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È Pavese il mio piccolo grande amore

Claudio Baglioni diventa scrittore: “È Pavese il mio piccolo grande amore”
“Adoro la cantilena musicale de La luna e i falò”

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Elisabetta Pagani per LA STAMPA

Il cantautore più romantico d’Italia nella vita non è poi così romantico. Anzi. «Mi rimproverano spesso – ammette – di essere sparagnino nei sentimenti. Non sono di quelli che stanno sempre a dire “ti voglio bene”. È che il mio è un mestiere quasi lunare, e forse quando metti tante energie in quello che fai capita di dimenticarti di chi ti sta più vicino». Claudio Baglioni non dimentica però i suoi fan. Dal suo profilo Facebook ogni tanto manda loro delle «lettere» – così ama chiamare i suoi post – rivolte a tutti ma «con l’illusione di scrivere a ciascuno». Tutte queste «lettere», un misto di irrequietudini notturne e pensieri dell’alba, di riflessioni intime e immagini del mondo osservato dalla sua finestra, compongono Inter Nos, appena sbarcato in libreria, la raccolta cartacea del diario social degli ultimi 5 anni del cantautore romano.

O è sul palco o su Facebook, non ha mai voglia di stare da solo?
«Anzi, è il mio passatempo preferito. Un’abitudine che ho per indole e per crescita. Sono figlio unico e sono venuto su da solo, con tanti pomeriggi passati accanto a mia mamma che faceva la sarta. È il luogo del mio ritiro, oltre che un modo per essere meno di ingombro. Anche il mio appuntamento con Facebook, se contiamo le lettere, era abbastanza rarefatto».

Il suo nome intero è Claudio Enrico Paolo. Nomi di possibili fratelli? 
«Allora era una consuetudine, ma io sono Claudio e basta. Fratelli ne volevo e li chiedevo spesso a mia madre, ma lei diceva che i bambini si compravano al mercato e che noi non avevamo abbastanza soldi. Io allora li mettevo da parte, e ogni tanto le dicevo “ecco, questi bastano?”. Ma mi rispondeva che i bambini erano rincarati…».

«Dormire è un lusso da giovani», scrive in Inter Nos. Che rapporto ha col tempo? E ha mai pensato a quando smetterà di stare su un palco?
«Ci penso già da 20 anni, ma per ora è molto più forte la voglia di starci su quel palco. Questo mestiere mi ha aiutato a rompere quella specie di velo che forse avrei sempre avuto con il mondo. Ero un ragazzino che guardava in terra, che ha cominciato a incrociare lo sguardo degli adulti verso i 14 anni. Mia madre diceva che dovevo guardare ad altezza ginocchia e non osare mai troppo con i grandi».

Un carattere che fa a pugni con il suo mestiere…
«Questo lavoro mi ha fatto girare il mondo e mi ha aiutato a non sentirmi quasi mai straniero, anche se ho sempre vissuto nella periferia romana. L’idea di smettere è dolorosa ma anche eccitante, il gran finale è bello per un artista».

E il suo, di gran finale? 
«Ogni tanto faccio le prove generali. Mi rimproverano di fare concerti lunghi, ma è perché cerco di affrontarli con la stessa emozione del primo ma anche dell’ultimo. Perché potrebbe essere l’ultimo».

Non avvertirà prima i suoi fan?  
«Lo farò solo a ultimo concerto avvenuto, non come tanti colleghi che annunciano l’addio e poi riappaiono».

È fra gli artisti più popolari. Lei, parlando di libri, ha gusti popolari o di nicchia?
«Ho letto molto. Il primo scrittore italiano che ho amato è stato Cesare Pavese. Adoro la sua capacità di scrivere, la sua cantilena così musicale. Tra i miei preferiti ci sono Lavorare stanca e La luna e i falò. Anche Erri De Luca mi piace molto. Poco tempo fa ci siamo incontrati e abbiamo parlato della bellezza della lingua italiana quando non è imbrigliata nella musica. So quanto è difficile usare le parole, e penso che la letteratura sia una scienza esatta, come la matematica».

Passioni straniere?
«Sono molto affezionato a Moby Dick: l’avevo letto a 18 anni e l’ho appena riletto. Come vede ho un approccio indisciplinato alla lettura. Ma anche alla vita e alla musica».

In una delle sue lettere-poesie scrive: «Potrebbe essere una soluzione […] fino alla prossima irrequietudine. Adesso mi taglio la barba e i pensieri notturni. E mi metto a guardare vago e lontano». È un irrequieto?  
«Abbastanza. C’è una canzone che non ho mai finito di scrivere in cui dico che sono mezzo semplice e mezzo strano. È così, ho due lati che combattono fra loro, quasi una schizofrenia. Da una parte amo le cose elementari della vita, il vento il senso dell’amore, dall’altra le complicazioni estreme. Nelle lettere raccolte in Inter Nos c’è molto di me: il mio mestiere, il mio ozio, mio padre e mia madre, l’Italia. Il tutto fatto con molto disordine, senza disciplina».

Le piacciono i social network?  
«Mi piacciono la velocità e l’immediatezza, non il dovermi esibire, già lo faccio abbastanza. I social danno la possibilità alla gente comune di avere uno spazio, ma noi abbiamo occupato anche questo, perché siamo voraci. Le lettere di Inter Nos sono venute giù un po’ come scrivo la musica, come un torrente quasi magico».

Nei suoi testi c’è molto romanticismo. Nella sua vita invece?  
«Tendo ad essere poco espansivo, forse anche per via della mia timidezza. E capita che mi rimproverino di essere poco affettuoso. Il romanticismo delle mie canzoni… penso sia più un’idea dell’esistenza. D’altronde il primo look che mi sono dato, quando a 15 anni sono diventato un ometto, era una specie di neo esistenzialismo: le maglie scure a collo alto, gli occhialoni da intellettuale… anche se poi erano da miope».

È stato l’anima di O’ Scia, festival dell’isola di Lampedusa. Le rotte dell’immigrazione stanno cambiando, ma l’emergenza resta.  
«Il fatto che esista da un quarto di secolo ci dice con quanta poca capacità la classe dirigente abbia dato risposte. Nessuno fa nulla, solo misure estemporanee senza alcun disegno».

Si riferisce all’Europa?  
«Sì. Chi fa annunci, chi costruisce muri… Non c’è una visione, non si trova un modello di convivenza. E il modello economico, che rimane misterioso ai più, non fa altro che arricchire i ricchi e impoverire i poveri».

Tornerete a fare O’ Scia?
«Siamo orgogliosi di quello che abbiamo fatto, ma quando un uomo pubblico si avvicina a una causa deve farlo con delicatezza. Il tema era spinoso».

Troppo spinoso?  
«Un mio collega diceva: “Meglio fare lotte come quella contro il tumore, sono tutti d’accordo”. Quel festival aveva in sé qualcosa di sincero, ed è finito quando ci siamo resi conto che il tema era stato un po’ metabolizzato, lo si percepiva come quei drammi che non cambiano mai, come la fame nel mondo. Magari un giorno si potrà tornare a quell’idea di incontro fra artisti e persone. D’altronde ormai sono mezzo lampedusano».

Dischi in arrivo?  
«Ho 6-7 ore di musica scribacchiata ovunque. E sto annotando delle cose: spero diventino presto delle canzoni nuove».

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