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Claudio Baglioni 27 Giugno 2011

Solo e davanti un intero mattino

senza buchi di suono.

Ero sdraiato sulla poltrona all’aperto

come appoggiato su un lato

della mia finestra sul mondo.

C’era meno elettricità nel cielo.

Meno smania nel mare.

Meno umidità nell’aria.

E meno adrenalina dentro.

Il gabbiano di nome Lampo

– ma lui non lo sa –

restava immobile

sul tetto bianco a cupola

del dammuso accanto

a fissare l’orizzonte.

Io pure guardavo

seduto a gambe conserte

senza pensieri

senza più urgenze

senza cose da fare.

‘Sùsiti’ era appena finito.

Se fa bene spalmarsi sul corpo

quella bella pigrizia del giusto,

di chi è a posto col proprio dovere,

quella tiepida aromatica colla

che rimette insieme i tuoi pezzi,

non si può invece far star ferma la testa e svuotarla di ogni congegno.

Mentre lo spazio che serve

è tutto compreso

tra le dita abbandonate

delle mani e dei piedi,

la mente non riesce a stoppare

la conta del tempo.

Ci si sente in difetto

a non avere un’idea,

un ricordo, una gioia, un dolore.

Sembra quasi uno spreco.

L’ozio è una scelta possibile.

Si perdona, si ammira.

Il riposo, al contrario, è una colpa.

Ogni istante è una goccia di vita

di un rubinetto che perde.

Cercando di chiuderlo,

di stringerlo forte,

invano inseguivo una preda qualsiasi

su cui puntare il mirino delle mie riflessioni.

Un safari confuso

nell’immensa savana degli occhi socchiusi.

Poi, tutto a un tratto, un’ombra che fugge.

Indistinta, sfumata.

Una fitta di malinconia senza nome.

Un’ansia con il volto celato.

Un allarme attufato.

‘Susiti!’

Ristorarsi di gloria

è una sosta di qualche momento.

Un breve intervallo.

Un colpo di pettine.

“Mai cullarsi sugli allori”

diceva mio padre.

Mai crogiolarsi alle pallide luci artificiali nella casa-museo delle benemerenze.

Mai spolverare troppo i trofei.

Lucidar le medaglie.

Ripassare in rassegna le onorificenze.

Il vanaglorioso va a caccia di premi.

Gli preme- eccome- esser premiato.

La settimana trascorsa

in tre giorni

ne ho presi ben due.

Quando li si riceve

non si sa mai che dire.

Si ascolta compunti la motivazione,

si osserva curiosi l’oggetto,

si legge come sorpresi

il proprio nome e cognome sulla targhetta e infine, chiedendo silenzio al clap clap delle mani, si esclama il solito timido enfatico pudibondo sensazionale grazie.

Condito da un discorsetto di circostanza.

Q.B. Quanto basta.

Tra la consegna e il ritiro

dell’ultimo avuto

mi è scappato detto:

“al posto di fare un encomio

e di dare merito a chi fa qualcosa

per gli altri,

non sarebbe più giusto punire

chi non lo fa,

chi si tira indietro

chi omette un soccorso?”

Siamo un po’ incoerenti.

Si partecipa spesso a iniziative di beneficenza, si fa a gara di solidarietà, si compilano vaglia e s’inviano sms e poi non si pagano tasse e tributi.

Cioè il primo civico modo di partecipare al bene comune.

Il vicendevole patto

per darsi una mano

nel male, in disgrazia, nella minore fortuna.

Fondamento di una società.

‘Campioni di generosità gli italiani’

decretava compiaciuto e compiacente

il presentatore tv

alla fine di una raccolta di fondi.

Noi: il primo paese d’Europa

e il terzo del mondo

per evasione fiscale.

Come minimo un po’ stravaganti.

Come quelli che s’ammazzano

di esercizi di step in palestra

poi si arrabbiano se salendo a casa

l’ascensore è fuori servizio.

Qualche giorno più tardi

ero steso sul divanetto

di fronte a un’altra finestra

ma su un mondo diverso.

Anche qui c’era un mare.

Però un mare di tetti e di cime di alberi.

E nel cielo gabbiani.

Gabbiani di città

senza un nome.

Pure loro come gli uomini,

girano sconosciuti nella metropoli.

E c’era aria di pioggia.

Stava per giungere.

Lo sentivo.

La sentivo.

Pioggia improvvisa

di un mezzo pomeriggio

in una torrida estate di città.

Annuncio di nuvole incinte

sulla bacheca del cielo.

Odore umidiccio di strofinacci stesi

su una maniglia di stufa.

Dopo poco è arrivata,

macchiando i vetri e il terrazzo.

Uno sfogo. Una liberazione.

Un pianto di gioia.

Acquasanta che bagna la terra e la fronte, che lava i peccati.

Che annaffia i proponimenti.

Disseta il deserto di buone intenzioni.

Piange commossa per tutti quelli

che non lo sanno più fare.

Ho preso la chitarra vecchia

e ho suonato a tempo di pioggia.

Lacrime e note

fanno una musica così bella

che non smetteresti mai.

Qualche altro giorno

ed eccomi nel luogo d’inizio.

Ora è sera.

Alle spalle un finale di sole

e davanti una striscia di rosa

nel celeste uniforme.

Sono solo. Appoggiato alla stessa finestra sul mondo.

Lampo il gabbiano – ma lui non lo sa –

fissa l’orizzonte lontano

dal dammuso qui a fianco.

Dal Facebook Ufficiale di Claudio Baglioni

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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2 commenti

  1. Acquasanta che bagna la terra e la fronte, che lava i peccati.

    Che annaffia i proponimenti.

    Disseta il deserto di buone intenzioni.

    Piange commossa per tutti quelli

    che non lo sanno più fare.

    parole veritiere e sante grazie mago

  2. gabbiani…distese infinite di cielo aperto…ho sentito il mare…quello vero… beato lei…………………..

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