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Noi, lungo le vie per arrivare #AlCentro

Recensione di Al Centro

Noi, lungo le vie per arrivare al centro,

noi, nei giorni di una vita che ci corre incontro,

noi, con questa musica che batte dentro,

noi, fin quando un altro sogno sia!

La suite musicale Al Centro, annunciata ieri, e messa in onda ieri sera da Rai Uno in anteprima, è in effetti, almeno nella sua forma-video, un trailer in grande per le serate dell’Arena, in particolare per quella trasmessa dalla Rai: una sorta di mega-pubblicità. Accompagnata, certamente, dalle note di Claudio, inedite, che abbiamo incominciato ad ascoltare qualche giorno fa quando sui vari social e piattaforme (Instagram, Facebook, Twitter, Youtube) sono comparsi mini-video delle prove, tutti rigorosamente accompagnati da queste note.

Ieri l’annuncio, che aveva lasciato molti fan delusi (anche se era nell’aria, lo aveva detto Claudio in alcune interviste): una suite tutta musicale. Una scelta senza dubbio anti-commerciale: sarebbe stato molto più “commerciale”, e più incline alle logiche diciamo di mercato, fare uscire un “classico singolo” alla Capitani coraggiosi, Tutti qui, Crescendo e cercando, Per il mondo; canzoni “vere”, che sono servite per lanciare tour e raccolte/live. Certo, se qui c’era un singolo come questi, sarebbe forse dovuto uscire con la raccolta, ma così non è stato. Eppure, in tanti speravano in una canzone nuova; d’altronde, dopo Una storia vera, uscita a ottobre 2014, l’unica canzone “vera” di Claudio è stata la (pur bella, a mio parere) Capitani coraggiosi, giugno 2015 (escludo per ovvie ragioni la sigla di Sanremo). Poi, il silenzio creativo: tutti volevano un nuovo pezzo.

E Claudio ci ha fregati, annunciando una suite tutta strumentale. E, ragionando, prima ancora di ascoltare il brano, ero arrivato alla conclusione che fosse meglio così. Negli ultimi anni Claudio ci aveva regalato spesso canzoni piene di zeppe, ossia parole vuote messe solo per riempire e per accompagnare la musia: nel rock la zeppa per eccellenza è yeah; nella musica leggera abbiamo i pronomi (te, tu, io, noi), i vari dai, sai, mai, oppure i che o i perché, e molte altre. Intendiamoci, le zeppe non sono linguisticamente e oggettivamente un problema. Nella lirica classica i testi sono pieni di zeppe. Ma perché il testo, nella lirica, aveva proprio la funzione di “accompagnare” la musica, in modo che le arie venissero più facilmente memorizzate dal pubblico, e nello stesso tempo si riuscisse a veicolare non qualche contenuto particolarmente alto o letterario, ma semplicemente un’azione scenica.

In canzone (italiana) le cose sono diverse: non ci si aspettano solo zeppe, ma il testo, che deve sì sposarsi con la musica, dovrebbe avere non tanto un suo valore autonomo, ma almeno autentico. È il merito e l’effetto di quella rivoluzione dei cantautori, che tra gli anni ’60 e ’70 hanno trasformato il linguaggio della canzone: da quello pieno di zeppe e di arcaismi, a un nuovo linguaggio che sapesse intercettare il reale, per poi ritrasformalo appena dopo guardando alla letteratura, utilizzando artifici e strumenti della lingua letteraria dei primi del Novecento (banalmente perché l’avevano studiata a scuola), dando così ai testi non solo il valore di accompagnamento alla musica, ma un ruolo di primo piano nella costruzione della categoria estetica “canzone”, che non a caso in quegli anni inizia ad essere definita, ben prima di canzone d’autore, canzone d’arte.

Bene, detto questo, torniamo a Claudio. Si intenda bene: le canzoni piene di zeppe possono tranquillamente far emozionare. Penso ad Una storia vera, brano che ho amato dal primo ascolto e che amo tutt’ora, ma che, per esempio, nella seconda strofa contiene per ben sette volte il pronome personale di seconda persona (tu/te), senza sfruttarne per esempio la polisemia, come in Domani mai («Io / starò con te / ma senza te / o insieme a te»), canzone tutta costruita sui pronomi e sui diversi significati che gli avverbi danno al pronome successivo. Tutto questo non c’è in Una storia vera. Potrei fare un discorso analogo per il testo di Per il mondo (pensiamo al ritornello), oppure per quello di Crescendo e cercando, non a caso singoli che accompagnano progetti live, raccolte e tour. L’emblema delle zeppe è la sigla di Sanremo, Un giorno qualunque: parole piuttosto riempitive di una musica, giusto per non fare andare la baglioniana (anche se molto banale) musica d’apertura. D’altronde, da una sigla per Sanremo cosa ci si voleva-poteva aspettare? Per cui, molto meglio un pezzo solo musicale. L’aveva detto Claudio: “La musica al centro”. E così ha fatto. La musica da sola può veicolare grandi cose, se sentita e be costruita: è bene che anche noi italiani, così tanto legati ai testi e alle parole (parola di un letterato!), ce lo ricordiamo.

Ieri sera vediamo in antperima il video, e scopriamo, con grande stupore (almeno da parte mia) che qualche parola c’è. Non commento il video, perché non ho le competenze per farlo (pur avendo apprezzato alcuni aspetti, come la presenza dei tanti attori, e non apprezzato altri, come il finale con Claudio “trasfigurato” o transluminato).

Le parole le ho sentite e risentite nel corso di questa nottata, e sono arrivato ad una conclusione.

Poteva lasciare il brano senza le parole: sarebbe stato ugualmente molto efficace. Musicalmente, il brano è molto bello, nonostante vengano esplicitamente richiamate alcune sonorità dell’ultimo Claudio (stile Sono io e Con voi, da Quei due a Gli anni della gioventù). Ma le parole, che accompagnano quel ritornello, meritano una riflessione linguistica. Sono zeppe? Non zeppe classiche, ma alla fine sì, sono zeppe: servono per riempire una musica e basta. Ma non credo siano zeppe casuali. In quei quattro versi è condensato tutto il percorso artistico di Baglioni, dal 1980 ad oggi. Andiamo a vedere come. Lo stile è quello della ripresa di sintagmi di celebri canzoni, esattamente come aveva fatto per Tutti qui, 2005, o come ha fatto in tantissimi brani degli ultimi due album (due esempi: «suono assolo» di Va tutto bene, o «idea / mia dea» di L’ultima cosa che farò), riprese che sanno di nostalgia e strizzano l’occhio ai fan. Qualcuno direbbe: non sapendo cosa dire/scrivere, riprende quello che ha già fatto. E forse potrebbero non essere così lontani dalla realtà.

Ma attenzione: questa non è una canzone, è un jingle. È un jingle per festeggiare i 50 anni di carriera. In questo contesto, riprendere sintagmi già usati, che tra l’altro condensano tutta la sua poetica e il suo percorso artistico, è così sbagliato? No, credo proprio di no. Anzi: credo sia stato bravo a farne una sintesi così condensata in quattro versi: QUATTRO, solo quattro versi, perché, da buon jingle, sono più facili da ricordare (e, essendo parole comunque riempitive, facilitano la memorizzazione della melodia). Andiamo un po’ più a fondo.

Lungo le vie: sono ovviamente le vie dei colori, che nella poetica di Claudio rappresentano la fuga dal reale, e nello stesso tempo un viaggio verso il sé più profondo: uno dei punti più alti della ricerca artistica di Baglioni. Che le vie dei colori sono chiare nella testa di Baglioni in questo periodo è piuttosto evidente, basta pensare alla tematizzazione dello scorso Sanremo, proprio con quei tre colori. Se sentiremo in scaletta anche il brano, sarà ancora più evidente questo legame e questa appartenenza.

Per arrivare al centro: è ovviamente il tour e l’idea che ci sta alla base, di cui ho già parlato abbondantemente in Stasera a casa di Luca. È il Claudio di Sanremo, e il Claudio di oggi.

Nei giorni di una vita: la vita quotidiana è al centro della poetica baglioniana da sempre, in particolare da La vita è adesso, la descrizione proprio di un giorno intero e nello stesso tempo un inno alla vita; ma anche la vita che sognano i migranti di Isole del sud o di Di là dal ponte: una vita sempre presente, da quella banale del padre che vede il proprio figlio crescere, a quella straordinaria dell’artista.

Con la musica che batte dentro: è la cura di Claudio, e di tanti di noi (e di tanti uomini), la musica che batte per «combattere il tempo»; prima era un «tamburo lontano» di govoniana memoria, che scandiva il ritmo della vita, poi è diventata una musica, talmente importante per l’artista Baglioni che, grazie al pubblico della musica, ha capito chi era («ho capito chi ero io da voi»).

Fin quando un altro sogno: perché, di fianco alla vita, c’è sempre il sogno, quel sogno che non è lo stesso / ma ne abbiamo già bisogno; quel sogno che «è morto», ma proprio perché è morto riesce a vivere e a rivivere, tanto da poter urlare a squarciagola «viva il sogno! ».

Sia: un congiuntivo caro a Baglioni, che non può non richiamare alla mente il celebre «e festa sia», oppure il «poi sia poesia». Il congiuntivo è il tempo della possibilità: una possibilità che può diventare reale, se nella vita entra il sogno, e se si fa del sogno la propria vita. Un congiuntivo esortativo, perché questo l’artista deve fare: esortare chi lo ascolta. E questo Claudio, che «voleva essere un grande mago» che tutti guardavano incantati (e c’è riuscito a diventarlo), lo sa benissimo.

Insomma, in quattro versi Baglioni ha condensato tutta la sua produzione da Strada facendo a Con voi. E ha scelto, per la prima volta e in maniera molto anti-commerciale e anti-classica, di non farlo in una canzone, ma di farlo attraverso un jingle. Così, grazie a queste poche e ripetitive parole (che però nascondono un mondo, per chi lo riesce a cogliere), ricorderemo questa musica, così tanto imperante da ricordare i cori di Hans Zimmer del Gladiatore: sarà forse un caso, in un jingle che deve introdurre i concerti-show all’Arena?

Possiamo dire tutto quello che vogliamo, ma i grandi si vedono dalle piccole cose. E da questa piccola cosa, per l’ennesima volta, Baglioni ha dimostrato di essere un grande.

Forza Claudio, ti arrivi il nostro Viva il lupo per queste notti.

E mi auguro che ti possano dare entusiasmo e forza, almeno la metà di quella che tu riesci a dare a tutti noi: perché, anche a te, più grigio ma non domo, ti possa non mancare mai l’incanto. Perché alla fine, è l’incanto e l’emozione che ci differenziano dalle bestie.

E ci fanno più orgogliosi di essere uomini.

Luca

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

4 commenti

  1. COMPLIMENTI sempre per le parole che dici rivolte a CLAUDIO..Luca Tutto quello dici e perfetto. CLAUDIO E IMMENSO BELLISSIMA PERSONA BELLISSIMA ANIMA E BELLISSIMA VOCE PERCUI GRZ DI ESISTERE..’….Io lo ADORO apettiamo con trepidazione la serata del 15

  2. Al Centro… tra ammirazione e commozione.
    Sarà perché ormai ci siamo, sarà perché sono di Verona ma ieri sera, lo confesso, ho avuto i brividi dall’inizio alla fine del filmato.
    Che dire… spettacolari le riprese, molto bello e travolgente il brano, quasi trionfale, un inno alla musica… la musica che è di tutti, che chiama chiunque, grandi e piccoli, gente famosa e persone comuni, che invita a seguirla e ad ascoltarne il battito per raggiungere insieme un unico sogno… meraviglioso!
    Poi la sorpresa… il testo… un pugno di parole come direbbe Claudio… quattro versi semplici ma tutt’altro che banali, in cui è racchiusa l’essenza di questa sua storia straordinaria…
    Ed ora, tutti Al Centro con il nostro gladiatore, (sabato ci sarò anch’io…) buona musica a lui e a noi… e davvero, viva il lupo!

  3. Fulvio Costantino

    Premesso che nel complesso mi è piaciuto, alcuni aspetti non mi sono piaciuti.

    Quanto al testo, quando sento “noi” mi viene l’orticaria. Mi viene con “Noi no”, con “Al di là del ponte”, ecc. Non mi piace l’idea di parlare a nome di altri. Preferisco Claudione quando parla di sè, o racconta quello che vede, più che quando si fa portavoce di una comunità che non esiste e di cui comunque non è il leader.

    Quanto alla musica, è molto inno. Non mi dispiace, ma mi chiedo anche qui se a questa pomposità, che, per l’amore del cielo, è pure giustificata dalla ricorrenza, non sia però preferibile un approccio più sobrio.

    Quanto al video, mi piace molto l’idea della folla che, da ogni parte si raduna. Molto meno il finale, con lui che arriva come un profeta, peraltro con una immagine finale immagine brutta plastificata ed eterea, che mi ha ricordato il suo ingresso all’Ariston la prima sera.

  4. Quanta ricerca e quanta profondità caratterizzano i progetti del nostro Claudio…forse agli occhi dei più le scelte possono sembrare facili, pronte, disponibili… ma ad un occhio più acuto emerge con evidenza la cura e lo sforzo intellettuale che c’é dietro ad ogni particolare. Credo che la tua contestualizzazione dei quattro versi che accompagnano il pezzo sia prepotentemente emblematica in questo senso: proprio come il ricorso alle parole di Claudio é sempre denso, pregno, portatore di senso, così il tuo articolo ha saputo cogliere – e mostrare a chi non ha i tuoi stessi strumenti interpretativi – il significato nevralgico che sta a supporto di ogni scelta artistica, musicale, scenica di Claudio. Io ti ringrazio, come fan ma anche come amica, per la generosità con cui metti a disposizione le tue competenze e la tua passione per rendere fruibile e ancora più gustosa l’attesa degli eventi che Claudio ci regala.

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