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E Noi due La…

E noi due la…

In uno spazio che è dovunque, in un tempo che è stato e che ora certamente non tornerà mai più, perchè ora scorrono nuove nuvole e nuove acque in questo mio viaggio lungo terre di confine, apro il libro della vita e leggo una storia a caso, una storia che tanto mi ha insegnato e che avevo colpevolmente dimenticato.
Chiude la porta e scende di corsa le scale con quel suo passo dinamico che a lei piace chiamare pigro; guarda ancora una volta quel palazzo dal colore vivace che risalta nel verde dei giardini da cui è circondato, l’ osserva con la soddisfazione di chi vede qualcosa di realizzato nella vita. Un bacio tenero al figlio che se ne va già pregustando i giochi con i suoi piccoli compagni d’avventura, e via, a percorrere quella strada nella quale si sente la sabbia rubata dal vento alla spiaggia che è lì, solo a pochi chilometri. Una strada che la condurrà a prendere quell’autobus che la porterà in stazione dove c’è un’amica e un treno che l’aspettano.
Chiudo la porta, dopo aver fatto le solite raccomandazioni, ormai noiose, alla figlia che le ascolta con la benevolenza di chi sa che è inevitabile subire queste cose da un genitore, un saluto al genitore – perchè si è figli a tutte le età – con un vago riferimento all’orario di ritorno, un altro formale alla solita persona che sembra disegnata sulla porta del palazzo, e via, su un’auto sempre troppo piena, sia che si parta per pochi giorni o per un mese. E l’auto percorre la strada davanti casa che sembra quasi prendere l’ aspetto consueto di ogni partenza, quando si direbbe che i fiori dei giardini si facciano più belli e che il verde degli alberi si ravvivi per lasciare un buon ricordo che inviti al ritorno. Ma ora è partenza e si va, percorrendo strade spesso contornate dai fossi e dai pioppi, verso l’autostrada.
Il treno si muove lentamente e il groviglio di binari si riduce come si sbroglia una matassa. Il pensiero corre all’intreccio delle vicende della vita che si vorrebbe veder diventare lineari e assomigliare al filo che esce dalla matassa, ma ugualmente pronte a portarci ogni giorno in un nuovo viaggio, come queste rotaie sulle quali il suo treno si getta avido di nuovi orizzonti e di nuove avventure.
Lunga e diritta corre l’autostrada davanti a me, il motore canta allegro la sua canzone, un po’ di musica a scacciare la noia – come quel qualcosa che la mente ricerca nei momenti in cui non sa che fare – e la speranza, anzi la certezza, di una strada diversa che arriverà a regalare qualche momento di viaggio più piacevole, così come nella vita si aspetta sempre l’occasione di un nuovo colore, o di un nuovo vento a riempirci gli occhi e le vele.
Gli occhi incollati al finestrino, l’amica a ricambiare quegli sguardi che si riempiono dell’azzurro di quel mare che rincorre la ferrovia durante il viaggio, il carrellino che porta un caffé, ingoiato con avidità, e che basta sia decente per sembrare buonissimo quando viene bevuto con desiderio. Quando non c’è il mare ci sono le verdi colline di questa terra e i campi di girasole che sembrano insegnare la via da percorrere: ma non è necessario, il treno la sua via la conosce e la meta si avvicina.
Ed arrivano le colline, ed arrivano le gallerie e dopo, ogni volta che dal buio ritrovi la luce, ti pare di vedere uno scampolo di terra diversa, di voglia diversa e si rinnova la voglia di viaggiare intrecciando pensieri e parole con te stesso e cercando di cogliere la serenità offerta da quei lunghi filari di cipressi che portano a casolari fieri della propria solitudine. Autogrill, tanta gente che si aggira fra gli scaffali in cerca di un attimo di respiro, prima di ributtarsi a divorare l’asfalto e poi via, anche qui fra i campi di girasole che indicano la via del sole, ma pure qui non serve: so dov’è la mia meta.
Riappare un groviglio di binari che terminano in pensiline ordinate e brulicanti di persone: Roma, la meta, è raggiunta e fra non molto sarà sotto i suoi piedi il prato verde che riaccende i sogni, circondato dagli alberi di quello stadio che sembrano proteggere i sogni dal vento della disillusione. Lei sa che lui sarà là, sa che vedrà il carro su cui aveva viaggiato un’amicizia che avrebbe potuto andare lontano e ne sentirà il cigolio delle ruote con tutto il suo ingombrante ricordo. Quel carro non ha saputo farlo viaggiare e forse ora a lei non rimane nemmeno il rimpianto.
I caselli autostradali, poi i grandi quartieri e i viali alberati della capitale – con quel grande solco d’acqua che la attraversa e che fa da riferimento per guidarmi al prato verde che riaccende i sogni – infine, le statue intorno a quello stadio che fanno da custodi discrete e gentili delle mie illusioni. Io sò che lei sarà là, sò che sentirò il vento del ricordo di una amicizia fatta di tanti “io sono” diventati “io ero”, di tanti “facciamo e andiamo” diventati “io ricordo” e sentirò tutto il peso del tempo e delle energie consumate dietro un’amicizia alla quale non ho saputo dare aria.
E siamo lì, a pochi passi fra di noi e in mezzo ai nuovi amici, in mezzo a chi già ci ha aiutati a dimenticare quel breve tempo di lampi luminosi e di ferite, siamo lì cercando visi nuovi e visi mai dimenticati.
Ma anche un viso di un’amicizia passata non si può dimenticare e il destino ci prova sempre: passi sull’erba, inseguendo il presente e… eccoci, uno davanti all’altra, senza sapere se il nostro incontro è più effetto o causa, segno parallelo di una pausa nel silenzio e nella distanza che si è creato nella nostra amicizia finita e che sta a galla senza più nessuna gravità, persa ormai su onde di vita lontane fra loro. Non ci sono state promesse fra noi, accordi, tutto è stato solo frutto di casualità e non c’è un istante che non sia un ricordo per l’istante che viene dopo. I nostri sguardi si incrociano in un gesto istintivo di saluto…forse dovremmo parlarci, forse avrebbemmo ancora qualcosa da dirci, ma le parole non sanno uscire e la bocca rimane muta.
Si accendono le luci sul palco, Claudio appare e comincia, ancora una volta, a ricordarci che c’è sempre un sogno da fare, che si può sempre trovare una speranza di futuro…e, per fortuna, in fondo alle mani di Claudio, prima o poi, spunta sempre una chitarra o un pianoforte.
E la musica sale su a impregnare l’aria, sale su a riempire il cielo, strappando un sorriso alla luna e accendendo le stelle, danzando con i fasci di luce che danno un senso di irreale alle statue che contornano quello stadio…I tetti di Roma sono lontani, accarezzati da un vento nuovo che si vede e non si sente e sembra abbracciarci e portarci via, e noi due la, noi due che non sapremo più parlarci, e noi due la, con l’ultima stella da portarci via abbiamo solo saputo sfiorarci in un momento vago, che è fuggito via, lasciandoci di quella amicizia finita, forse, solo la nostalgia.

Renato

redazione

La redazione di doremifasol.org e saltasullavita.com è composta da tanti amici ed appassionati della musica di Claudio Baglioni. Un grazie a loro per il lavoro e l'aiuto apportato a questo portale - Per scrivere alla redazione usare wop@doremifasol.org - Capo Redattrice e coordinatrice: Sabrina Panfili [Roma]

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