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Claudio Baglioni e l’Arte al Festival dell’Armonia

Il Novecento ha posto interrogativi inediti sull’Arte: che cosa è arte e che cosa non lo è? Una volta veniva considerata arte solo e soltanto qualcosa frutto di una singola abilità in un ambito: artista era così l’autore delle pitture rupestri, tutte uguali, ma fatte da chi era capace, oppure il pittore, colui che era capace di dipingere, o lo scultore, colui che sapeva lavorare il marmo. Con il romanticismo è nato il concetto di “genio” e di originalità: si ha arte quando assistiamo a qualcosa che “prima non c’era”, a qualcosa di nuovo e in qualche modo inedito. Per ovviare ad una questione banale (ma allora le opere greche, spesso copie, non erano opere d’arte!!) si è introdotto il concetto di autore: l’autore crea opere originali, il copista si limita a “copiarle”. L’arte vera dunque risiederebbe SOPRATTUTTO nell’autore, perché dentro l’autore si nasconde il cosiddetto “genio romantico”. Con il Novecento cambia tutto ancora: l’arte perde il suo primato come disciplina plastica, e diventa invece “espressione di un’idea”. Non serve essere capaci di fare qualcosa per fare arte, ma basta avere un’idea e dargli una forma: da qui deriva Picasso (“ma se non sa disegnare, come fa ad essere un’artista?”), ma anche Lucio Fontana e i tagli nelle tele, oppure la Merda d’artista di Manzoni (Piero e non Alessandro), per limitarmi a tre casi molto noti. Poi è nata l’industria culturale: l’opera d’arte è diventata “riproducibile” a livello industriale, e questo ha messo in crisi la teoria dell’unicità dell’opera d’arte, favorendo la teoria dell’idea e del concetto come caratteristica fondamentale dell’opera artistica. Ma si è aperto un dibattito nuovo: si può fare arte se l’interesse principale è vendere? Allora ecco la nuova idea di arte, come di qualcosa completamente slegato da meccanismi industriali e commerciali, perché “se tu vuoi vendere, non lasci spazio alle tue idee”.

Il dibattito contemporaneo ha superato questi discorsi: con l’industrializzazione di ogni cosa, anche l’artista è “costretto” a piegarsi a meccanismi industriali anche se elementari, per poter far passare la propria idea, oppure per poter esprimere il proprio genio o la propria originalità, o perfino la propria capacità tecnica. Anche perché un’opera d’arte è tale perché come tale viene CONOSCIUTA e RICONOSCIUTA: la Gioconda è tale sia per perizia tecnica, che per quello che ha rappresentato nella storia. In altre parole: se la Gioconda non fosse stata apprezzata dalla critica, tramandata nella sua bellezza di bocca in bocca e diventata un patrimonio comune mondiale, magari sarebbe andata perfino distrutta, o comunque non sarebbe quello che oggi rappresenta. Nella percezione di un’opera d’arte gli uomini hanno quindi un ruolo fondamentale. Nessuna opera è di per sé completamente e totalmente artistica, così come non esiste di per sé nessun artista: si parla di arte quando si ha a che fare con abilità tecniche e con messa in forma (che varia: un quadro, un romanzo, una canzone, un qualunque oggetto) di un contenuto, che può essere originale, oppure essere vincolato all’idea del suo autore, che diventa tale quando viene riconosciuta come idea originale dalla critica e dal sentire comune.

Ora, voi direte. Cosa c’entra tutto questo con il Festival? Mi sembrava una premessa importante questa, perché dalla conferenza stampa di presentazione del Festival tenuta da Claudio e da staff è emerso più che mai a mio parere l’impronta artistica di questo Festival. D’altronde, anche il Festival dell’anno scorso aveva una cifra artistica non da poco (rileggete le puntate dello scorso anno: ne avevamo parlato in abbondanza). Ma quest’anno, complice forse il successo dello scorso anno, ci si è spinti credo “oltre”. Sulle abilità tecniche e sulla messa in forma (televisiva in questo caso) credo che bisognerà aspettare di vedere le serate per poterne parlare, ma per quanto riguarda il contenuto e l’idea del suo autore, riconosciuta come tale, credo che si possa già esprimere qualche osservazione. Claudio è artista da idee. È cantautore che queste idee le ha messe con abilità tecniche notevoli (soprattutto quella del compositore) in tantissime forme, una su tutte la canzone, ma ultimamente anche nella forma-spettacolo (abbiamo tutti in mente Al Centro), ed ora nell’evento che si trasmette in televisione, come ha definito lo stesso Claudio essere il Festival.

Claudio è artista, e le sue idee le mette in forma dappertutto. Sono idee precisi e forti: la musica al centro è una di queste, l’immaginazione al Festival è un’altra (che a mio parere è passata un po’ poco lo scorso anno). Quest’anno c’è l’idea dell’armonia. Armonia che deve far conciliare gli opposti, come Pippo Baudo e Fabio Rovazzi, come Nino D’Angelo e il rapper Livio Cori (e tanti altri accostamenti originali di opposti all’interno dei concorrenti), come la canzone sanremese e la trap, come l’austerità-serietà di Claudio e la debordante comicità dei co-conduttori Virginia Raffaele e Claudio Bisio. Gli opposti in questo Festival sono tantissimi, quasi che si può parlare di una contraddizione: la musica al centro, e due conduttori comici? La scelta, pur non dubitando della professionalità e della bravura dei due artisti, nonché delle ragioni della scelta stessa (spiegate da Claudio), lascia in realtà un po’ perplesso anche me. Sarà il palco a dire la sua, anche perché l’armonia non si coglie strada facendo, ma si coglie alla fine. Claudio ha parlato a questo proposito di un accordo finale: in un accordo si trovano note diverse, ma che si armonizzano e formano qualcosa di nuovo e di unico. Un po’ come la canzone in fondo: parole, musica e interpretazione restano elementi singoli e divisibili, ma quando c’è la canzone si fondono e vanno a formare qualcosa di unico che è appunto la canzone stessa.

Le idee di Claudio hanno sempre avuto al centro solo e soltanto una cosa: l’uomo e l’umanità. Non c’è opera di Claudio in cui l’umanità non sia toccata, dagli album d’amore (l’amore ci rende uomini) a quelli esistenziali (lo stesso concetto di esistenza è proprio legato al nostro essere uomini), dal dolore (profondo, che proviamo noi uomini) alle questioni sociali (che riguardano proprio i rapporti tra uomini). Anche l’idea della musica al centro è al servizio dell’uomo, perché Claudio è consapevole del ruolo che ha l’arte per l’uomo (ha parlato spesso infatti di bellezza, concetto associato da sempre all’arte, da cui l’ormai celebre aforisma del 2009 «se uno semina bellezza, la raccoglie»). Claudio ha bisogno di affermare la sua artisticità, purtroppo bistrattata da parte della critica che l’ha per lungo tempo considerato un autorucolo da quattro soldi, come se la grandezza dei temi definisca da sola la grandezza artistica. Già un anno fa Claudio aveva vinto: la sua impronta artistica al Festival era evidente, rispetto invece all’impronta di mestieranti di anni fa, bravissimi dal punto di vista tecnico, ma carenti sul piano delle idee e della loro messa in forma. Ecco perché questo excursus sull’arte, perché questo Festival sa di arte e respira e fa respirare arte.

Lo scorso Festival era stato inaugurato dal meraviglioso discorso di Claudio sulle canzoni come arte povera, a cui aveva fatto eco nella seconda serata il completamento “poetico-esegetico” di Roberto Vecchioni, che aveva detto la sua sull’arte delle canzoni. La conferenza stampa del Festival 2019 ha parlato ancora dell’arte delle canzoni, ancora una volta chiamata “arte povera”, ma ha parlato degli artisti come dei trombettieri: se gli uomini “di buona volontà” sono un esercito che deve combattere le battaglie della vita, in questo esercito gli artisti hanno il ruolo di “suonare la tromba”, ossia di farsi sentire con uno strumento che suona forte. È il ruolo dell’artista DA SEMPRE, che come tale è riconosciuto dal popolo, e che per questa ragione ha una posizione privilegiata da cui poter far ascoltare la propria voce (attraverso il suo strumento): è l’aedo, il poeta-vate, il pittore dannato, il trovatore, oggi il cantautore, che sfrutta i meccanismi dell’icona pop e dell’industria culturale per veicolare in modo diverso le idee artistiche.

È bello che Claudio abbia rimarcato l’artisticità del Festival, l’artisticità della canzone e il suo stesso essere artista. D’altronde, di arte abbiamo bisogno: ne è la riprova il grande successo del film su Van Gogh con William Defoe, nelle sale in questi giorni, che rappresenta proprio l’artista (ottocentesco) per antonomasia. Per cui, di contro a quanto affermava Bennato, no, non sono solo canzonette. È Arte. E l’Arte (musicale, testuale, performativa, spettacolare) sarà la protagonista del Festival dell’Armonia. Come quest’armonia sarà inscenata, non lo sappiamo. Ma grazie Claudio per rimarcare l’Arte e il suo bisogno. E grazie per parlare di Armonia; il mondo si colma dell’arte: speriamo che il nostro mondo con il tuo Festival si colmi almeno un poco di Armonia.

Luca

Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, laureato in lettere moderne e attualmente studente di Filologia moderna, scienze della letteratura, del teatro e del cinema; maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori della città, suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

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2 commenti

  1. Ciao “POETA ”
    Come sempre ti leggo “COMPLIMENTI”
    CLAUDIO È dolcezza ❤gentilezza ❤umanità ❤bellezza❤Tutto questo è ARMONIA
    Un abbraccio a te e a CLAUDIO

  2. Bravo. Mi è piaciuto molto leggerti, complimenti.

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