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Claudio Baglioni «Il mio segreto è essere sempre autentico»

Claudio Baglioni “Al Centro” a Trieste «Il mio segreto è essere sempre autentico»

All’Allianz Dome la tappa del tour del cantante. «Ormai il pop è cambiato, e non esistono regole certe per il successo»

Dice di non vedere l’ora di arrivare a Trieste, Claudio Baglioni: «Città unica e irripetibile». E infatti, dopo il rinvio della prevista data del 2 aprile, sarà all’Allianz Dome domani, alle 21, una delle tappe del suo energico tour intitolato “Al Centro”, proprio perché il palco sarà in posizione centrale e il pubblico disposto a 360 gradi intorno a lui. Artista poliedrico, non ha mai conosciuto fasi d’arresto. Certo una carriera minata anche da molte critiche, soprattutto negli anni ’70, quando ascoltare musica melodica era praticamente un reato. Poi i tempi sono cambiati e Claudio Baglioni oggi è stato per due volte direttore artistico della più importante manifestazione canora italiana, Sanremo.

Lei ha esordito negli anni ’70, un periodo difficile, stretto com’era dall’impegno politico mentre tutto ciò che aveva una vocazione sentimentale era ritenuto minore. Una distinzione ideologica, diciamolo pure, artisticamente stupida. Che ricordo ha di quegli anni?

«Distinzione ideologica e stupida, è vero – risponde Baglioni -. Nella Storia ci sono momenti nei quali certi temi vengono banditi. A volte è bene. Altre volte, no. Negli anni ’70, tutto ciò che non era poli- tico, era sospetto. Doveva essere stigmatizzato, se non condannato. La musica non face- va eccezione. Anzi. Essendo il più importante social network di quegli anni, era un’osservata speciale. Si crearono due fronti. Netti e contrapposti. Da una parte, le canzoni impegnate, dall’altra, le canzoni d’amore. Le prime, anche se brutte, avevano diritto di cittadinanza. Le seconde, anche se belle, no. Una follia dalla quale, per fortuna, con gli anni siamo guariti. Personalmente ho sempre pensato che la bellezza di una canzone e del messaggio che contiene dovrebbero venire prima di ogni altra considerazione. E che brani e artisti non dovrebbero essere discriminati in base al genere di musica che fanno. Ben vengano, dunque, le belle canzoni impegnate e le belle canzoni d’amore. Più in generale, ben vengano le belle canzoni».

Lei ha sdoganato il pop nazionale ed è stato il primo cantautore italiano a inaugurare i concerti negli stadi, erano gli anni ’80, quando ha intrapreso una nuova sfi- da musicale senza Antonio Coggio, ma con concerti da centinaia di migliaia di spettatori. Se lo aspettava?

«No. Non avrei mai immaginato che la mia carriera sarebbe cominciata, figurarsi se avrei mai potuto immaginare che sarebbe stata così lunga e così fortunata. È stata una sorpresa incredibile. E lo è ancora. La realtà a volte supera davvero l’immaginazione. Da parte mia, ho sempre cercato di rimanere me stesso. E per farlo non ho mai smesso di cambiare. Non è un gioco di parole: è la verità. Cambiare senza fingere, senza barare, senza bluffare, intendo. Nella musica – come in amicizia o in amore – i sentimenti falsi prima o poi si pagano. L’unica moneta che non va mai fuori corso è l’autenticità. È lei l’unico vero “elisir” di longevità. Dico spesso che, al contrario delle fake news che fanno il giro del mondo, un “fake artist” non riuscirebbe nemmeno a fare il giro del proprio isolato. Se il tempo che – come ho detto – non sbaglia mai una sentenza, non mostra il pollice verso, avrà le sue ragioni. Mi fido di lui. E faccio di tutto per fare in modo che lui continui a fidarsi di me».

Ha attraversato tre generazioni. Spesso la critica l’ha accusata di scrivere “musica facile”. Ma se fosse così molti autori scriverebbero musica o libri da milioni di copie. Qual è il talento in più per piacere così tanto?

«Non esistono regole certe per il successo. Così come non esistono la pietra filosofale o l’elisir dell’immortalità, non esiste la ricetta del successo garantito. La domanda che dovremmo porci, allora, è: per- ché, invece di cercare di costruire a tavolino qualcosa che dovrebbe piacere, non cerchiamo di dar vita a qualcosa di bello? Da che mondo è mondo, la bellezza è sempre piaciuta a tutti. Cerchiamola. Non rimarremo delusi noi e non deluderemo nessuno. E il successo arriverà. Dove si trova questa bellezza? Non lo sa nessuno, per fortuna. Così non dobbiamo mai smettere di cercare. Quello verso la bel- lezza è un viaggio. E, come nella vita, conta viaggiare, non la meta».

Spesso nei codici artistici si parla di “capacità del rischio”. Qual è stato il suo?

«Più grande il rischio, più grande l’impresa. Tutti siamo capaci di stracciare un foglio di giornale bagnato. Scrivere un bel verso – uno solo – invece, è difficilissimo. Quella è l’impresa. Tutto, nell’impresa del fare musica, è rischio: trovare un bel “giro di accordi”, una bella linea melodica, cucirle addosso un testo che “suoni”e “parli” bene; trovare il miglior abito di suoni possibile e farlo realizzare dai musicisti più adatti a quel pezzo; capire qual è la “famiglia di canzoni” migliore per dare voce a una certa storia, e trovare la migliore “forma live” per rappresentarla. Ognuno di questi passaggi è rischio e impresa, perché quella che chiamiamo ispirazione è solo il 10% del lavoro. Il restante 90% è “traspirazione”, vale a dire sudore».

Uno dei suoi scopritori è stato il triestino Teddy Reno, al “Festival degli sconosciuti”, 1966. Da allora cos’è cambiato nel pop italiano?

«Tantissimo. Le perdite che, personalmente, ritengo più gravi sono due: una figlia dell’altra. La prima è il fatto che negli ultimi vent’anni la musica ha perso centralità. I giovani hanno altre priorità. La musica è diventata sotto- fondo, non la ascoltiamo più. Da qui deriva la seconda perdi- ta: quella della melodia. Abbiamo perso il senso della melodia, si è impoverita sempre di più. La prima linea melodica di “Yesterday” – tanto per fare un esempio – è composta da 29 note. Oggi, sempre più spesso, le linee melodiche so- no composte dal ripetersi – rimescolato – delle stesse 3 no- te».

Negli anni ’90 con “Oltre” ha intrapreso un cambiamento, nei testi e nella musica. Poi “Anima mia” con Fazio, l’iniziativa di O’Scià a Lampedusa, Sanremo, fino ai 50 anni di carriera. Quale “oltre” regalerà a Trieste?

«Il ritrovarci, insieme, “Al Centro”: il cuore, luogo ideale, perfetto. Il punto da cui tutto parte e verso cui tutto con- verge. Questa città straordinaria, che con le sue braccia lega Oriente a Occidente, è centro perfetto, nel quale – esatta- mente come in questo show – suoni, voci, luci, immagini, coreografie e performance, possono fondersi alla musica, in una sorta di “teatro totale”, che la rende ancora più intensa. Ancora più capace di farci sognare. E grazie al palco posto al centro della scena, tutti vedono meglio e – soprattutto – sentono meglio. Non solo: lo spazio scenico diventa più grande e modulare, e può assumere forme diverse, trasformandosi da semplice pedana per ospitare artisti, strumenti e attrezzature, in parte integrante dello show: la condizione ideale per festeggiare, insieme, questi incredibili 50 anni di, con e per la musica. Il live resta, per me, l’emozione più grande. Momenti unici e irripetibili perché accadono solo in quel momento e che non vedo l’ora di condividere con una città unica e irripetibile come questa».

Mary B. Tolusso – IL PICCOLO TRIESTE del 21 Aprile 2019

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

2 commenti

  1. Sandro Franceschelli

    Un mito irripetibile….ho visto dal primo all’ultimo concerto..Al Centro…semplicemente meraviglioso..scenografo di se stesso sempre molto attento al suo pubblico..un professionista unico…un grande uomo un bacione Anna

  2. CLAUDIO È GENTILISSIMO, SENSIBILE GENEROSO POETA UOMO VERO
    QUESTO È CLAUDIO
    TI ABBRACCIO TI PORTO SEMPRE NEL MIO CUORE
    GIO 2O15❤

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