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Il kolossal della vita di Claudio Baglioni

Dopo una settimana, è arrivato il momento della mia recensione del concerto all’Arena Al Centro.

Innanzitutto, partiamo dalla definizione: non si è trattato di un concerto, ma piuttosto di uno spettacolo. Molti concerti ormai vivono di questa dimensione spettacolare, ottenuta grazie a schermi, proiezioni o ballerini, ma diciamo che questi aspetti sono, di solito, o subordinati a quelli musicali, oppure un po’ fini a sé stessi (ricordo per esempio quando, nelle ultime tourneè di Tiziano Ferro, sulle note di Perdono gli schermi del palco diventavano rosso fuoco, un po’ come in Io me ne andrei dei Capitani Coraggiosi). Ecco, nei Capitani Coraggiosi gli effetti erano questi: molto spettacolari, ma fini a sé stessi, o al massimo con lo scopo di sottolineare alcuni momenti delle canzoni. In Al Centro non si può neanche in realtà parlare di proiezioni o di effetti, perché TUTTO quello che è stato fatto su quell’enorme palco era strettamente collegato con il resto, e tutto era finalizzato ad uno spettacolo totale che mettesse in gioco più sfere sensoriali, ma soprattutto che catalizzasse lo sguardo in toto. Così, le coreografie si sposavano perfettamente con il contenuto del brano in questione, con gli arrangiamenti, con i costumi, con i movimenti di Claudio e con le proiezioni sul palco.

Le coreografie, curate dalla star Giuliano Peparini, in particolare sono molto poetiche, lo si nota rivedendo lo spettacolo in Tv: i telecomandi di E adesso la pubblicità, il volo dai cartoni di Poster, il fantastico mercato di Porta Portese, con personaggi caratterizzati in maniera diversa ciascuno, «ogni nota d’argento» che si trasforma in incanto nell’equilibrismo di Notte di note, e molto molto altro. Si è sconfinato più volte con il musical, ma soprattutto è stato davvero un teatro totale (il modello teorico dichiarato dallo stesso Claudio era proprio Richard Wagner), complice, oltre che la presenza di ballerini, di veri e propri performer. La differenza tra i performer e gli attori “tradizionali” è evidente anche solo osservando due aspetti: i performer fanno gesti molto spesso quotidiani, ma ricontestualizzati, e non estetici (il balletto di Con tutto l’amore che posso è estetico, la vecchia di Porta Portese no); i performer inoltre “recitano” con tutto il corpo (tranne che con le parole), in particolare con i lineamenti del viso (lo si nota in ogni pezzo; personalmente mi ha colpito molto il loro sguardo “verso il futuro” in Cuore d’aliante), mentre i ballerini non recitano, perché curano la realizzazione estetica dei loro movimenti. La scelta dei performer è stata azzeccata, in una continua contaminazione tra performer e danzatori, tra musica e parole, tra ascolto e visione, tra immagine e suono. In più, le proiezioni sul palco (idea geniale quella di NON mettere mega-schermi esterni e classici, perché la visione deve essere reale e NON mediata), godibili bene soltanto dalle gradinate più alte (motivo che sui social ha scatenato non poche polemiche da parte di chi ha comprato le prime file, ed ennesima conferma che più che di un concerto si trattasse di uno spettacolo), sono state anche loro decisamente poetiche, penso su tutte all’orologio de I vecchi con il tempo che passa.

La relazione con la performance è stata sottolineata ulteriormente dalla collaborazione del pubblico, possibile grazie al lavoro di doremifasol, rimbaglioniti e staff ufficiale. I concerti in realtà sono da sempre fenomeni performativi, in cui il pubblico non ascolta semplicemente, ma partecipa (ne ho parlato un paio di puntate fa, [Trovi articolo QUI]: questa volta lo sono stati ancora di più grazie alla coreografia con i cartoncini colorati e lo striscione (ma anche la sera prima con le lucine). Doremifasol ha dato giustamente spazio alle voci dei tanti spettatori che, felici, si sono sentiti un po’ “attori” a collaborare a tutto questo. Sono certo che Claudio lo abbia apprezzato tanto, perché era tutto molto in linea con l’idea di spettacolo totale.

La regia di Duccio Forzano è stata altrettanto poetica, restituendo a tutti gli effetti NON la dimensione del concerto live (i musicisti non sono quasi mai stati inquadrati, ma molto spesso non è neanche stato inquadrato lo stesso Claudio), ma la dimensione spettacolare a tutti gli effetti; pochissime inquadrature sul pubblico che canta, ma tante inquadrature con palco e pubblico dietro (per ricreare l’effetto dell’Arena con il palco al centro); tantissimi movimenti di macchina molto lenti e delicati, con panoramiche e carrelli lentissimi, in controdenza con la tipica regia frenetica dei live, con tantissimi stacchi di montaggio tra cantante, pubblico e musicisti. Per confermare quanto dico, basterebbe confrontare il video di Al Centro con quello per esempio di Tutto in un abbraccio, 2003. E sono convintissimo che dietro l’impostazione di questo tipo di regia ci sia lo stesso Claudio, o meglio, uno strettissimo rapporto di collaborazione tra lui e Forzano.

Tutto questo è stato reso possibile dalla scelta del palco al centro, che non è stata soltanto una soluzione architettonica, quanto piuttosto una scelta poetica e stilistica, come ha messo benissimo in evidenza in un suo recente intervento Paolo Talanca (Lo trovi QUI). Un cantautore quindi non esprime la sua poetica solo attraverso i testi, come si pensava negli anni ’70, o attraverso la musica (o musica + testi), ma anche attraverso la performance in tutti i suoi aspetti, compresa la dimensione strutturale del live. In questo senso, Baglioni ha confezionato lo spettacolo perfetto, in linea con la sua poetica.

Non a caso, Claudio ha scelto una scaletta cronologica: ovvia, se si pensa al tipo di evento (festa dei 50 anni di carriera), ma decisamente coraggiosa perché anti-spettacolare (nel senso “classico” del termine), priva del suo climax finale, che infatti ha deluso molti (in tantissimi hanno lasciato l’arena durante le note di Sono io). I brani per tanti sono stati scontati, e in effetti lo sono stati, ma questo spettacolo era pensato volutamente per un pubblico largo, popular il più possibile. Nonostante questo, non è venuta affatto meno la ricostruzione del percorso poetico di Baglioni. Significativa in questo senso la presenza di tre brani, non presenti in tutte le scalette di Claudio (e assenti, fatta eccezione per un pezzo di uno in un medley, in Tutti qui e Per il mondo, le altre due tourneè antologiche della carriera), che Aldo Zuffada, un mio caro amico e baglioniano, ha brillantemente definito “il ciclo dei vinti” di Claudio: I vecchi, Ragazze dell’est e Uomini persi, brani poco popolari, ma che riassumono molto della poetica baglioniana. Certo, sarebbero serviti altri brani di Oltre e di Viaggiatore, e forse anche di Sono io o Con voi, ma credo che qui la ragione sia stata temporale: sono convintissimo che se Claudio avesse, ipoteticamente e assurdemente (ma anche irrealmente), spezzato il “romanzo di una vita tratto da una storia vera” in due puntate, sulla moda degli ultimi episodi di alcune celeberrime saghe cinematografiche (Hunger Games, Harry Potter e Twilight, o addirittura la tripartizione de Lo Hobbit), sono sicuro che vi avrebbero trovato spazio altri brani. Ma la poetica di Claudio e il suo percorso sono ugualmente evidenti, anche dai brani scelti: geniale la clausola pre-finale con Tutti qui, brano che conferma essere (come ho già affermato più volte) uno dei migliori, meglio riusciti e più sentiti brani degli anni Duemila.

La durata dello spettacolo (oltre le tre ore) ha sopreso un po’ tutti, ed è stata fonte di critiche. È pur vero che molti di noi avrebbero assistito volentieri ad altre due ore di spettacolo, ma Claudio già così ha fatto ben oltre le sue possibilità. Perché uno spettacolo così lungo? Perché è il “minimo sindacabile” per raccontare la sua carriera, con una frenesia che da un brano all’altro non lascia mai più di dieci secondi di tregua, in un vero e proprio continuum (e sono convito che un paio di brani verranno aggiunti nella tourneè indoor al posto della pubblicità/Walter Savelli) impressionante. A questo è senza dubbio imputabile la fatica vocale di Claudio, che in tanti hanno notato. Ma siamo così sicuri che la fatica sia una colpa o un errore?

Ad un ascolto attento, si nota che Claudio ha volutamente deciso di cambiare alcune melodie (penso al verso «sei più sincera quando dici una bugia» di Via, ma anche a tantissimi altri) per poter non sforzare troppo le proprie corde vocali in vista di uno spettacolo straripante, e di un tour infinito. Certo, la voce non è quella del 1995, ma neanche quella del 2000, o del 2003 o del 2005, ma neanche del 2010. Ma è una sorpresa questa? Non mi pare. La voce di Claudio ha subìto il passare del tempo e l’usura, per cui ne risulta logicamente e naturalmente provata ed affaticata. Qualcuno imputa tutto questo allo Staff, ma forse costoro non sanno quanto Claudio abbia voluto lui stesso «cantare più al lungo e più forte» per «combattere il tempo» «a tempo di musica», e quanto adori sacrificare sé stesso (su questo tornerò sul finale). Inoltre, a conferma di quanto detto, nelle versioni di prova delle canzoni che ho potuto ascoltare dentro l’Arena, mentre osservavo le prove dei ballerini durante il lavoro di allestimento della coreografia, ho notato le stesse modifiche che Claudio ha effettuato nel cantato alla sera: sono state tutte scelte programmate prima, non cali di voce momentanei, febbri o assurdità che si sono lette sul web! Claudio sa che ha 67 anni, sa che ha VOLUTO fare uno spettacolo enorme, un kolossal, e sa che ha una doppia tourneè e un Saremo davanti. Claudio sa tutto questo. Qualche maligno potrebbe chiedersi: “Sta esagerando! Non potrebbe essere meno megalomane?” Per non parlare di coloro che credono che tutto questo sia solo “colpa dello staff”.

La verità però è un’altra, e per capirla serve fermarsi e riflettere. Claudio sa che la sua voce non è più quella di un tempo. Cosa fare allora? Ci sono diverse possibilità: fare meno concerti, farli più corti, fare come Facchinetti a Sanremo che, nonostante abbassi le tonalità, azzecca una nota su due, farsi aiutare dal playback e molto altro. Claudio cosa ha scelto? Ha scelto di riprogrammare alcune melodie per ridurre gli acuti e centellinarli con il misurino, di abbassare alcune tonalità (ma non tutte, attenzione! Perché se è vero che I vecchi è stata eseguita Do e Re maggiore, ben tre toni e mezzo rispetto all’originale [ma già in altri live di anni precedenti la canzone era stata significativamente abbassata], altri pezzi sono stati ripresi in tonalità originali, come Le vie dei colori in Mi maggiore, o l’incipit di Cuore d’aliante in Do, mentre tanti altri [Con Voi, Io sono qui, Via, QPGA, ecc…] sono stati volutamente mantenuti nelle tonalità o originali, o in quelle utilizzate da sempre), di farsi aiutare da un (bravissimo per altro) coro di voci feminile (che nel mixaggio sono risultate molto più vellutate rispetto per esempio ai due ConVoi Tour), di lavorare di esperienza saltando tra le ottave. E come ha fatto tutto questo? L’ha fatto molto, molto bene.

Poteva suonare molto meno, fare un concerto e non tre…ma…stiamo parlando di Claudio Baglioni: artista e uomo che nel corso della sua carriera è sempre arrivato al limite, per poi superarlo: nella voce, nelle armonie, nei live, nella composizione, nei progetti…. In tutto. Assolo, InCanto, QPGA, Oltre, O Scià e molto, molto altro: progetti diversissimi tra loro, ma che alla base hanno sempre questo bisogno di Claudio di superare sé stesso. Ancora una volta, la poetica di Claudio si esprime attraverso le SUE SCELTE. E, se ci atteniamo alle canzoni, da Gagarin fino ad Acqua dalla luna, da Le vie dei colori a Cuore d’aliante, questo viaggio dentro sé stesso per superarsi è una delle costanti tematiche più interessante di tutta la sua produzione. Fino al 2003 tutto questo è stato versato in equilibrio tra composizione e live; dal 2003 (con poche eccezioni) nella ricerca del concerto perfetto, come lui stesso ha dichiarato. Non ci soprende dunque che Claudio abbia voluto sforzarsi al massimo, per donare al pubblico una sorta di sacrificio fisico (evidente dalle sue espressioni del volto in diversi momenti della serata, frutto non di una “serata no” o di una ipotetica “malattia”, quanto invece di una normale situazione fisiologica, visto tutte le scelte di spettacolo analizzate fino ad ora): come ha osservato sempre brillantemente ancora una volta il mio amico Aldo, Claudio è artista che soffe e s’offre. Questo binomio stretto, tra sofferenza e offerta del sé, è una caratteristica della rivoluzione performativa del teatro del secondo novecento, che ha portato avanti e teorizzato il grandissimo Jerzy Grotowski: per questo gigante, grande teorico e regista polacco, l’attore vero non deve interpretare una parte, ma deve offrire tutto sé stesso: solo così può scoprire un po’ più sé stesso in profondità, e distruggere una volta per tutte la finzione della recitazione, saldando brillantemente palcoscenico e vita. Così ha fatto Claudio, saldando quella dicotomia tra spettatori e attori (non a caso altro tema molto caro alla sua poetica): la sua sofferenza era reale, una vera testimonianza nei confronti del suo pubblico. Un’offerta dal sapore quasi rituale, come è per l’attore grotowskiano, portato sempre al limite della sua condizione fisica, per scoprire qualcosa di sé stesso.

D’altronde, lo stesso Claudio nel suo ultimo (e a questo punto un po’ sottovalutato) album ha detto tutte queste cose: siamo forse noi (parlo almeno per me) che non le abbiamo capite.

  • Ho capito chi ero io da voi: grazie al sacrificio per il pubblico, ha capito di più chi era sé stesso, il vero sé.
  • Vivi questa vita finché puoi suonare / e sogna finché hai voce e amore per cantare / che ancora non sei in croce / se hai un cuore e dieci dita: la musica è la prospettiva di Baglioni-uomo e NON solo artista.

In Al Centro allora, prima dell’artista-Baglioni, sul palco c’era l’uomo Claudio, con il bisogno di donarsi senza paura, di ridurisi fino allo stremo per il suo pubblico, perché grazie al pubblico scopre chi è sé stesso, e con il bisogno di cantare e suonare il più possibile. Non a caso, mi sembrava proprio che Claudio non volesse scendere da quel palco. Una lotta con sè stesso, per poter battere il tempo a tempo di musica, e così poterlo vivere.

Al Centro NON è stato un concerto, è stato il kolossal della vita di Claudio Baglioni, una sintesi di musica, poetica, arte, idee, tutto incarnato in quella sua persona, spesso al centro del palco sulla pedana rialzata, che in qualche modo riusciva a catalizzare tutti gli sguardi.

Per questo Al Centro ha tutti gli ingredienti per passare alla storia della musica live mondiale, e forse ridisegnare dal punto di vista teorico la dimensione del live, dimostrando come essa, per un cautaore fine come Baglioni sia qualcosa di collegato alla poetica e all’arte del soggetto cantautore, che è sempre meno chansonnier chitarra e voce, ma sempre più artista a tutto tondo. Godiamoci dunque questo tour: questa è solo la partenza!

Luca

Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, laureato in lettere moderne e attualmente studente di Filologia moderna, scienze della letteratura, del teatro e del cinema; maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori della città, suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

11 commenti

  1. Ho aspettato a scrivere per valutare bene cosa scrivere.Premesso che ho 57 anni e seguo Claudio da quando ero poco più che adolescente e non stavo più nella pelle di vedere questo ultimo concerto all’Arena.Già dalle anticipazioni era previsto uno spettacolo unico diverso magico ma la magia si infrange nella sorpresa che da una serata si passa a tre di cui una in diretta Rai,va bene sarà un volano per Sanremo penso e per il famoso disco nuovo,penso,poi arrivano gli spot alcuni imbarazzanti compreso quello con i personaggi famosi che a detta di Claudio in conferenza stampa nn ne sapeva la presenza,ma tant’è che a cancellare la mia mezza delusione le note di Al centro che ascoltavo mi calamitavano verso Verona.ed ecco Verona cornice stupenda per uno spettacolo unico penso, poi la garanzia di Forzano e Peparini,siamo in una botte di ferro,dicevo,ma appena seduta in platea capisco che vedrò poco e niente dello show il palco non è come nel tour rosso,lui nn si avvicina,vedo solo salti di ballerini e spalle di musicisti e performer ovunque e peggio di tutto nn riconosco la voce di Claudio,penso alla pioggia della sera prima alla tensione al volersi risparmiare x la serata successiva ma qualcosa nn va.Sarà la scaletta?Sarà che nn vedo bene le coreografie nell’insieme?mi arrivano messaggi da casa da chi davanti alla tv mi dice è stanco stona .Ho i brividi .Mi godo le coreografie spettacolari fatte dal pubblico ma Claudio nn mi arriva e non parlo di voce.Ritorno a casa e leggo di un tour al massacro date triplicate senza sosta e Sanremo e chissà cosa altro.Temo per il suo stato fisico e vocale i incrocio le dita e spero di dovermi ricredere,resta la curiosità di vedere se libero da ansie televisive nei palasport ritroverò il Claudio di sempre.La voce quella temo di no.Scusate la lunghezza e lo sfogo

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