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E chi ci ammazza

E chi ci ammazza.Attt…tenti, riii…poso, tacchi a terra, signorsì, signornò, le marce notturne, le marce nei torrenti, le marce e basta, ♫♫  caporale di giornata porta abasso i consegnà, la zuppa l’è cotta la zuppa l’è cotta venite a mangià  ♫♫, la libera uscita, il poligono di tiro, i campi e le manovre militari, i letti a cubo, la reazione fisica mattutina, le guardie in  caserma e nella  polveriera…
Era per me l’anno 1971/72, erano tempi quelli in cui lo stato si prendeva un’anno e mezzo della tua vita, o forse era meglio dire che era un periodo del quale non decidevi tu cosa farne, insomma, decidete voi come preferite chiamare e pensare quel periodo, certamente era un periodo che molte persone affrontavano semplicemente perchè si veniva chiamati per farlo e al quale non si poteva sfuggire.
Fare l’obiettore di coscienza in quei momenti era davvero eroico, si andava in carcere ed io eroe non lo ero, dovevo scegliere se esserlo, potevo scegliere se esserlo o meno e ho scelto di fare il vigliacco… penso a chi nella vita si è trovato una pistola alla tempia, o in una situazione analoga, in quel mometo o te la fai sotto o fai l’eroe,  però chissà se quelli che scelgono di fare gli eroi, eroi per forza, quando la pistola alla tempia non l’hanno più, sono ugualmente eroi come in quel momento? E quanti momenti nella vita ti chiamano a cose obbligate che per scelta non faresti, sorprendendoti di te stesso per quello che riesci ad affrontare, nelle cose grandi, roboanti, ma anche tante volte in mille piccole cose oscure dell’ombra della vita, quanti eroi che vivono in ombra e che davanti al sole, sarebbero loro stessi semplicemente e tranquillamente ombre felici di quel sole.
Un’ anno e mezzo a giocare alla guerra, la cosa brutta è che con il passare del tempo ti ci abitui… diventa uno stato di cose come una qualsiasi altra cosa della vita, come se fosse un grande gioco, non ci fai più caso se hai addosso un’arma e a cosa serve quell’arma, diventa un tuo indumento, una normalità… invece alla normalità di regole assurde che ti costringono ad accettare rigidamente, ai comandi molte volte assurdi o inopportuni, non ci si  abitua mai. Come si può accettare comandi e ordini dettati da uno stato di cose che non hai scelto di caricarti sulle spalle? Come si fa spesso e volentieri a non sentire un velo di umiliazione continuo nel passare in cortile e dover salutare una persona, solo perchè è superiore in ruolo e con il quale in quel momento non hai nessun contatto ne di servizio, e neppure di nessun altro tipo? Eppure lo devi fare e devi cercare di farlo meglio che puoi, altrimenti il “superiore” giudicando la sconvenienza del tuo saluto potrebbe punirti, consegnarti… e magari il tuo errore era stato non accorgerti che passava, oppure una mano portata male alla fronte, oppure il cappello messo male… e  le libere uscite negate perchè l’ufficiale di giornata, preso da mania di grandezza, giudicava che il nodo della tua cravatta non era fatto bene, o che la tua divisa non era in ordine… e quante altre stupidaggini del genere potrei scrivere!   Eppure c’erano uomini che diventavano soldati, lo diventavano a tutti gli effetti… e allora forse quegli ordini diventavano o erano sempre stati parte di loro, quell’ubbidienza dovuta era parte di loro così come lo erano  gli ordini, in un eterno girotondo di comandanti e di ubbidienti, ma se sentivi di fare il soldato quegli ordini dovevi accettarli, altrimenti il soldato non lo avresti fatto… uomini che diventavano soldati e che soldati dovevano essere a tutti gli effetti, con le regole e con l’impegno dell’essere soldato. Ma chissà se un soldato quando ridiventa uomo nel suo tempo personale, è uomo fino in fondo, o rimane lo stesso soldato anche nelle cose normali della sua vita, nella famiglia, con gli amici, con i suoi affetti? Forse le regole militari ti impongono di essere sempre soldato, se quelle regole non riesci più ad accettarle, non dovresti più fare il soldato, ma credo che per molti la copertura di una divisa fa comodo, quando la indossi e anche quando non la indossi, regala una copertura e gratifica un proprio ego, o io che dir si voglia, all’altare del quale alcuni arrivano anche ad offrire oltre i propri sacrifici obbligati dal dovere, anche … i sacrifici degli altri.
E il nonnismo… da me parecchio subito, parecchio combattuto, e un poco vinto quando gli obblighi dei “microbi” diventavano favori che ti venivano fatti da persona che non sapevo nemmeno chi fossero… e che piacere trovare un letto fatto quando rientravo da una licenza, o da un servizio che mi prendevo la briga di fare al posto di qualcun altro.   Già, nei primi mesi una cosa che mi piaceva molto fare, era fare la guardia in una polveriera che si trovava in una campagna sperduta. Mi trovavo in Friuli, mi piaceva la solitudine delle ore passate in quella garitta sospesa nel vento, solitudine accompagnata dai miei pensieri e dai miei sogni, dai miei progetti di domani e dalle mie riflessioni su ciò che mi ero lasciato indietro e che non mi aveva rincorso, aspettato, cercato…  e il vento passava nei campi di granoturco e fra le foglie degli alberi suonando la sua canzone, canzone che a volte diventava rumore che rompeva la mia tranquillità con la paura delle ispezioni, la paura di farsi sorprendere dalle pattuglie di servizio che venivano a vedere se la guardia faceva il proprio dovere, ma sempre ero vigile, con gli occhi alla spazio intorno e con la mente agli spazi dentro di me.
Con il tempo che passava è cambiata anche la mia situazione, sono diventato furiere e le mie giornate passavano poi sostanzialmente in ufficio, praticamente un imboscato.Curiosamente non avevo la completa agibilità di tutti gli uffici della caserma perchè alcuni miei “peccati politici di gioventù”, credetemi sulla parola, abbastanza veniali, mi avevano causato una segnalazione e questo mi aveva portato dei limiti ai miei movimenti, in ufficio della mia “compagnia” ci stavo sotto la garanzia del mio Comandante di  Compagnia, non ne faccio il nome anche se lo ricordo benissimo, non ce n’è bisogno, di lui posso dire che sotto la divisa del militare di carriera, qualche spazio di umanità se lo prendeva spesso.   Il lavoro in fureria era piuttosto noioso, anche se a volte sentivo la responsabilità di gestire piccoli servizi e piccole libertà dei miei compagni d’avventura, però al di la di questo, le ore di lavoro erano abbastanza poche e in particolare mi servivo della libertà che quella posizione mi lasciava per soddisfare qualche possibilità di rendere meno pesante il servizio militare.   Così la domenica spesso mi mettevo di pattuglia, a dire la verità quando potevo lo facevo anche nei giorni feriali, ma era più difficile farlo, dipendeva da un insieme di cose, legate all’impegno stesso d’ufficio, che non sempre combinavano al meglio. Era una cosa che facevo davero volentieri e che mi faceva apprezzare dai miei compagni che si trovavano qualche possibilità in più di domeniche libere, per molti di loro che abitavano vicini, era la possibilità di andare a casa in giornata o in fine settimana, per me che ero lontano da casa erano spazi aperti e fuga dalla noia dei muri della caserma e dell’ufficio come elemento naturale del mio tempo di vita. Fare le pattuglie significava, per noi che eravamo un corpo para alpino, nel  verificare le postazioni difensive che si trovavano dopo una ipotetica linea di difesa che poteva venire superata dal “nemico”, cioè le opere che servivano a ritardare o a fermare l’invasione del nostro paese dopo che il “nemico” aveva rotto le prime linee difensive.   Una cosa anacronistica, un pò ridicola ormai nel tempo della tecnologia ormai spinta anche nell’esercito, dove ormai si ammazzava a distanza e anche in quegli anni ormai la cosa era acclarata… e poi il nemico era ormai improbabile che venisse da li, allora era ancora Yugoslavia, ma aveva i suoi pensieri e non erano certo quelli di invaderci. Erano spesso postazioni in cunicoli sul dorso delle  montagne, il nostro lavoro consisteva nel controllare che tutto era a posto ( e chi andava a toccare quelle cose?), firmare i documenti che comprovavano il controllo e praticamente, niente altro. ma a me piaceva molto, perchè significava avere molto tempo per andarcene a zonzo per i paesi, farci un buon panino con l’ossocollo e un buon bicchiere di merlot, andare a trovare qualche ragazza carina che al massimo regalava un sorriso in qualche bar dei vari paesi della zona… e assaporare un soffio di libertà e di tempo che sembrava recuperato alla nostra vita, un povero tempo certo, ma era meglio di niente.   Qualche picchetto nei paesi intorno in occasioni di manifestazioni a sfondo militare o religioso (!), occasioni dove eravamo un pò i divi della giornata e venivamo un pò coccolati nei festeggiamenti, ma un mio momento fra i più significativi,  veniva nei pomeriggi, quando praticamente non avevo più niente da fare.   Così uscivo dal mio ufficio, attraversavo un cortile che aveva per orizzonte il fabbricato della caserma, inseguivo la mia ombra in un’aria ferma, anche lei in attesa di una notte o di un sole che le desse colore, andavo a salutare uno dei miei amici in armeria, un caffè allo spaccio e poi…

…e poi era la fila per aspettare il mio turno per una partita a scacchi.

La partita si svolgeva in un magazzino di vestiti, mucchi di divise impignate come colline grigioverdi in una penombra che le faceva diventare misteriose e importanti, gli occhi attratti da una finestra con una grata che ci ricordava che stavamo in un mondo diviso e diverso dall’esterno, la scacchiera lì in mezzo dove le colline di panni grigioverdi formavano una valle, anzi, un fondovalle nascosto e protetto dalla loro severa presenza. La scacchiera era là, dove la luce della finestra arrivava meglio e gli scacchi d’ombra dell’inferriata si confondevano che le caselle bianconere della scacchiera, almeno cercavano di farlo, ma il nero pece disegnato sul legno vinceva sempre il confronto e il bianco del legno era troppo diverso da quello di una luce che che alla fine si rassegnava e diventava amica del nostro momento.
Eravamo molti a giocare, ecco perchè si doveva aspettare il proprio turno, ma si giocava tutti contro uno solo!
Qualche volta quando si trovava una qualche scacchiera in più, eravamo tre o quattro a giocare contemporaneamente contro lo stesso ragazzo, un ragazzo di Conegliano Veneto, un ragazzo che non ho mai sentito che qualcuno sia mai riuscito a battere, almeno nel mio periodo di leva.
Un vero campione, mentre noi ci dannavamo a cercare strategie restando con gli occhi fissi sulla scacchiera per cercare di capire quale mossa fare e prevedere quale conseguenza avremmo dovuto affrontare, lui se ne andava tranquillo per il magazzino, facendo magari qualche lavoro inerente la sua mansione, di magazziniere appunto, oppure addirittura leggeva qualcosa, addirittura guardava fuori dalla finestra inseguendo le strade dei suoi pensieri che camminavano sulle nuvole.
E noi li, davanti a quei re e a quelle regine, a quelle torri alfieri cavalli e pedoni che ci traballavano nelle mani nel decidere dove posarli… e dopo la nostra mossa lo chiamavamo e lui veniva e in un attimo ci cambiava la storia della partita che noi avevamo immaginato, ed era un’altra storia nuova da immaginare, un altro futuro da inventare, un’altro destino da affrontare… ma il destino alla fine portava sempre nello stesso punto, la storia aveva lo stesso epilogo, la sconfitta.
E io, io  con i miei compagni di avventura scacchistica (si può dire così?)… e chi ci ammazza… io e loro sempre li, e ci andava bene anche se ci andava male, l’importante era non farsi prendere dalla  malinconia, forse non c’era niente di così speciale, ma era bella quella gara con la certezza della sconfitta, era bello sapere che avremmo perso e che perdere al meglio posibile era una cosa bella. E’ anche li che forse molti di noi hanno imaparato meglio a perdere, a lottare contro la sconfitta perchè anche la sconfitta alla fine ci facesse un sorriso.
Noi li, in quel buio voluto perchè facesse atmosfera, con un silenzio che camminava sopra i panni ammucchiati, noi cavalli di razza a correre praterie di pensieri e a sfidare una sconfitta perchè non fosse troppo disonorevole, con la costanza di chi sa che si può essere eterni perdenti, noi sempre lì… e chi ci ammazzava? Nemmeno la malinconia riusciva a farlo, perchè li con il pensiero ai re e alle regine, ai cavalli legati ai loro movimenti obbligati e non liberi come noi cavalli di razza, eravamo insieme in un’amicizia che ci legava nel nostro essere perdenti.
Qualche volta qualcuno riusciva a far fare un pò più di fatica del solito al “campione”, sinceramente io credo che ero quello a cui riusciva un pò più degli altri e in quei momenti, mi trovavo attorno il tifo e il sostegno degli altri amici, a volte confondendomi con suggerimenti che mi sforzavo sempre di non ascoltare per perdere di testa mia, ma era un successo quando il ” campione” era costretto ad interrompere i suoi lavori di magazzino, le sue letture o i suoi viaggi di sguardi sulle nuvole per fermarsi una pò di più a pensare una mossa, quando lo vedevi con gli occhi fissi su una pedina di valore più o meno grande, quando lo vedevi aggrottare la fronte era il massimo della soddisfazione, insomma, sembrava un pò uno di noi in quei momenti, un Dio che tornava ad essere per un pò un uomo… ma poi prendeva la sua decisione e la storia riprendeva sempre verso il suo stesso epilogo di sempre… e qalche volta era lui a dirmi quale mossa fare per allungare l’agonia, forse non aveva mai ascoltato le parole di Claudio, che sia morte e mai ferita, ma li dalle ferite si respirava davvero un pò di aria buona, un’aria che non conteneva noia, malinconia, tempo fermo.
Poi tornavo in ufficio, attraversavo quel cortile con il sorriso di chi sapeva che perdere non significa non poter più giocare e già il pensiero era alla partita del giorno dopo, a come perdere con un pò più di miele di quel che è stato oggi.
Sconfitto si, io con tutti gli altri sempre sconfitti in quel gioco giocato contro un giocatore inarrivabile, sempre troppo forte per noi, come la vita.
E la partita contro la vita continuiamo a giocarla in ogni nostro respiro, in ogni nostro pensiero, mentre il tempo impazza, mentre il tempo scappa, ma ad inseguirlo poi ci penseremo dopo, ora siamo presi a vivere al meglio di come possiamo ogni nostro istante, tanto a noi, ma chi ci ammazza!

Renato

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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