naturalmente l’idea di stare insieme, anche ad altri bambini che vedono diversi per colore, per fattezze, per modi di vestire, per la lingua. Evidentemente poi cominciano alcune sovrastrutture nell’educazione e nella cultura imperante ed aumentano, magari, le paure e le diffidenze. I problemi continuano ad esistere ed affinché ci sia anche una maggiore legalità e una maggiore riconoscibilità, vanno affrontati con sapienza e con lungimiranza.

D. - Chi emigra cerca la speranza di una vita migliore: la musica in questo caso è sinonimo di speranza?

R. - La musica ha in sé quei concetti di armonia e di bellezza addirittura primitiva. In questo senso regala sempre calore, confidenza, sorriso, emozione ed alimenta buoni pensieri e quel concetto per cui è necessario darsi da fare affinché alcune cose possano andare meglio.

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