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#Sanremo2018 Sanremo, buona la prima!

“Buona la prima!”, direbbe un regista in questo caso: share alto, anzi, altissimo, il più alto dal 2000 ad oggi (primo dato, perché in fondo Mamma Rai a questo guarda tantissimo); risultato artistico molto buono (anche se sulla scelta delle canzoni si poteva fare di meglio, ma il “dittatore” a qualche compromesso avrà dovuto sicuramente cedere); ottima presenza degli ospiti, senza eccedere nell’effetto nostalgia, ne con i Capitani ne con il medley di Favino; grande spazio alla musica, come annunciato, anche gli attori hanno cantato (forse non benissimo, ma sicuro la loro ospitata è stata “diversa”); Claudio con il passare del tempo si è “smollato”, ed ha dato un taglio diverso a tutto, senza ombra di dubbi.
Prima di parlare dei bocciati, dei senza infamia e senza lode e dei promossi, in gara, mi permetto di parlare a parte di Claudio. Senza dubbio, vale molto di più come direttore, che come conduttore, ma questo già lo sapevamo. Molto bravo invece come spalla, anche nelle gag comiche, compresa quella un po’ forzata della scarpa della Hunziker, o quella telefonata per introdurre il cast del film di Muccino. Invece, di notevole spessore ed immenso coraggio l’inizio: il monologo iniziale rappresenta senza dubbio uno dei migliori interventi pubblici “non scritti” su che cos’è la forma-canzone, e nessuno potrebbe negarlo. Il contesto certamente non era quello giusto, ecco perché in molti avranno sbadigliato o cambiato canale, ma Claudio è stato coraggioso oltre ogni aspettativa (ma noi ci siamo abituati): scelta decisamente approvata, la prima di tante scelte anti-televisive (fatto non confermato dallo share, che invece è stato altissimo). Scelta che ha funzionato alla grande, molto televisiva, e in linea con le aspettative, è stata l’ospitata di Fiorello, sia le gag che gli altri interventi (escluso “l’imprevisto iniziale” di baudiana memoria); bello l’omaggio a Bacalov, ma l’ospitata di Morandi l’ho trovata sottotono rispetto a quanto effettivamente poteva essere, così come Tommaso Paradiso mi è sembrato fuori contesto. Degli attori del film di Muccino ne potevamo sicuramente fare a meno, ma l’idea di farli cantare e di limitare la promozione del film al minimo l’ho trovata funzionale, omaggiando anche un brano storico della canzone italiana: con Favino nel cast, era ovvia e scontata, quindi bene così.
Passiamo ai i concorrenti,e partiamo come di consueto dai bocciati. Su tutti Elio e le storie tese, stanchi, senz’anima, presentano il brano peggiore tra tutti quelli che hanno presentato al Festival, decisamente forzato per sottolineare il loro addio (nonostante questo si mantengono simpatici, anche nella scelta del look); bocciato Giovanni Caccamo, il brano più brutto del Festival, e bocciati i Pooh divisi (con una leggera preferenza per Red Canzian); bocciata Noemi, che sembra cantare sempre la stessa canzone, ma mancando della grinta che la contraddistingue; bocciato anche Mario Biondi, un’atmosfera musicale molto bella che non si sposa con la sua voce in italiano, ne con il testo, decisamente troppo debole, un grande peccato; infine bocciati Le vibrazioni, che da anni propongono sempre la stessa musica, consapevole che però il brano potrebbe trovare un po’ di fortuna.
Tra i senza infamia e senza lode segnalo per primo Luca Barbarossa: una presenza molto elegante, e un buon brano, ma che poteva decisamente essere migliore, un peccato! Annalisa, bellisima presenza e bellissima voce, regala l’unico pezzo veramente sanremese e accettabile, nonostante il testo sia estremamente stucchevole e banale, però il brano funziona, e si propone come uno dei papabili per il podio (e la giuria demoscopico l’ha già messo in prima fascia); Renzo Rubino non mi ha convinto fino in fondo, ma la canzone è da riascoltare, e potrebbe tranquillamente salire di posizione; discorso analogo farei per Nina Zilli, che affronta una tematica interessante, ma mi è sembrata un po’ banalotta, anche se la sua presenza è decisamente signorile; il duo Diodato/Pacy rasenta appena la sufficienza, mentre il primo brano dei The Kolors in italiano ha il pregio di essere molto orecchiabile, ma decisamente poco memorabile.
Arriviamo così ai promossi: per primi mi sento di nominare i Decibel, che confezionano un buon brano, abbastana originale, che merita sicuramente un nuovo ascolto, perché non è per niente leggero, e decisamente poco adatto per il pubblico sanremese; Lo stato sociale segue la falsa riga di Gabbani, con la vecchia che balla che è uno show dentro lo show: si assicurano voti da casa, e consensi in platea, diventando così potenziali vincitori; il brano funziona, ma siamo anni dietro all’intuizione di Gabbani. Restano a mio parere i cinque brani migliori: un’atmosfera notevole emerge dal brano di Avitabile e Servillo, che merita un nuovo ascolto, anch’esso anticonvenzionale per il Festival; Il brano di Vanoni, Bungaro e Pacifico si conferma uno dei brani meglio costruiti di tutto il Festival, sia per il testo, che per la tematica e per l’intensità musicale che ne traspare: coraggiosa la Vanoni, ma esibizione non ancora al meglio, sono convinto che migliorerà nel corso delle serate; Ron stupisce con Almeno pensami di Lucio Dalla, in cui si sente tutta la poetica del cantautore bolognese: un po’ troppa timorosa l’interpretazione, ma si fa perdonare grazie ad un arrangiamento strepitoso ed evocativo. Ermal Meta e Fabrizio Moro, i vincitori annuciati, confezionano un bel brano, ma che ha anche delle pecche: il brano funziona più che per la tematica per la scrittura, anche se si sentono le differenze di stili tra i due/tre autori (più graffianti i versi di Moro, meno quelli di Meta), però i due interpreti si possono amalgamare ancora di più; il brano avrà senza dubbio una grandissima fortuna e, se anche non è il miglior brano che si poteva fare sul terrorismo, forse è il brano di cui avevamo bisogno. Ultimo posto, che poi sarebbe il primo, per la storiella di Max Gazzè: il brano è il più anti-telvisivo e anti-sanremese della serata, ma la qualità viene premiata (e speriamo vivamente vada sul podio); è un ottimo esempio di come musica e parole, così care al Direttore Artistico, si possono fondere e amalgamare in un tutt’uno capace di emozionare.
Una parola sui due conduttori. Lo schema è completamente rivoluzionato: niente vallette, ma un trio decisamente poco equilibrato, che vede la Hunziker al timone, sfruttare la sua bellezza, il suo sorriso ma anche il suo talento dietro ad una telecamera; Favino e Baglioni le sono spalla, e Favino è decisamente bravo nel farlo (anche Claudio, come già detto), ed ottimo nel medley di successi che ha scatenato e fatto sorridere l’Ariston (e crediamo anche il pubblico a casa). Si poteva fare di meglio? Partendo dall’idea che sempre si può fare di meglio, lo si poteva fare anche questa volta. Grande tensione all’inizio, nonostante Fiorello, che si è smollata nel corso del tempo. Tra i pro, gara molto snella, e la musica al centro. Che musica? Una musica che forse non ci aspettavamo di vedere, almeno in un palco come quello di Sanremo. Per ora, i dati sono a favore del Direttore Artistico. Che tra l’altro si è divertito a comporre la sigla, che a noi baglioniani non può non ricordare l’inno dell’Atletico Van Goof, ma è una cosa tutta nostra.
Certo, ce ne sono tante di cose tutte nostre in questo Festival. Alcune ora sono alla portata di tutti: l’eleganza e la finezza di Claudio, e la sua finezza intellettuale. Altre non sono ancora alla portata di tutti: chi sa che dietro i tre colori, qui semplicemente i colori delle tre fasce della giuria, si cela la poderosa poetica delle Vie dei colori? Noi lo sappiamo, gli altri no. La speranza è che in tanti la possano scoprire.
In attesa di una serata migliore ancora di questa, ci godiamo questo successo.
Momento più brutto? Il dialogo tra Morandi e Paradiso. Momento più bello? E tu tra Fiorello e Baglioni, brano che emoziona nonostante gli oltre quarantanni: bellissimo anche il fatto che il suo autore lo abbia affrontato in modo scanzonato e divertito, tirando fuori la voce dove necessario. Momento più emozionante? Claudio che con le mani invita il pubblico alla carica. Ma questo lo capiamo solo noi baglioniani. Stasera, se va tutto bene, si salterà sulla vita. A stasera!

Luca

Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, laureato in lettere moderne e attualmente studente di Filologia moderna, scienze della letteratura, del teatro e del cinema; maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori della città, suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

2 commenti

  1. Coriandoli di infinito non si ascolta spesso in tivvu’ direi

  2. Sull’ospitata di Morandi, mi è spiaciuto che abbiano proposto una cosa già sentita (per quanto bellissima!). Era doveroso proporre una cosa nuova, visto anche che Capitani Coraggiosi è andato in onda su Raiuno…

    Alla fine del mash-up di Favino, la galleria ha proseguito cantando Battisti. Qui nè Baglioni nè Favino (e si evidenzia in qs caso la loro inesperienza) hanno continuato a cantare col pubblico, magari invitando i musicisti a seguirli. Un Bonolis qui avrebbe acceso l’Ariston e anche il pubblico da casa cogliendo al volo l’entusiasmo del teatro.

    La Hunziker è sempre un po’ troppo entusiasta, ma è navigata e conosce il mezzo televisivo. Serviva.

    Il monologo iniziale era pura essenza baglioniana! Gli ho voluto bene in quel frangente… Questo è Claudio, i fan lo sanno. Si è presentato a tutti per quello che è, a dispetto delle logiche televisive e del “ritmo” che pare indispensabile per non scoraggiare il pubblico da casa. Che infatti è rimasto.
    Nessuno della stampa lo ammetterà mai, ma avevano prefigurato un audience tragico per qs festival. Ora tutti celebrano Baglioni…

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