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Il trionfo di Baglioni e Morandi

Il trionfo di Baglioni e Morandi Quanto ci piace essere tristi
Ecco il motivo che sta alla base del grande successo dei ‘Capitani Coraggiosi’

Baglioni-Morandi-Foto-Facebook-Baglioni

di Rosamaria Alibrandi

L’Italia ha assistito, anzi ha partecipato, rendendolo possibile, al trionfo della stagione autunnale televisiva: il concerto in due serate del duo Baglioni-Morandi, di recente formazione ma di stragrande e annunciato successo. L’avventura musicale dei ‘Capitani Coraggiosi’, un viaggio in musica e parole tra realtà e immaginazione, verità quotidiane e fantasie sognate, divenuta lo speciale doppio evento trasmesso dal Palco del Foro Italico di Roma, ha superato lo share del venti per cento. Diverse fasce generazionali, per un totale di cinque milioni di italiani, hanno fatto il ripasso della loro vita.

Già la denominazione del tour, mutuata dal titolo del romanzo d’avventura e di formazione di Kipling, risalente ai tempi nei quali si leggeva (sì, ci sono stati, io c’ero) è una gran trovata: tra breve ci sarà chi potrà affermare con certezza che Capitani Coraggiosi è una canzone, proprio come, per citare Santo Piazzese, se domandi chi è Che Guevara corri il rischio di sentirti rispondere che era un rapper cubano.

Perché tanto clamore? I due vecchi volponi della canzone italiana, che cantano l’amore da sempre e ammiccano al sociale, politicamente corretti anche nelle scelte di vita, sono bravi, lo sappiamo. Cantano belle canzoni, e anche questo è vero; ma la ricetta non è di così facile esecuzione. Il punto è che da mezzo secolo – e sono tanti, cinquant’anni di canzoni -, cantano proprio di te, della tua vita, del mondo (cit.), evocando un’alba o una sera, un incontro o una perdita, il successo e la sconfitta, l’amore e l’amicizia. Diciamolo, più che un bagno di folla è stato un bagno di sangue. Per restare in tema canoro, un’operazione nostalgia canaglia, alla quale l’astuto Claudio Baglioni non è nuovo, se si considera la già avvenuta autopromozione a colonna sonora della nostra vita; associare Gianni Morandi all’impresa ha significato persino il recupero dei figli dei fiori, quelli che partono in volata sulle note di C’era un ragazzo. E poi, tutti, ma proprio tutti, un piccolo grande amore, da taluni proposto quale novello inno nazionale al posto del vieto Fratelli d’Italia, hanno diritto a ricordarlo.

In un certo senso, il pubblico ha potuto godere di uno show ‘eccentrico’, nato dall’idea geniale quanto in apparenza delirante di accostare Baglioni a Morandi, che ha perlomeno richiesto uno sforzo d’immaginazione, in quanto, fin qui, i due non sembravano avere nulla in comune. Il cantautore romano che nel tempo si è andato evolvendo, raffinando vocalità, temi ed eloquio, migliorando il proprio aspetto al punto che è esteticamente mille volte meglio oggi di quando era un ventenne sparuto al punto da meritare il soprannome di Agonia, si è affiancato al simpatico vecchio ragazzo, buono e semplice come la terra da cui proviene, che, però, alle scarpe grosse unisce il cervello fino, se, come si legge, sa magistralmente usare la rete ed è riuscito a diventare il re di Facebook.

L’esperimento è riuscito. Al di là dei tentativi dei Capitani di esprimere convinzioni sul coraggio e sull’umanità dolente, sulla necessità che vi siano, e che continuino a esistere ‘quei visionari senza i quali il mondo non sarebbe mai andato avanti e non avrebbe visto nient’altro che quello che c’era’ (Baglioni), e ancora ‘quelli che non temono d’aver paura e hanno la saggezza della follia e, senza aspettare che la tempesta abbia fine, imparano ad andare sotto la pioggia’ (Morandi), le canzoni del passato, quelle sì, funzionano sempre, e il patrimonio canoro di due mostri sacri, divenuto il nostro, sciorinato in tv, riesce perfino a sovvertire le regole degli spettacoli televisivi ai quali ci hanno abituato, pieni di parole, parole, parole (cit.). Talk show, appunto, con molto talk e poco show. E così economici, poi.

Finalmente la tv ci regala tanta musica al posto di tante parole? E allora può anche accadere che lo strano personaggio che si cela dentro ognuno di noi, dopo una vita di vessazioni subite da D’Urso e De Filippi varie, per una volta si ribelli e decida di cantare per due ore di seguito e per due sere di seguito.

Ah, eccola la sequela di successi storici cantati come ce li ricordiamo! Ma possibile che a nessuno sembri curioso che sappiamo a memoria i testi delle vecchie canzoni, mentre di quelle contemporanee stentiamo a ricordare il titolo? La bassa qualità è effimera, in modo evidente. Mentre una mediocrità per niente aurea dilaga, i collaudati stereotipi musicali diventano uno zoccolo duro. Le onde anomale dei ricordi, evocati dalle note del concerto dal vivo, per noi che fremiamo per l’assoluta mancanza di logica nei videoclip, depressi inconsapevoli ai quali piace da morire intristirsi, ci assalgono agrodolci.

Alla ricerca perenne del tempo perduto (più che d’un segno dell’età, si tratta proprio di natura disgraziata), ci tuffiamo nella nostra situazione di malinconia preferita con canzoni languide come sottofondo, che mutano sane banalità in qualcosa di pregnante e poetico. In realtà, la musica triste ci piace perché ci rende romantici: ecco cosa siamo sotto quella cinica veste di viveur, inguaribili romantici!

In effetti, uno studio della Tokyo University of Arts e del Riken Institute di qualche tempo fa ha svelato che le melodie malinconiche attivano sensazioni con valenze contraddittorie. Se suscitassero esclusivamente emozioni negative, smetteremmo, semplicemente, di ascoltarle; sembra però che ci aiutino ad affrontare la vita. Secondo la ricerca difatti, cercheremmo, ovviamente, di liberarci della tristezza vissuta attraverso l’ascolto delle canzoni, se questo provocasse solo sensazioni relative all’abbandono, alla solitudine, all’inutilità dell’esistenza. Invece questo sentimento di dolore, mediato dalle canzoni, finisce per incutere meno paura, per alleggerirsi, e aiuta ad affrontare le emozioni negative in maniera più lieve.

Sarà così; in ogni caso, sospirare col cuore gonfio all’amore dei vent’anni rievocando i mille giorni di te e di me, ricordare quanto è stato difficile dopo un disastro emotivo e/o lavorativo ricostruire se stessi con l’orgoglio di quell’uno su mille che ce la fa, convincersi che si può sempre ricominciare perché la vita è adesso, è sempre meglio che apprendere che, nell’ignavia generale, il nostro Paese sta facendo a pezzi la sua Costituzione. O no?

Fonte articolo

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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2 commenti

  1. di sicuro prima di natale

  2. salvatore livio

    Vi pongo un quesito potrebbe essere il 27 novembre l’uscita del cd dvd capitani coraggiosi? sondaggio vediamo chi azzecca la data?

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