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18/04/2015 Nota di Claudio Baglioni

Questo è un pomeriggio che sa di qualcosa.
Qualcosa di familiare e perduto.
Subito non riesco a capirlo.
E il naso, la lingua, la mente si mettono in caccia.
Forse è il profumo di foglie più nuove.
Il caldo riflesso del sole sul muro.
Il fumo volante di un’auto che passa.
L’aroma sfuggito da una cucina che si prepara alla cena.
Zittisco il mio cane che abbaia
perché mi distrae e non posso così indovinare.
E magari non è neanche un odore
ma sembra più un gusto.
Mi succhio le guance per tentar di sapere cos’è.
Assaggio le labbra, indago il palato.
Ecco. Ho trovato: è pane bagnato.
Inzuppato nell’acqua.
Intriso. Imbevuto. Gonfiato.
Ci sono cresciuto.
Da bambino non tutti i sapori mi andavano giù
e questo era il mio preferito.
Pomeriggi che non finivano mai
a infilare fruste, sfilatini e rosette
in bicchieri ricolmi di acqua
piano piano assorbita dal pane
che poi, gocciolante, sbocconcellavo svagato
mentre me ne stavo sbracato
nel vano della portafinestra
immerso in fumetti e storie fantastiche.
Era il mio nutrimento migliore.
Mi toglieva la fame, la sete e la strana malinconia
della mia pur breve esistenza.
Mio padre diceva a mia madre:
“Lo vedi quanto gli piace acqua e pane?!
Potrebbe vivere e star bene pure da carcerato.”
Come aveva ragione.
Un pezzetto di me è sempre rimasto laggiù,
prigioniero di un tempo lontano.
Perciò adesso, ogni tanto, evado al contrario
e ritorno lì dentro, dove tutto è possibile.
Persino la felicità senza niente.

redazione

La redazione di doremifasol.org e saltasullavita.com è composta da tanti amici ed appassionati della musica di Claudio Baglioni. Un grazie a loro per il lavoro e l'aiuto apportato a questo portale - Per scrivere alla redazione usare wop@doremifasol.org - Capo Redattrice e coordinatrice: Sabrina Panfili [Roma]

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12 commenti

  1. Qui l’ombra cade giù dalla tua mano
    e un orizzonte di cani abbaia da lontano
    e tua aggrappata ad una tenera e distratta primavera..

  2. Una decina di anni di differenza. O giù di lì. Ma genitori della stessa generazione. Genitori a cui quel pane era mancato. Racconti e ricordi di privazioni inimmaginabili per noi, bambini fortunati, nati in una Roma lontana dalla campagna e in un periodo di pace tra quelli che a noi oggi appaiono stenti, e ai nostri sembravano agi. Famiglie semplici. In cui ciò che contava era il lavoro, era la fatica per conquistare quel pane. Prezioso. Non un alimento e basta, che oggi evitiamo per dieta. Ma un dono prezioso da assaporare nel modo più semplice. Non eravamo noi che avevamo gusti semplici. Era la nostra storia che aveva quel sapore. E sapeva di buono e non so perchè ma noi ne eravamo consapevoli. Quanto ne ho mangiato allora di quel pane con l’acqua. Magari un pò di sale ed una goccia d’olio. Magari appena bollito che, in una Toscana vicina alla tua Umbria, si chiamava pappa. Era buono, era semplice, sapeva di casa. Confesso che, tempo fa, dopo davvero decenni, ho preso consapevolezza di non averlo mai fatto assaggiare ai miei figli ed una sera ho messo nel mio piatto del pane con l’acqua. Mi hanno guardato strano. Ho allungato loro un pezzetto. Cos’è? Sapore di infanzia, ho risposto. E sapeva ancora di buono.

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