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A 60anni sto imparando a viaggiare

«Per guardarsi dentro, bisogna saper guardare fuori» dice il cantautore da mesi in tournée. «Sogno di scrivere una messa per ringraziare, con umiltà. E di non perdere i ricordi di mio padre»

Esce “Per il Mondo World Tour 2010”, registrato a Londra, alla Royal Albert Hall, a maggio.

Andrea Spinelli
Come in un romanzo di Ethel Lina White, la musica che filtra della scala a chiocciola di casa Baglioni si porta dietro un mistero. Quello di canzoni che hanno parlato al cuore d’intere generazioni senza lasciare che il peso del tempo ne flettesse lo slancio. In questo attico ai Parioli arrovellato da un tramonto che sembra lo stesso della copertina di “Sabato pomeriggio” l’arredo è semplice, elegante, in perfetto ordine; tutto è bianco o nero, senza sfumature né chiaroscuri, perché a colorare il mondo del cantautore romano bastano le tante gradazioni di rosso con cui per quarant’anni ha declinato i sentimenti. Anche se la storia degli ultimi mesi è quella delle valige sfatte e rifatte per il giro del mondo in 32 concerti – anzi 31 dopo l’annullamento della data di San Paolo a causa della laringite contratta in aereo (prego indovinare la compagnia) – che ha appena prodotto un nuovo album dal vivo. S’intitola Per il Mondo World Tour 2010”, contiene 26 classici più l’inedito “Per il mondo”, e arriva nei negozi domani. Sulla copertina, bicolore pure lei, Baglioni s’aggira per le rue di Bruxelles, anche se il disco documenta integralmente il concerto del 29 maggio alla Royal Albert Hall di Londra.

Claudio, giovedì prossimo si esibirà a Shanghai nell’ambito dell’Expò e poi arriveranno Pechino, Tokyo, Sydney, Mosca, Kiev, Bucarest, Il Cairo, Dubai e diverse altre tappe ancora. Nascerà qualche altra cosa?

«Forse da questo tour de force tireremo fuori uno speciale televisivo. Avevo pensato anche di utilizzare i filmati per uno spettacolo teatrale in bilico tra musica e memoria, ma la cosa procrastinerebbe ulteriormente i tempi di pubblicazione del nuovo album e questo non mi va».

Il suo ultimo album d’inediti risale al 2003.

«E’ vero che in questi ultimi anni non ho pubblicato dischi ufficiali, ma a ben guardare ho scritto e inciso qua e là 38 inediti; molto più di un vero e proprio album».

Cosa le manca, dunque, per dare un seguito a “Sono io, quello della storia accanto”?

«Se ho aspettato tutto questo tempo non è stato per mancanza di canzoni, ma forse per mancanza di “quella” canzone. E poi per imparare a viaggiare dentro bisogna prima viaggiare fuori; è anche questo il motivo per cui mi sono imbarcato in un tour mondiale tanto impegnativo».

Dopo quarant’anni di palcoscenico, ce l’ha ancora un’aspirazione?

«Mi piacerebbe mostrare al pubblico le prove di uno spettacolo perché ti raccontano com’è esattamente un musicista al di fuori dagli obblighi e dalle ritualità dello show. Sotto questo aspetto l’esperienza di “O’scià” a Lampedusa ha rappresentato una palestra straordinaria».

A proposito, il suo festival alle Pelagie si rifarà?

«Al momento no, perché non ci sono più le condizioni».

Gli stranieri sono molto aperti alle collaborazioni, noi italiani un po’ meno.

«Anni fa avevo pensato di dare alle stampe un album di musiche mie e testi di alcune cantautrici che stimo molto. Ero curioso, infatti, di veder filtrare le mie suggestioni, che sono maschili, attraverso animi femminili rimischiando le carte al principio secondo cui gli uomini scrivono le canzoni e le donne le interpretano. Poi, però, il progetto s’è arenato».

Cos’altro le piacerebbe fare?

«Vorrei tanto scrivere una messa. Un ringraziamento per tutto quello che il cielo ha voluto darmi su questa terra; scrivere preghiere in mezzo a tutto questo chiasso sarebbe un modo di allentare il tempo e rappresenterebbe pure un gesto d’umiltà di cui sento sempre più il bisogno».

Ce l’ha un rimpianto professionale?

«Sì, l’aver rinunciato all’estero per così tanto tempo»

E nella vita privata?

«Pure lì qualche maceria c’è. Soprattutto nel rapporto con mio figlio Giovanni a cui nei primi sette-otto anni di vita non ho dato tutto quel che avrei dovuto. Poi però la musica è diventata la nostra lingua e ora facciamo le cinque del mattino a discutere assieme».

Lei è del ’51.

«E a quasi sessant’anni mi sento più in corsa di quando ne avevo quaranta».

La sua generazione ha resistito bene finora.

«Grazie a due fattori: non ci sono state rivoluzioni culturali tali da renderla vecchia, come accaduto ad esempio a quella di Claudio Villa, e non sono nati talenti così forti da imporre un ricambio».

Come si vede sul palco tra dieci anni?

«Francamente non mi ci vedo. Penso infatti che a un certo punto della vita occorra allontanarsene. Di solito questi mestieri finiscono o per conclamato insuccesso o per scelta; io preferisco la seconda soluzione».

Cosa vorrebbe indietro dal tempo?

«Un po’ di ricordi. Se per nomi, ricorrenze e date ho una memoria da elefante, ci sono diverse cose che mi sono dimenticato. I tempi della scuola, ad esempio. Spesso sono costretto a chiedere aiuto a mia madre Silvia».

A sessant’anni può accadere.

«Proprio per questo mi sforzo di pensare più che posso a mio padre; non sopporto l’idea di poter perdere pure il suo ricordo».

Quella del “divo Claudio” è tutta una sciocchezza?

«E’ la prova che a volte la normalità può diventare più simbolica della eccezionalità. Uno dovrebbe farsi prendere quanto più possibile da attacchi di sincerità perché è la mania di piacere a tutti i costi che ci fa diventare grotteschi. Nonostante la superbia che mi riconosco, non penso di essere stato costruito per diventare famoso».

E allora come se l’è conquistato il suo spazio?

«Cercando ogni volta di mostrarmi al meglio delle mie possibilità. Vestendomi bene come quando da adolescente uscivo per la prima volta con una nuova ragazza. Devi essere un po’ speciale per meritarti l’attenzione degli altri».

Il pubblico va corteggiato?

«Bisogna cercare di offrirgli sempre il profilo migliore. Come ripete De Gregori durante i suoi concerti: non dite che sono bravo, dite che sono bello».

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