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Non abbiamo paura a chiamarti “poeta”

«Non so se sono stato mai un poeta / e non mi importa niente di saperlo» scriveva il grande e immortale Pierangelo Bertoli; «i poeti, che brutte creature, / ogni volta che parlano è una truffa» sentenziava invece Francesco De Gregori, mentre, nella versione edulcorata successivamente da Fabrizio De Andrè, i poeti diventavano «strani». Sembra che i nostri cantautori non amino particolarmente essere definiti “poeti”, ne amino in fondo la categoria; a scriverne l’attacco più grande è stato forse Roberto Vecchioni, proprio lui, il professore che insegna “Forme di poesia in musica”, che ha teorizzato la “forma poetica della canzone”, lui che ha insegnato Archiloco ed Eschilo, Omero e Saffo, Catullo e Properzio; proprio lui, nel 1975, attaccò veemente i poeti:

«I poeti si fanno le pippe
coi loro ricordi
la casa, la mamma, le cose che perdi
e poi strisciano sui congiuntivi
se fossi, se avessi, se avessi e se fossi,
se fossimo vivi».

Eppure, noi fan quando vogliamo lodare un cantautore per le sue parole, lo definiamo “poeta”. Che contraddizione. Come mai succede questo? Provo a ragionare insieme a voi.

Mi viene subito in mente la cosiddetta funzione poetica del linguaggio, teorizzata dallo strutturalista russo Roman Jacobson: secondo il linguista, la “funzione poetica” è una delle sei funzioni della lingua e delle parole, e agisce quando le parole non indicano semplicemente un oggetto o un contenuto, ma lo denotano anche attraverso il suono e una forma bella, ornata, attenta. Alle origini del linguaggio umano la funzione poetica era molto presente; i primi uomini infatti, nell’inventare le prime parole, cercavano di ricreare, con i suoni vocalici e consonantici, tutto quello che vedevano, soprattutto le emozioni che sentivano: suoni duri per le emozioni negative, suoni dolci per quelle delicate e positive, molto banalmente (quello che, nella poesia più togata, si chiama “onomatopea”: forse ricorderete a tal proposito qualche poesia celebre di Giovanni Pascoli). Forse è questo che rende “poetico” il linguaggio.

Certo, con la storia della cultura si è preso a definire “poetico” tutto ciò che appartiene alla sfera della poesia, un’arte ben consolidata in cui le parole non vengono utilizzate soltanto come veicolo puramente comunicativo (proprio come nella “funzione poetica del linguaggio”), ma che si strutturano all’interno di un testo legato a leggi (la cosdidetta metrica), e che vengono scelte una per una anche per suggestioni foniche, per diversi livelli di significato e per l’effetto emotivo che trasmettono. Da qui, emerge un’idea di “altezza” della poesia, come di qualcosa che “nobilita” il linguaggio, che tutti noi utilizziamo ogni giorno, perché ci dà emozioni intense, e lo fa non solo nella comunicazione “ordinaria” (ci emozionano anche le ulra della madre, o il “ti amo” della fidanzata), ma in una comunicazione artefatta, artistica, fatta apposta per creare e dare emozione.

Per questo oggi definiamo “poetico” anche tutto quello che ci dà emozioni più o meno “alte”: può essere poetica una musica, può essere poetico un abbraccio o un tramonto, o può essere poetica, al limite, anche una rovesciata di Cristiano Ronaldo.

Ma come mai i nostri cantautori rifiutano l’idea di essere portatori di “emozioni alte”? Forse perché quelle che fanno «sono solo canzonette, dunque emozioni da quattro soldi? Ciascuno di noi può smentire questo: le emozioni che proviamo con le canzoni sono intense, profonde, alte, sia quelle del Nostro, che quelle di altri cantanti e cantautori.

Certo, la responsabilità di questa confusione è da imputare senza dubbio e in gran parte alla scuola. La scuola ha fatto passare nelle scorse generazioni di studenti (ma anche nelle attuali) un’idea di poesia un po’ alterata rispetto a quanto effettivamente la poesia è. Per questo i nostri cantautori non si vogliono sentir chiamare “poeti”, perché per loro i poeti sono gli intellettuali che si chiudono nei palazzi di un linguaggio astruso, lontano dal reale, che ha bisogno di essere decifrato nelle sue complesse figure retoriche (tendenza che, purtroppo, è prevalente nell’insegnamento della poesia italiana ancora oggi nella nostra scuola). Questo scriveva e cantava Vecchioni nel 1975, forse sull’onda dell’ermetismo di Quasimodo,o con in mente ancora il tanto amato Leopardi, ignaro però (forse) di quanto succedeva nella poesia italiana contemporanea pochi anni prima: nel 1959 Giorgio Caproni pubblicava “Il seme del piangere”, tra le prime raccolte poetiche “diverse”, seguito poco dopo, nel 1965, da Vittorio Sereni con la pubblicazione di “Gli strumenti umani”, che rivoluzionava il linguaggio poetico italiano avvicinandolo alle grandi tendenze europee e internazionali (e mi limito solo a questi due nomi). Caproni e Sereni, e con loro molti altri, hanno reso il linguaggio della poesia molto più “vicino” a quello reale (ci sarebbe da parlare del fatto che l’italiano, proprio con gli anni ’60, è diventato per la prima volta la lingua di tutti, e dunque i poeti si sono interrogati parecchio su quale dovesse essere la lingua della poesia, con risultati molto interessanti, ma sconosciuti al grande pubblico).

Certo, Caproni e Sereni sono nomi che dicono poco, o nulla, basti ricordare la polemica della maturità di un anno fa, e i vari meme comparsi online (Ma chi è Caproni???); e se è così, la responsabilità in gran parte è dell’istituzione scolastica. Forse è anche un po’ dei poeti, che si sono allontanati dalla gente non tanto con lo stile (che, abbiamo visto, è cambiato), ma come figure, come presenze: ecco perché i cantautori non vogliono correre questo rischio, dunque non vogliono essere definiti “poeti”. Anzi, quei “poeti”, quegli intellettuali lontani dalla gente, non li sopportano.

Mi sorge spontanea una domanda. Oggi, per un ragazzino giovane, De Andre, De Gregori e Vecchioni (e, perché no? Anche Baglioni!) non sono forse esattamente come gli altri poeti? Nomi semi-sconosciuti, come Caproni o Zanzotto, o nomi noti, come Leopardi o Foscolo, ma lontani da loro nel linguaggio, nel modo di porsi, e legati ad una sorta di intellettualizzazione (della poesia, o della canzone) che non consente quella naturalezza della comunicazione?

Se insegnamo i cantautori a scuola come vengono insengati i poeti (e, badate bene, chi vi scrive sostiene fortemente l’insegnamento della canzone nella scuola!!!!!), non si corre forse il rischio che quanto è accaduto ai poeti più intellettuali accada per i cantautori?? Il risultato del mondo della scuola è agghiacciante: i poeti del secondo Novecento e del Duemila sono sconosciuti ai più (anche quelli molto bravi), e i cantautori rischiano di passare per intellettuali e basta, anche se non lo sono.

Le soluzioni credo possano essere due.

In primis, un approccio all’istruzione (e all’insegnamento) completamente diverso, che faccia capire che cos’è poesia e che cosa non lo è; a questo propsoito la canzone, ormai è chiaro, è un’altra cosa, anche se ha in comune molto con la poesia, in primis la funzione poetica del linguaggio (ma c’è molto di più!!!). Questo evita una confusione molto pericolosa.

In secundis, serve un’educazione ai sentimenti poetici, ai sentimenti “alti”. Perché la poesia serve ad alimentare quelli, e con la poesia, tutto ciò che è “poetico”. Allora ci viene in aiuto ancora una volta il Nostro Claudio: «la poesia è come un’idea / non cerca verità, la crea».

Sì, caro Claudio, abbiamo bisogno di “poesie” e di “idee” (Roberto Vecchioni canta che «le idee sono come le farfalle / che non puoi togliergli le ali»): la verità, il mondo ce la mette davanti tutti i giorni, nella sua bellezza, ma spesso anche nella sua crudezza e bruttezza. Abbiamo bisogno di un’altra verità, che magari non è vera, ma è verità perché è reale, è lì che ci sembra “vera”. Un’altra verità: «questo è il tempo […] di salvare la speranza nella verità», dicevi proprio tu qualche anno fa.

Abbiamo bisogno di “poetico”, Claudio: quindi, in questo senso, non abbiamo paura a chiamarti “poeta”, perché questo “poetico” ce lo farai vivere. E noi ne abbiamo bisogno più che mai. Non te lo scordare mai.

Luca

Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, laureato in lettere moderne e attualmente studente di Filologia moderna, scienze della letteratura, del teatro e del cinema; maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori della città, suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

2 commenti

  1. Ciao Luca, innanzitutto ti ringrazio per queste tue riflessioni che leggo con piacere e che molto spesso rispecchiano il mio pensiero.
    Ne abbiamo bisogno eccome… ne ha bisogno questo tempo, e questo nostro mondo che sembra aver smarrito la via della bellezza e dei sentimenti… ne abbiamo necessità noi di questa arte, difficile da definire ma essenziale per farci evadere per qualche momento della realtà dei nostri giorni veloci e spesso uguali… è la nostra anima che ce lo chiede e che non può fare a meno di qualcosa che sappia parlarle e regalarle emozioni… come le meraviglie della natura, la lettura di un buon libro o la voce e le parole di una canzone… tutto questo è poesia… la poesia che con i suoi ritmi e le sue cadenze è di per sé musica… e come tutto torna…
    Io Claudio l’ho sempre chiamato “poeta”, senza alcun timore, anzi con orgoglio… e non credo di sbagliarmi. È stato proprio lui a farmi amare la poesia, prima ancora della mia maestra delle elementari. Ho un ricordo di me bambina mentre ascoltavo “Il mattino si è svegliato”… avevo quattro anni… e immaginavo di correre nel vento fra i papaveri in fiore… mi viene da sorridere quando ci penso, ma forse quelle erano le sensazioni che cercavo e che mi facevano stare bene… la sua poesia era già dentro di me… mi stava insegnando a volare… e da allora non ho più smesso…
    Buona giornata a te e al nostro grande poeta… ti prego, non smettere… vi abbraccio!

  2. Patricia Dunn

    Pensieri molto profondi i tuoi Luca e ti ringrazio di questo…. Lo chiamo Poeta da sempre…il nostro. Quando qualcuno mi guardava storto e alzava il sopracciglio in segno di disappunto…già durante quegli anni settanta magici e difficili io non avevo paura di chiamare Claudio poeta…ed era solo l’inizio di una fantastica avventura….sentivo che sarebbe arrivata un’onda ancora più grande più sconvolgente più emozionante…e così è stato….mai sottovalutare le opinioni dei bambini….avevo 11 anni…e già leggevo a casa poeti di ogni sorta dai classici ai contemporanei…mia mamma scriveva e leggeva molto li trovavo nella libreria bastava aprire i libri e viaggiare…ne ho sempre avuto bisogno…più che mai…e se il sogno è sempre Claudio non ci sveglierà…Buona giornata e buona vita!

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