Home / In evidenza / Intervista Baglioni su Famiglia Cristiana

Intervista Baglioni su Famiglia Cristiana

IL FIATO CORTO DI LAMPEDUSA

O’SCIA’ SIGNIFICA “MIO RESPIRO” ED E’ IL TITOLO DEL CONCERTO CHE DA DIECI ANNI CLAUDIO BAGLIONI ORGANIZZA SULL’ISOLA IN FAVORE DELL’INTEGRAZIONE. “OGNI ANNO SPERIAMO CHE SIA L’ULTIMO”.

DI ANNACHIARA VALLE

“Il prossimo non è soltanto l’altra persona, è quello che avverrà, è il futuro. E’ la chiave dell’esistenza individuale, ma, anche e soprattutto, di una società che vuole sopravvivere”. Claudio Baglioni, in partenza per Lampedusa, mescola sorrisi e pillole di umanità.
Nei locali della Fondazione O’Scià racconta i dieci anni della manifestazione dedicata all’integrazione tra culture. Ne ha fatta di strada la barchetta di carta, simbolo della rassegna, “gonfiata dai tanti fiati di chi ci ha creduto, di chi ha partecipato, di chi non resta solo a guardare”. O’Scià, il saluto dialettale che si scambiano i lampedusani, significa proprio “fiato mio”, “mio respiro”, ma, da quando, nel 2003, è partita questa grande kermesse, ha preso anche il significato di “Odori, Suoni, Colori d’Isole d’Altomare”. Il respiro è arrivato lontano: “Ne ho trovato tracce in America latina, in Giappone”, sottolinea Baglioni. “La nostra è sicuramente la manifestazione più continua, tra quelle che si agganciano a tematiche sociali, e più conosciuta. Sulla spiaggia della Guitgia, che in arabo significa approdo, siamo partiti quasi per caso con un piccolo palco e oggi abbiamo un enorme palcoscenico”.

Si aspettava, dopo dieci anni e 300 artisti portati sull’isola, di essere ancora qui a parlare di sbarchi, di gente che muore?

“Avrei sperato di no. Certo non pensavo che dei cantanti, degli artisti potessero risolvere il problema. L’arte non cambia il mondo come ci si era illusi negli anni Sessanta. Ma mi sarei aspettato che i Governi, le istituzioni intervenissero diversamente. Dopo la prima rassegna, nel 2003, pensavo che la cosa finisse là, con quel concerto. Invece l’anno dopo ci siamo ritrovati di nuovo e ogni anno siamo andati avanti pensando che fosse l’ultimo. Un pò perché è difficile organizzarlo, un pò perché speravamo che l’emergenza avesse fine. Invece c’è la sensazione un pò perdente che la problematica dell’immigrazione non abbia soluzioni. L’abbiamo metabolizzata, sentiamo che ogni tanto c’è uno sbarco, che qualcuno ci rimette le penne, ma sono chiacchiere da salotto”.

La musica cosa può fare?

“Vinicius de Moares diceva che la vita è l’arte dell’incontro. La musica può far incontrare. O’Scià è la dimostrazione di una capacità di stare insieme, della possibilità di una convivialità. Noi artisti possiamo mettere a servizio di questa questione la nostra visibilità, possiamo riflettere e far riflettere gli altri”.

E’ una manifestazione che è nata un pò dal senso di colpa?

“Più che di colpa, di disagio. E di impotenza.La morte delle persone è terribile, è terribile la morte di ogni giorno e il non vedere un segnale di controtendenza. Quando ho cominciato O’Scià non potevo sopportare l’idea di rientrare in spiaggia con la barchetta carina dell’amico, dopo un bagno bellissimo, e di vedere la motovedetta con 150 africani sopra che rientravano anche loro, ma dopo ben altro viaggio e con la prospettiva di una serata ben diversa da quella che attendeva me. O cerchi un posto inesistente dove non ci sono poveri, storpi, problemi, oppure devi fare qualcosa”.

Com’è mutata l’Italia in questi dieci anni?

“Non siamo riusciti a prepararci a questo fenomeno. Fino a 25 anni fa avevamo gli stranieri che ci facevano comodo: quelli delle ambasciate, i calciatori, le modelle belle. Invece gli stranieri poveri che sono arrivati dopo ci danno fastidio. Ci sono arrivati dentro casa e non siamo stati in grado di fare una mediazione culturale interessante, di cogliere l’opportunità che le diverse culture, mescolandosi, potessero essere creative per l’Italia. Sarebbe una ricchezza per noi se i bambini nati in Italia da genitori stranieri fossero cittadini italiani a tutti gli effetti. Invece noi non siamo riusciti a inventare un mondo a colori. Da bambini, a scuola, disegnavamo l’indianino con il piccolo cinese e ci illudevamo che il mondo fosse un posto dove tutti andavano d’accordo, come nelle cerimonie olimpiche dove tutti si mescolano. Poi, invece, torni per strada e i problemi ci sono”.

Perché? Cosa è successo?

“Siamo rimasti vittime delle strumentalizzazioni. Si sono fatte politiche e polemiche sulla pelle delle persone. Certo, adesso che la Lega si è un pò spenta se ne parla di meno in termini di problema, ma il fenomeno resta. E ho paura che con la crisi le cose possano peggiorare. Si sente la frase:”Io li vorrei tanto accogliere, ma ho già i problemi miei”. Oppure può tornare quello che in maniera arrogante e un pò stupida si diceva qualche anno fa:”Prima noi”. Questo “prima devo salvare me” è una cosa che separa le persone. Dobbiamo provare a salvarci insieme, il “prima” da sempre fastidio.

FAMIGLIA CRISTIANA – N.39 – 23 SETTEMBRE 2012 

redazione

La redazione di doremifasol.org e saltasullavita.com è composta da tanti amici ed appassionati della musica di Claudio Baglioni. Un grazie a loro per il lavoro e l'aiuto apportato a questo portale - Per scrivere alla redazione usare wop@doremifasol.org - Capo Redattrice e coordinatrice: Sabrina Panfili [Roma]

Potrebbe interessarti anche:

 



Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.