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A Torino 30 anni fa imparai a respirare anche dalle ferite

Baglioni: “A Torino 30 anni fa imparai a respirare anche dalle ferite”
Doppia data venerdì e sabato al PalaAlpitour, il tour “Al centro” celebra 50 anni di carriera. Poi la pausa per il Festival

«A rubare il fuoco ci si bruciano le vite/ma un po’ d’aria per campare si respira anche dalle ferite».

La canzone è «Qui dio non c’è», l’album è «Oltre», un doppio che nel 1990 segnò una svolta nella carriera di Claudio Baglioni. La ferita (professionale) da cui imparò a respirare gli fu inflitta proprio a Torino nel concerto del 1988 per Amnesty. Un disco di inediti che usciva a cinque anni da «La vita è adesso», l’incisione italiana più venduta di sempre. In mezzo, i fischi di Torino.

E davvero Claudio andò «Oltre», prese fiato e ricominciò dal via. A trent’anni dal concerto di Torino che avrebbe potuto distruggerlo, Baglioni ha ancora una carica inesauribile. Il doppio live del Pala Alpitour venerdì e sabato è andato a ruba appena è stato annunciato, più di un anno fa, (restano alcuni biglietti residui sul circuito Ticketone). Sanremo e mezza Italia sono ancora lì che lo aspettano. Lui si porta dietro quasi cinquanta tra musicisti, ballerini e acrobati che si esibiranno su un palco gigantesco supportati da soluzioni tecnologiche di ultima generazione. Con lo show «Al centro» festeggia mezzo secolo di carriera. Gli organizzatori di tutte le grandi città italiane hanno fatto ricorso alla doppia data per accontentare le richieste. Dopo gli show nella nostra città, il tour si fermerà per riprendere a marzo.

Che emozione fu firmare il primo contratto 50 anni fa e quanto varrebbe oggi ai tempi del web?

«Allora firmare un contratto era già un successo, come essere arrivati primi in classifica. Fare un disco era un punto di arrivo, non di partenza, ed è una differenza enorme. Oltretutto in quel 1968 non ero ancora maggiorenne, per cui lo dovette controfirmare mio padre. Era un impegno per tutto il nucleo familiare e per me implicava un forte senso di responsabilità per la fiducia dimostrata dal babbo. Ora i contratti contano sempre meno, col tramonto del disco fisico ognuno può essere produttore, divulgatore e venditore della propria opera creativa».

Pensando al feeling che provava per artisti come Gene Pitney e Ray Charles, non trova che quando si parla di lei si sottovalutino le radici soul del suo percorso?

«Non so se si sottovalutino quelle radici, però è vero che la cotta artistica per Ray Charles e per altri esponenti della black music fu per me una sveglia. Fu come se, all’improvviso, la finestra della mia stanza si fosse spalancata sotto la spinta di un vento nuovo, potente, che entrava a sconvolgere le cose e a cambiare emozioni e pensieri in una casa in cui si ascoltava soprattutto musica leggera italiana, per lo più di sapore melodico».

Nel settembre 1988 cantò qui per Amnesty International. Non fu una serata facile per i rapporti col pubblico, ma la causa era davvero importante. Oggi si può ancora sognare che la musica possa cambiare il mondo?

«Osservando quello che succede intorno a noi penso ci sia meno spazio per utopie ed eventi del genere, il mondo nel suo insieme è diventato più cinico, e non è una considerazione che riguarda solo gli artisti. Confesso che mi preoccupa vedere restringersi lo spazio per le grandi cause nel nostro Paese, così sparisce anche quello per le istanze piccole. La solidarietà non si misura con la gittata e la lontananza, conta anche quella che hai per chi inciampa sul pianerottolo di casa tua».

Al netto dei fischi al raduno di Amnesty, quali sono i ricordi che la legano a Torino?

«Quella stessa esperienza non fu del tutto negativa, col senno di poi. Certo, al momento fu deprimente, ma alla lunga si tradusse in un grande insegnamento: si respira anche attraverso le ferite, appunto. Per il resto la galleria è infinita, dalla partenza del tour invernale di “Alè-oò” al vecchio Palasport alla partecipazione al programma televisivo “Tutto è pop” nella sede Rai, dove proposi “Questo piccolo grande amore».

Per riassumere 50 di carriera ricorrerà anche ai classici “medley” in cui si fondono diverse canzoni?

«Mi interessa di più fondere tra loro i linguaggi, mescolare la forma portante del concerto con la danza e le altre arti con cui mi sono confrontato. In questo senso lo show è di per sé un enorme medley, non c’è bisogno di collage tra brani diversi».

Qual è l’elemento chiave della scenografia?

«Vi accolgo in una sorta di piattaforma–scacchiera sulla quale giocano i pezzi, intesi sia come figure degli scacchi che come canzoni. La partita si svolge tanto sul piano dell’orizzontalità quanto su quello della verticalità, attraverso innalzamenti e spostamenti, lungo una strada ideale sulla quale scorre la storia di questi 50 anni».

Venerdì e sabato alle 21

Pala Alpitour, corso Sebastopoli 123; da 35 euro

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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