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Umilmente, in risposta a Vasco

Come nessuno Baglioni ha raccontato l’amore. Dall’inizio, quando gli oggetti delle sue canzoni sono diventati simboli, la maglietta fina, l’automobile Camilla, la cartolina militare, il faro, la lampada Osram. Termini criticati come “accòccolati” o “passerotto” hanno comunque scavato una traccia nell’immaginario collettivo, riuscendo a emergere in un periodo difficile, di forti contestazioni sociali e politiche che sembravano non riguardarlo.

“Niente eskimo, – scrive Francesco Persili nel blog raccontandoclaudio- niente pugni chiusi, piuttosto ci si perdeva dentro il rosso di un tramonto e s’inciampava dentro un bacio all’improvviso. Lungo er Tevere che andava lento lento si tirava l’alba.”

Descrizioni fittissime, inserimenti di discorso diretto ed espressioni colloquiali ma col tempo le descrizioni minuziose del mondo che lo circonda si arricchiscono di riferimenti poetici alti, come nel caso di “Fotografie”, che richiama Federico Garcia Lorca e la sua La casada infiel nelle immagini dell’orizzonte di cani e della lei sporca di baci e sabbia, o appunto “La vita è adesso”, che vede in quell’aria tenera di un dopocena un riferimento preciso all’immagine di Pierpaolo Pasolini in Poesie in forma di rosa.

Pensiamo a “La vita è adesso”.

Sulle armonie solide e una melodia che, al solito si snoda su più di due ottave, mai una riga di testo ripetuta, anche lì dove la struttura concederebbe la ripetizione, come nei ritornelli. La parola declina in mille modi, non abbandona mai la curva melodica, la satura, ma all’ascolto tutto poi è leggero.
Gli accordi caldi e marziali del pianoforte introducono quella che rimane una delle poesie più belle e profonde di Claudio.
Intanto l’entrata: “La vita è adesso” è un’intuizione fantastica (e forse anche un richiamo a Joyce). Ci si aspetta un aggettivo (la vita è bella, difficile, strana) e arriva un avverbio di tempo. Avverbio che rigenera la frase, la rovescia e la trasforma, si compie. E la canzone può incominciare.

La metafora del vecchio albergo che è questa nostra terra, il neologismo dei cieli smarginati di speranza, l’ossimoro dei silenzi da ascoltare, il paradosso che fa sì che ti sorprenderai a cantare. In un pugno di accordi che compongono la prima strofa già il poeta ha colpito da ogni parte, con tecnica e ispirazione, genialità e poesia.

Tutto si vede. E la telecamera continua a girare. Passano pomeriggi appena freschi (poesia alta) che ti viene sonno (ritorno a terra, tramite il parlarti diretto, in faccia, uscendo dal lirismo, per toccarti epidermicamente, farti avvertire quella sensazione precisa); e poi un panteismo di campane che girano le nuvole, tavolini dei caffè all’aperto bagnati dalla pioggia fresca, musi dei bambini contro i vetri, prati che si lisciano come gattini animandosi nella brezza serale.

Le strofe montano con immagini straordinariamente vive, per preparare chi ascolta alla resa dei conti, alla domanda che annuncia l’inciso: chi sei tu? Tu/Io Claudio, sei semplicemente un uomo tra tutti gli altri, che spinge avanti il cuore ed il lavoro duro di essere uomini e non sapere cosa sarà il futuro, alla ricerca tenera e disperata di un bene più profondo, da riscoprire in un tramonto in cui una gioia è così forte e sentita che fa male più della malinconia. Superbo Baglioni, che come Umberto Saba cerca la realtà, non in voli pindarici ma negli elementi quotidiani, dove l’essere è più forte dell’immaginare di essere.

Ecco allora che sembra parlare col suo pubblico quando scrive “e tu che mi ricambi gli occhi in questo istante immenso”, e umilmente affermare che si corre insieme, che tutti siamo sullo stesso treno con le stesse debolezze e le stesse speranze. Perché non nella certezza ma nel dubbio quotidiano tutto si compie, anche quell’attesa, quella speranza di “un vento nuovo tra le braccia”, o di “qualcuno che si curvi verso te”, che fa sì che il viaggio non abbia mai fine.

Pensiamo a Mille giorni di te e di me

L’intro del piano, con quel puntello sulla nota acuta che poi si allarga con gli accordi minori di settima. Non più una piccola storia di provincia o di quartiere, ma la storia delle storie, dove “te” e “me” assurgono a simboli assoluti in quel tempo (mille giorni) in realtà incalcolabile, ma non eterno. Criptico in partenza, in quel nascondersi che è un “fondersi” e un “confondersi” l’uno nell’altra fino a non farsi più trovare, sorprendente in quel “processo” all’amore finito, con tanto di imputato alla sbarra, geniale in quella peripatetica che dice che la sua storia va a puttane e continua con “sapessi andarci io”, profondamente “Baglioni” quando canta “volevo averti e solo allora mi riuscì quando mi accorsi che ero lì per perderti”, e infine sublime quando, giunto “il millesimo giorno” fa rivivere agli amanti la stessa scena del primo giorno “solo che andavamo via di schiena”, Claudio scrive il brano d’amore del terzo millennio, forse una delle poche canzoni dell’epoca moderna che non avrà paura del tempo, con quella capacità di presa e di essere evergreen che sembra non essere più requisito del nuovo scrivere canzoni.

Magia di un artista che colloca la melodia su tre ottave differenti e riesce a rimanere poetico pur giocando in maniera ossessiva con le parole, rendendo transitivo l’intransitivo, (“finimmo prima che lui ci finisse”), relativizzando la “polarità” dei significanti (“senza far niente e niente poi c’era da fare”) e sdoganando i significati (“noi due imparammo insieme a non capire mai”).

Vincenzo Incenzo

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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2 commenti

  1. Complimenti per la splendida analisi….sono rimasta incantata..poi essendo “La vita è adesso” la mia canzone preferita del Grande Mago (insieme a tutto l’album…), con questa analisi splendidamente dettagliata mi hai fatto un grande regalo.
    Mille grazie.
    Buona vita a tutti!

  2. condivido parola per parola….

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