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Baglioni e Sting: stesso problema

Maglietta bianca slabbrata e jeans, alle 5 di sera Sting sembra dapprima un po’ addormentato, distratto. Nel griffatissimo hotel milanese, dà un’occhiata eloquente alla figura alta e flessuosa in grigio della moglie Trudy, madre di quattro dei suoi sei figli, arrivata da qualche minuto da New York per fargli un po’ di compagnia. Poi annusa il tartufone da un etto e mezzo che gli hanno appena regalato i produttori di Alba, e si fa spiegare in che modo poterlo gustare: «Lo finiremo fra mattino a colazione, grattandolo sull’uovo, e pranzo e cena prima di ripartire», sorride sorseggiando un goccio di Barbaresco supremo, sempre regalo dagli albesi. Stasera il superdivo è in concerto agli Arcimboldi di Milano, domani atterrerà al Palaisozaky di Torino dove si conclude il breve tour italiano di «Symphonicities», con la Royal Philharmonic Orchestra. La stessa che lo accompagna nel suo ultimo album, uscito qualche mese fa, dove le canzoni di sempre sono mirabilmente riarrangiate in nuova veste che ne accende e classicizza i colori. Ma siamo sempre lì, nel mondo rassicurante di un repertorio benedetto dalla fama e dai diritti d’autore. Al termine di questo tour, in primavera, scatterà poi per l’amatissimo ex leader dei Police il momento di una scelta gravosa sul futuro: scrivere nuove canzoni, abbandonando la sicurezza di un repertorio noto e le riedizioni (in fondo, lui e claudio Baglioni hanno lo stesso problema).

Con i tartufi, caro Sting, arriva fra noi un profumo di terra, di agricoltura. Lei, nella sua tenuta di Figline Valdarno, è a tutti gli effetti un gentiluomo di campagna. Possiede quella casa da tantissimi anni, mi ricordo il concerto nel suo cortile del 10 settembre 2001, con le lenzuola ricamate esposte alle finestre. Il giorno dopo, nulla fu più come prima…

«Già, che notte bellissima, e tragico poi il giorno dopo: perdemmo molti amici. Guardi, io di base non mi fermo più di 6-7 settimane l’anno in Toscana, e per lo più in agosto: facciamo l’olio e il vino, laggiù, e il mio vino biodinamico Sister Moon ha appena ricevuto 93 punti sul Wine Spectator, ne sono molto orgoglioso. La cultura del vino è interessante, si associa a quella della musica: sono entrambe arti da coltivare».

Lei è stato nell’89 al Comunale nel tour di Amnesty International, ha suonato a Torino di recente con i Police, e nel 2000 venne a fare compagnia a Veltroni che lanciava il congresso DS, se ne ricorda?

«Sì, un po’. Ero stato contattato da Fabrizio Ferri, il fotografo, il cui padre militava in quel partito. Di Torino in realtà non so nulla. Una volta, secoli fa, ero venuto alla partita del Newcastle United, la mia squadra, che giocava con la Juve: avevano la stessa maglia bianconera, e la Juve la cambiò per l’occasione. Mi ricordo di aver visto da lontano con il binocolo Gianni Agnelli».

C’è qualche legame fra la ricostruzione per orchestra del suo repertorio, in «Symphonicities», e la sua frequentazione della terra italiana?

«Si può fare un parallelo con il vino, che invecchiando migliora. La mia vocalità è cambiata, s’è fatta più ricca, e mi trovo meglio con un’orchestra che non con una rockband, che ha sempre colori basici. Il concerto è divertente, per me. Per gli orchestrali molto meno, anche se adesso stanno veramente diventando una band pure loro».

Quando termina il tour, si dovrà occupare del proprio futuro…

«Adesso andiamo in Australia e Giappone, finiamo in primavera e sì, debbo decidere cosa fare in futuro. Canzoni, naturalmente».

Le piace tornare in Italia, come l’ha vista cambiata in tutti questi anni?

«Qui ci sono livelli differenti. La politica è un disastro a tutti gli effetti, ma il resto è fantastico: esportate idee di come vestire, mangiare, bere, vivere. Un lifestyle senza paragoni. Sono un ospite qui e non mi faccia dire di più, anche se seguo tutte le vicende della presidenza, e di Rudy, attraverso l’Herald Tribune: mi limito a dire che l’Italia funziona solo a livello umano. E poi, non puoi separare l’Italia e il mondo, tutto è in crisi. La mia idea è che le crisi aiutino a evolvere: si improvvisa, si naviga. Anzi, lo sa che anch’io, come il vostro Presidente, ho cantato in crociera per tirare su soldi, nel 1976?».

FONTE

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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