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Claudio Baglioni #Verona “Capitelli coraggiosi”

Baglioni e la sua impresa all’Arena di Verona, “Capitelli coraggiosi”

Ricerca, innovazione, nuova misura e nuovo stile per un cambiamento dello spazio teatrale che è recuperare il valore identitario del luogo, e l’impresa ha il sapore del nostro Rinascimento, l’uomo al centro.
Forse 30 gradi. Di sicuro un‘umidità pesante, afa. Ciò nonostante una fila di gente ad aspettare l’artista per il saluto e i ringraziamenti della città. Tre giorni di concerto, una città che ha interagito con l’evento attraverso il monumento più importante identitario, l’Arena. E l’atmosfera, che della città è carattere. Un’Arena che, dopo un secolo, è stata valorizzata nel suo essere “tutto intorno” teatro, è ritornata a propria natura, luogo di rappresentazioni circensi, ma anche giostra con quelle cavalchine o tauromachie che fino alla fine dell’Ottocento erano spettacolo, teatrini in legno e messe in scena che attraverso la tecnologia hanno cambiato materiali ma non le emozioni; un’architettura quale naturale strumento competitivo per l’innovazione dell’impresa.

L’architettura ha in sé il valore di “essere per il sociale”, si pone tra la società e i significati che la stessa vuole trasmettere, si frappone tra un dentro e un fuori, facendosi specchio di chi la desidera, la pensa, la usa; l’architettura è modello, strumento, medium, elemento di comunicazione di massa, un “mass media”, ma anche un “social media”, luogo reale e non virtuale dove è necessario ritrovarsi, incontrarsi. Un’Arena.
Uno spettacolo, oggi, che ha riportato il palco al centro e gli artisti come gladiatori ad uscire dai vomitori in uno spettacolo che comincia prima di salire sul palco.

Gli abitanti partecipi e riconoscenti di «Un’arena così mai vista!» – «È uno spettacolo nello spettacolo». È nuova vita. «Finalmente il palco al centro!». Tutti orgogliosi di questa co-produzione di valore, impresa e territorio, di questa bellezza che ci appartiene, ed è Ri-nascimento. Un fare che è arte, come una bottega di Raffaello, quel palco al centro come uomo vitruviano di Leonardo, un’impresa che è lancia di quel San Giorgio e la Principessa che stanno appesi nella chiesa di Sant’Anastasia non molto distante dall’Arena e nell’arena sono scesi per produrre cultura.

Un miracolo. Come quello dello Schiavo dipinto da Tintoretto, tutti spettatori intorno all’evento, luce, colore, meraviglia. Partecipazione. Non si smetterebbe di cucire ed annodare fili invisibili che spuntano ovunque, che fanno quel made in Italy che a volte non sappiamo riprodurre. Qui si. «Questo artista ha fatto il miracolo». Ha alzato il velo sopra l’Arena, recuperando il compito dell’arte di disvelare, ha reso possibile una nuova avanguardia, uno spettacolo come “Parade” quei Balletti russi di Sergei Diaghilev in scena nel 1917 al Théâtre du Châtelet a Parigi, musicato da Erik Satie, su poema di Jean Cocteau, costumi e scene di Pablo Picasso. Contaminazione e reciprocità, cambiamenti che lasciano il segno, sono rigenerazione urbana. Un tempo nuovo o un nuovo tempo.
Avanguardia e classicità. Quel rispetto nei confronti della storia che è mettere “ordine”, dare senso, logica temporale e di misura, bellezza. Un cambiamento che, con il coraggio dell’impresa, definisce nuovi canoni per il futuro, un nuovo stile. Capitelli coraggiosi.

Mi dicono di sedermi in fondo, aspetto. Una sala stampa ancora vuota prima di riempirsi. Cerco di nascondermi tra quelli seduti davanti, scivolo verso il basso della sedia, aspetto in silenzio il momento di spostarmi. Senza respirare. Vorrei essere il gatto dipinto nel telero di fianco. Io me ne andrei. Sono disorientata non a mio agio. Scapperei. Mi incolla il bisogno di confronto per la mia ricerca e il piacere di conversare con l’artista, con la persona, con l’architetto, che è stato sorpresa e soddisfazione, in una sete di conoscenza per trovare conferme. Quei concerti nei Teatri più belli d’Italia, lui e il pianoforte, quel foglietto trovato tra le corde, quella casa per i pianoforti abbandonati come Uomini persi. Ho studiato.

Vorrei trovare un tempo diverso, perché parlare di architettura è cosa intima, faccio appello all’esperienza per trovare nell’imbarazzo coraggio. Mi spostano in una saletta. Ripeto le domande tra me per mantenere il filo del discorso, ho un milione di cose da chiedere visioni da condividere. Come le è venuta l’idea del palco al centro? Che legami con l’anfiteatro? Quali con l’architettura e il suo rapporto spazio/tempo? Che cosa è per Lei Bellezza? Ha fatto Lei il progetto, gli esecutivi? Quali difficoltà? Quali le problematiche? Che pensa dei luoghi d’arte? Utilizzarli per un quotidiano che sia valore? E mille altre, come giorni. Entra.

Mi si avvicina ed io reciprocamente per salutare e presentarsi, gli prendo il braccio e chiedo aiuto perché mi sento un pesce fuor d’acqua, lo sento scoglio, l’unico che possa capire il mio linguaggio, sono sincera. Trovo una persona squisita, garbo ed eleganza sono gli stessi che trovi nel concerto e nello spettacolo, professionalità e mestiere oltre il palcoscenico, al centro c’è l’uomo e l’umanità il sapersi relazionare. Lo guardo, lo scruto mi è conferma di ipotesi che vorrei far diventare tesi di una ricerca che vede l’impresa umanistica come obiettivo da confutare. Lui fa altrettanto, con domanda diversa che non svela.

Porto in dono un libro di architettura e i saluti istituzionali, mi chiede la dedica (io a lui?! che scrivo? Dottor? Ma no! Mi incalza). Ci sediamo vicini e lì comincio a costruirmi una zattera per non affondare nella confusione nella quale mi trovo, i pensieri si accavallano: vorrei poter spiegare perché sono qui e che cosa faccio, sicura di trovare come seme terra nell’altro. Parlo. Parlo così tanto per portarlo nei miei pensieri, nella mia ricerca, assetata, che il tempo passa. Scade. Non sono riuscita a dire tutto, soprattutto non sono riuscita a chiedere tutto quello che mi stava a cuore. I tempi di una ricerca, diversi dal giornalismo, hanno la lentezza come approccio, ancora di più se si cercano fili da annodare, il mio lo è stato troppo. Non ho quel mestiere. Leggo un po’ di smarrimento, o forse sconforto, nel mio nobile interlocutore, e mi perdo. Vorrei portare tutti in giro per la città a vedere bellezza, portarli sul mio terreno, o territorio che sia, lì sarei più sicura; come davanti all’affresco di Pisanello che è origine di questa nuova impresa. La mia.

Al nominare l’autore e l’affresco annuisce, come chi conosce già. «L’arena è una magia straordinaria, sono molto orgoglioso di questa impresa. Abbiamo raccontato un’altra storia, il racconto di una vita attraverso la musica. E questo luogo è stato luogo iniziale significativo e importante. Un inizio e una fine, forse, ancora qui». Sui luoghi storici racconta di una sopralluogo al Colosseo per un progetto: «Chiudere i luoghi storici, renderli musei è toglierli vita, funzione originaria». In effetti museificare è snaturare il ruolo dell’architettura di tutti i secoli, a servizio dell’uomo e per la qualità della vita che sia bellezza. La differenza la fa il “come”.

Quel “come” si chiama progetto. Un’idea, una intuizione che l’architetto Claudio Baglioni ha disegnato confrontandosi con lo spazio e la storia del nostro monumento, l’Arena, con la città, e con la Soprintendenza, con le istituzioni, come qualsiasi progetto deve fare per le dovute approvazioni, non senza qualche timore, ma ha trovato accoglienza come ogni buona idea dovrebbe avere.
Siamo già tutti in piedi, ed io mortificata saluto a malincuore «Sarebbe bello se restasse ancora un po». Starei zitta, aggiungerei, sono brava ad ascoltare, anche se in questo spazio e tempo non sono riuscita a mettere al centro il suo racconto. Adesso (come la vita) mi è vuoto se stringo il pugno. Promette un rivedersi per continuare la conversazione.

Vorrei fosse stata “la mia lezione”, a modo mio, strategia, per trovare insieme tutti i “ri” di questo Rinascimento che l’artista-architetto-imprenditoreilluminato ha messo in atto: 50 come 500, quel 1500 che ci contraddistingue nel mondo. Racconterò intanto ai miei studenti tutto quello che non sono riuscita a chiedere, ma che ho sentito, e tutto quello che non è riuscito a raccontarmi, perché ci sia per loro occasione di conoscere questa impresa, per me di portare avanti la mia, al di là dell’evento. Oltre.

Grazie! Aspettiamo di sapere quando tornerà in Arena, per rimanere un po’ di più, per capire e scrivere di questa sua buona idea. Buon anniversario architetto Claudio Baglioni, e la prego, non pratichi, sarebbe concorrenza sleale.

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Daniela Cavallo per VeronaIN

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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