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Quella mattina del 17 settembre

Quella mattina del 17 settembre tutto sull’isola appariva in una luce diversa. Avevamo compiuto un’opera mai tentata prima. Il gigantesco transatlantico Concordia, spiaggiato sulle coste di un paradiso terrestre, simbolo della imperizia umana da cui era scaturito un insopportabile lascito di dolore e di morte, aveva assunto la sua fisionomia più naturale: se ne stava finalmente dritto, dopo l’incredibile intervento di “parbuckling”. Il mondo – era il caso di dirlo, vista la copertura mediatica dei più importanti network del pianeta – era rimasto incollato per 19 ore ai teleschermi per seguire l’evento. Ci sentivamo tutti orgogliosi di aver partecipato ad una simile impresa.

Rientrando nella camera d’albergo per raccogliere gli effetti personali e fare ritorno a Roma trovai una sorpresa. Una riproduzione di un’imbarcazione d’epoca, evidentemente realizzata a mano, e un foglio di carta gialla, annerita ai bordi a guisa di pergamena antica, su cui erano state scritte queste poche parole, in un italiano incerto eppure straordinariamente efficace nella sua semplicità:

Isola del Giglio 16.9.2013

Caro Amico Gabrielli così se posso chiamarlo. Da Gigliese le voglio esprimere la mia gratitudine nei suoi confronti per come si è espresso verso di noi con tutte le sue preoccupazioni che ha condiviso con noi trasmettendoci tanta fiducia nei suoi confronti; che nel mondo di oggi è molto difficile ma la gente semplice ne ha tanto bisogno da chi ha delle responsabilità. Voglio donarle un pensiero e un ricordo una barca d’epoca fatta da un uomo di mare di questa isola in modo che nel tempo possa ricordarsi dei Gigliesi. Lo abbraccio calorosamente un abbraccio anche alla sua famiglia se anche non ho l’onore di conoscere. Con affetto come mi chiama lei da un lupo di mare Argentino.

Argentino, come tutti noi, non poteva sapere come sarebbe andata a finire quella nottata alle prese con la difficilissima sfida di raddrizzare la nave eppure, il giorno prima, mi aveva dedicato quelle indimenticabili parole che per lui avrebbero avuto valore in ogni caso, anche laddove l’esito dell’operazione fosse stato disastroso!

Il mio amico Argentino, al pari di tanti altri abitanti dell’Isola del Giglio, aveva accompagnato, con trepidazione e partecipata emozione, i lunghi mesi che avevano preceduto l’impresa. Mesi di aspettative a volte frustrate, di ritardi, di incertezze rispetto a questioni tecniche dove l’intuizione doveva necessariamente prendere il posto di esperienze che nel caso specifico mancavano.
Mesi di incontri e confronti, in cui mai i gigliesi si erano lasciati andare allo sconforto, in cui mai avevano acceduto all’imperante scetticismo, in cui i ritardi erano sì vissuti come eventi non positivi ma sempre inquadrati in un contesto complicato e dove l’imperativo era far bene e non fare necessariamente presto.

Argentino, che anche quella stessa notte del parbuckling, dopo una lunga giornata, all’ennesimo punto stampa e all’ennesima domanda insinuante dubbi sui tempi e sulle modalitá dell’operazione, prese la parola tra i giornalisti, nello stupore generale, e, facendo tesoro della sua consumata esperienza di mare, sentenziò: “Solo sulla carta due più due fa quattro, lasciateli lavorare in pace”.
In quelle stesse ore, mi avevano fatto la domanda più insidiosa, ossia che percentuale di successo prevedevo per l’intervento. D’istinto, e per dare il giusto conforto a chi in quel momento stava verificando nei fatti le tante simulazioni e gli infiniti calcoli su cui aveva lavorato senza sosta per mesi e mesi a tavolino e in laboratorio, guasconamente dissi “il 100%”. E soggiunsi che in ogni caso l’eventuale insuccesso sarebbe stata mia responsabilitá.

In quel frangente avevo la netta percezione che sì avevamo fatto un ottimo lavoro, che il Consorzio Titan/Micoperi aveva dato il meglio di sè, che l’Armatore non si era risparmiato, così come i colleghi dell’Osservatorio e del Dipartimento della Protezione Civile, ma che tutto a questo punto sarebbe dipeso soltanto dalla buona riuscita dell’operazione. Non ci sarebbe stata alcuna possibilitá di appello.

Eppure al tempo stesso avevo la certezza che Argentino e la stragrande maggioranza dei suoi coisolani avrebbero rivolto a tutti noi e a me in particolare un benevolo e comprensivo sguardo anche in caso di insuccesso, perchè il rapporto di mutua fiducia che avevamo costruito sarebbe stato ancora più forte di ogni avversitá. E quelle poche parole che lessi sulla pergamena mi diedero conferma che era proprio così.

Argentino e i gigliesi ci sono stati accanto ancora per lunghi mesi fino a quando il successivo 23 luglio la nave, che ormai aveva assunto la sua originaria e maestosa imponenza, lasciava le acque della piccola isola Toscana per raggiungere Genova, dove ci avrebbe restituito il corpo dell’ultimo disperso, il cittadino indiano Russel Rebello.

Grazie Argentino per avermi insegnato che la fiducia è il collante più potente di ogni comunità. Lo è stato per una piccola e incantevole Isola travolta da un’immane tragedia, che lo sia per il nostro Paese che da troppo tempo sembra averla smarrita!

Franco Gabrielli [Prefetto di Roma]

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