In evidenzaInterviste

Baglioni: contrario a ogni respingimento

Claudio Baglioni: «L’integrazione? I migranti nella mia villa di Lampedusa»
Il cantante: contrario a ogni respingimento. Gli abitanti dell’isola sono pieni di solidarietà. Il ’68? Non l’ho fatto

«E’ vero, sono entrati nella mia casa di Lampedusa. Non una villa di proprietà, come è stato scritto; una casa in affitto. Credo fossero sei o sette tunisini. Non hanno toccato niente, non hanno portato via nulla, neppure una maglietta. Al massimo si saranno scolati qualche buona bottiglia, spero alla mia salute. Prove di integrazione…».

Claudio Baglioni, lei che idea si è fatto di quanto accade sull’ isola?
«Da una parte c’ è la solidarietà dei lampedusani: straordinaria. Li ho visti invitare i naufraghi nelle case per un pranzo o per una doccia, togliersi gli abiti che avevano addosso per vestirli, regalare coperte, andare a comprare il pane e distribuirlo. Dall’ altra parte c’ è la vergognosa impreparazione della politica. Italiana, europea, mondiale».

Lei è contrario ai respingimenti?
«Sì. Sulle barche ci sono uomini perseguitati, famiglie che fuggono dalle guerre, donne che hanno diritto all’ asilo. Consentiamo all’ Onu o alle ong di individuarli nei luoghi di partenza. Come si può riconoscerli in mare, se tutti vengono respinti? Certo gli arrivi devono essere regolati, governati. E qui c’ è un deficit politico enorme. Si parla ancora di emergenza: un’ emergenza che dura da vent’ anni. Ma i movimenti dei popoli avvengono. Tutti si augurano che finiscano da soli. Invece la storia si traveste da geografia, ci presenta il conto dei secoli passati. Nei due anni in cui gli arrivi a Lampedusa si sono interrotti, per via dell’ accordo con Gheddafi, in Italia sono arrivati 600 mila stranieri per altre vie. Ma lontani dalle telecamere».

Però i patrioti tunisini sono nel loro Paese a costruire la democrazia, i patrioti libici a combattere Gheddafi. Chi arriva a Lampedusa è certo mosso dalla disperazione, ma mette le vite delle mogli incinte e dei bambini nelle mani di criminali.
«I trafficanti vanno fermati. Si deve ripristinare la legalità. Ma siamo di fronte a una questione epocale: non può essere un’ occasione di propaganda o di litigio tra politici ignoranti che dibattono di cose di cui non sanno nulla. Dell’ immigrazione si occupa il ministero degli Interni, il che già significa considerarla una questione di polizia; e certo i reati ci sono, bisogna prevenirli e punirli, evitare che i viaggiatori diventino manovali delle mafie. Ma dell’ immigrazione dovrebbe occuparsi il Welfare. Clandestini, stranieri, extracomunitari: le parole stesse ingenerano confusione, criminalizzano».

Che opinione ha di Maroni?
«Se non altro si è dato da fare. Si può non essere d’ accordo con il suo metodo, ma va riconosciuto che ha affrontato una rogna grossa. Certo la ferita di immagine per il nostro Paese in questi giorni è stata grave».

Cosa pensa della guerra in Libia?
«Non l’ ho capita. Era giusto impedire a Gheddafi di massacrare i civili. Ma passare dal baciamano ai missili per ammazzarlo…».

Com’ è nato l’ amore per Lampedusa?
«Era il 1998. Dopo un concerto alla Favorita di Palermo, trovammo un modo per restare ancora insieme, con Fabio Fazio e altri amici: andare a Lampedusa, dove non ero mai stato. Ho scoperto un luogo meraviglioso. E il senso di colpa mi ha indotto a fare qualcosa. Così è nato O’ Scia’ – il fiato, il respiro -, la rassegna che facciamo alla fine dell’ estate».

Che impressione le ha fatto la visita di Berlusconi?
«Gli ho parlato, il giorno dopo. Ho avuto l’ impressione che si sia fatto condizionare dal briefing dell’ ultimo minuto. Se prometti un casinò e un campo da golf, in un’ isola dove l’ acqua si compra dalle navi-cisterna e pure il campo da calcio è in terra battuta, rischi di gettare in gherminella il resto. I lampedusani ne hanno sorriso».

Almeno la casa l’ ha comprata?
«Credo siano stati emessi gli assegni per pagarla. Ma una parte della casa è del demanio marittimo, e il vizio va sanato entro il 30 giugno. Mi sa che sarà dura. Forse ne cercherà un’ altra».

Cosa pensa del premier?
«E’ un’ anomalia che l’ uomo più ricco d’ Italia sia anche il capo del governo. Ma non dobbiamo darlo per finito. Ha ancora grande potere, e grande scatto. Quando cominciai a occuparmi di Lampedusa scrissi a tutti i politici. Molti non risposero neppure. Lui chiamò dopo tre ore, dicendo: “Lo sa che siamo colleghi? Anch’ io compongo canzoni. E mia figlia Marina viene ai suoi concerti”. Andai anche a Palazzo Grazioli. Lui cantò con Apicella, Confalonieri suonava il piano. No, niente donne. Berlusconi doveva essere il primo ospite a una trasmissione con Fazio, L’ ultimo walzer, per cantare “Que reste-t-il de nos amours” di Charles Trenet. Allora era all’ opposizione. Rinunciò all’ ultimo. Qualcuno deve avergli fatto credere che fosse una trappola dei “comunisti”».

Con Fazio faceste «Anima mia».
«Ci misero contro Paperissima, pronosticando un disastro. Fu un trionfo. Ricci non ce l’ ha mai perdonata. Ogni volta a Striscia mi mette tra i “rifatti”».

Invece?
«Mai stato dal chirurgo estetico».

Il Pd come lo trova?
«Un po’ evanescente, anche se Bersani è simpatico. Mi è spiaciuto per Veltroni, che conosco da quando aveva 16 anni. Andavo a prendere qualche ragazza all’ istituto di cinematografia dove studiava anche lui, e già girava con il megafono».

Grillo?
«L’ ho conosciuto come comico di una leggerezza cosmica. Credo abbia una grande amarezza dentro, da quando fu cacciato dalla Rai. Ora dice cose giuste. Ma non puoi candidare sindaco di una grande città un ragazzino senza esperienza. La politica è fatica, studio, preparazione».

In politica non si è mai schierato.
«Dicevano che fossi democristiano, perché a mia insaputa ero finito nel cartellone della campagna contro il divorzio, accanto ad Al Bano. In realtà sono sempre stato a sinistra, anche se non ero comunista, tantomeno maoista, ma riformista. Nelle assemblee facevo il moderatore».

Cosa votò nella Prima Repubblica?
«La prima volta votai partito repubblicano. Poi radicale. Apprezzavo Pannella. Due volte votai Pci. E anche socialista, nei primi anni di Craxi: mi piaceva la novità, la rottura, il coraggio».

Non prese parte al ‘ 68?
«No, arrivai a Valle Giulia due anni dopo. Poi interruppi gli studi e ci sono tornato da adulto, mi sono laureato 5 anni fa. Non ho mai partecipato agli scontri di piazza. Perché nelle divise vedevo mio padre. Sono figlio di un carabiniere».

Un padre brigadiere che scrive poesie.
«Lui. Avevamo idee politiche diverse: io di sinistra, papà monarchico. Ma sono sempre stato fiero di lui, del suo senso dello Stato e del dovere, dell’ onesta assoluta».

Con i colleghi cantautori i rapporti come sono?
«Buoni ma distanti. L’unico con cui sono stato davvero amico è Francesco De Gregori. D’ inverno andavamo insieme a comporre ad Ansedonia, mesi dolenti, in bianco e nero, c’ era anche Concato, talora Venditti. Poi partivamo per viaggi on the road».

Come cominciò l’ amicizia con De Gregori?
«Con un litigio. Lui aveva dato un’intervista antipatizzante, in cui mi definiva cantante melodico accostandomi a Mino Reitano. Io risposi che neppure “Buonanotte fiorellino” era un testo aspro e sconvolgente. Ci cercammo. E ci ritrovammo con due chitarre a suonare “Reginella”. Un’ altra volta andammo a suonare Dylan e i Beatles in strada, a Roma, al Pantheon. Era sabato pomeriggio. Non si fermò nessuno. Decidemmo di passare al nostro repertorio, avevamo già un paio di dischi di successo a testa, ma ci notò solo un giapponese che lasciò cadere una moneta nella custodia della chitarra. Un autentico “scuorno”. Ci soffrimmo entrambi, per motivi diversi: io ero più pop, ma Francesco era più vanitoso».

E l’on the road?
«Decidemmo di andare a trovare Branduardi, che allora era uno sconosciuto al di fuori dell’enclave di Jesi. Quella sera suonava appunto a Jesi. Dormimmo in tre in una stanza. Eravamo senza soldi, così siamo andati a Cesena per rifornirci dal nostro impresario, Libero Venturi. A quel punto De Gregori voleva andare a Parigi. Lo convinsi a ripiegare sulla Marmolada. Viaggiammo tutta la notte, guidai sempre io; eravamo un po’ bevuti, per fortuna non esistevano ancora gli alcol test. Arrivammo alle 6. La macchina si fermò, Francesco e il fotografo che viaggiava con noi scesero a spingere, io ripartii e solo dopo un po’ ci accorgemmo che avevamo dimenticato De Gregori in una radura innevata. Tornai indietro finché non vidi un puntino nero di rabbia in mezzo al bianco. Il giorno dopo ci raggiunse la notizia che Pasolini era morto. Francesco disse subito: “L’ hanno ammazzato”».

Aldo Cazzullo

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Pulsante per tornare all'inizio