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La performance nell’opera di Claudio Baglioni

Tutti sappiamo cos’è una canzone, ma difficilmente riusciamo a definirla con precisione, un po’ come quello che diceva Sant’Agostino sul tempo. Negli studi sulla canzone è molto diffusa la definizione coniata dal musicologo Stefano La Via: per canzone lo studioso intende un tipo di «composizione poetico-musicale assai vario e mutevole, anzitutto sul piano della forma, ma sempre e comunque caratterizzato dall’incontro e dalla mutua interazione fra due elementi testuali che a loro volta rimandano a due diversi sistemi linguistico-espressivi: […] un “testo verbale” e […] “un testo musicale”». Nel 2000 Roberto Vecchioni, che oltre ad essere un grande cantautore è anche uno dei più importanti teorici della canzone in Italia, per Treccani doveva tracciare i confini di un genere specifico della canzone, la cosiddetta canzone d’autore, definendola «un’unità narrativa e metrica inscindibile» fatta di «musica, testo e […] interpretazione». Quest’ultima definizione credo possa essere estesa a tutta la canzone, e non soltanto alla canzone d’autore; diversi studi hanno infatti dimostrato quanto sia abbastanza evidente il ruolo che l’aspetto dell’interpretazione, che potremmo dire anche performance, è fondamentale per tantissimi generi internazionali (come il rock) ma anche italiani (pensiamo agli urlatori don Backy o Celentano, o perfino allo stesso Modugno). Anzi, come ha detto bene Vecchioni, anche un cantautore utilizza la performance e l’interpretazione come procedura di “scrittura”: Guccini è inscindibile dal suo modo di interpretare i suoi brani, così come sono De André o Vecchioni.

Ma che cos’è dunque la performance di una canzone?

Senza dubbio è l’elemento dei tre che compongono la canzone più difficile da riconoscere e da scindere dagli altri: se la musica è facilmente riconoscibile (e divisibile in armonia e melodia – per chi ha qualche nozione minima di carattere musicale; per chi non ce l’ha, la melodia è il suono della voce o di uno strumento solista; l’armonia è l’accompagnamento che fanno sullo sfondo tutti gli altri strumenti), e le parole sono ancora più facili, stabilire dove inizia e dove finisce l’interpretazione non è un fatto per niente facile. Paolo Giovannetti, professore di letteratura allo Iulm e grande studioso della performance nella canzone (sostiene che la canzone è una forma di poesia orale), ha definito la performance come un «particolare atto di enunciazione che viene affidato alla persona fisica dell’esecutore. Non si dà – statutariamente – canzone senza esecuzione: la canzone deve risuonare in una voce e in un corpo (se del caso mediati dalla riproduzione, elettrica, elettronica o digitale – ma la sostanza non cambia, nemmeno quando i corpi siano totalmente virtuali); e i significati che il pezzo sprigiona vanno commisurati alla presenza di quel particolare cantante». Il veicolo principale della performance, secondo Roland Barthes, grandissimo semiologo e critico letterario francese, è «la voce, che è atto di scrittura perché “mette su carta” e realizza la relazione tra componente verbale e componente musicale, unendole e fissandole in una cosa sola»; Paolo Jachia, semiologo tra i più grandi esperti di canzone in Italia, si è spinto oltre, spiegando che la performance risiede «nella voce, innanzitutto, ma anche nell’esecuzione musicale, nell’apporto di strumentisti e arrangiatori, nel gesto, nella presenza scenica».

Questo rapido e noioso quadro teorico (spero di non avervi annoiato troppo) mi è servito per offrirvi uno sguardo il più possibile completo delle teorie su questo aspetto così “misterioso” della canzone, ancora poco (se non per nulla) indagato dagli studi, ma anche poco considerato dai non addetti ai lavori: chi riconosce un arrangiamento? Certo, la voce di un cantante la riconosciamo tutti, ma che ruolo gli diamo all’interno della canzone? Non ci limitiamo forse a dire: mi piace/non mi piace? Così come diciamo di solito riguardo un arrangiamento: ci piace, non ci piace?

Quello che vorrei fare ora è un tipo di lavoro diverso. Un tentativo, forse un esperimento nuovo, inedito. Gli studi hanno provato che la canzone per essere analizzata ha bisogno di essere smembrata: le parole vanno studiate a parte, MA senza dimenticare che sono scritte per essere cantante; la musica va studiata a parte, MA senza dimenticare che è fatta come supporto per alcune parole. E la performance? Diventa forse impossibile studiarla a parte, visto che non ha note e parole. Ma credo che possa essere studiata come COLLANTE della musica e delle parole.

Dunque, quello che vorrei fare ora, nelle prossime puntate della rubrica Stasera a casa di Luca, è proprio un percorso di analisi delle modalità performative all’interno dell’opera di Baglioni. Devo pensare ancora bene come strutturarlo, ma l’idea è questa.

Lo spunto è nato da due elementi

  1. Al Centro ha messo in evidenza come la performance (in questo caso visiva, quindi la performance più vicina alla tradizione potremmo dire legata alla storia del teatro e della danza: le coreografie) abbia permesso che alcune canzoni acquisissero senso ancora di più rispetto a prima (ne ho parlato tante volte), e mi sono dunque chiesto: come Baglioni nel corso della sua carriera si è approcciato a questo discorso delle “canzoni da vedere” e non solo da “ascoltare”?
  2. La pubblicazione di tutti gli album con Sorrisi e canzoni, che stiamo vivendo proprio in questi giorni, ed in particolare l’uscita di InCanto, mi ha fatto riflettere sulla questione dell’arrangiamento, di come canzoni con arrangiamento diverso mutano l’anima, è come se fossero davvero “canzoni diverse”.

Dunque, la performance è importante: può, anzi, DEVE essere analizzata. Allora, analizzeremo insieme questi aspetti della performance nell’opera di Baglioni (cinque in particolare). Due sono legati alla sfera dell’ascolto.

  1. La voce. Che ruolo ha la voce nella sua opera? La voce di Balgioni, che è cambiata nel corso della carriera per ragioni differenti (alcune anagrafiche), ha fatto cambiare il significato di alcune canzoni, nonostante parole e musica restassero uguali?
  2. L’arrangiamento. La veste “classica” della performance musicale: quando un brano cambia completamente significato in base al vestito musicale (piano e voce, chitarra, archi, ecc…)

Due sono invece legati alla sfera della visione.

  1. La presenza scenica di Baglioni. Baglioni da solo al piano; da solo Al Centro, da solo con i midi sequencer… Quanto tutto questo influisce sull’elaborazione dei significati?
  2. Gli ambienti scelti. Quanto un ambiente fa cambiare il significato ad una canzone? Una canzone suona uguale al teatro, al palasport, in un Arena o al teatro di Taormina?
  3. La performance visiva. Oltre al cantante, quanti elementi Baglioni ha “aggiunto” alle sue canzoni nel corso della sua carriera? Ballerini, performer, immagini, filmati, costumi… Tutti elementi che hanno creato delle “immagini” che si aggiungono alle canzoni.

Evito di ragionare su elementi che sono paratestuali diciamo (e non performativi), quindi legati al testo ma che sono “oltre il testo”, che non riguardano strettamente la testualità performativa (per esempio, le copertine dei Cd, i booklet di accompagnamento o i manifesti dei tour). Ho parlato volutamente di testualità performativa perché nella critica semiotica la parola “testo” non vuol dir solo “insieme di parole”: è un “testo” anche la melodia e l’armonia, utilizzando però il significato etimologico della parola, dal latino textus, participio passato del verbo texere, quindi ‘intrecciato’. La testualità musicale è dunque un intreccio di note e armonie. E la performance? Anche la performance ha un testo: è un intreccio di tanti elementi, come i cinque che ho messo in evidenza (l’arrangiamento, la voce del cantante, il luogo di esibizione, le coreografie o i filmati, gli ambienti dove suonare), che possono essere analizzati esattamente come si fa con note e parole, anche se la critica della canzone non ha ancora studiato un sistema per analizzarli approfonditamente. Certo, la performance è un collante della musica e delle parole, per cui va sì analizzato da solo, ma COME collante, e senza dimenticare mai che è legata e vincolata proprio a QUELLA MUSICA e a QUELLE PAROLE.

Questo lavoro non ha ovviamente pretesa accademica, ma soltanto l’intento curioso di chiacchierare con voi su un aspetto che a mio parere ritengo essere molto interessante all’interno dell’opera del nostro Claudio (e in generale all’interno della canzone, soprattutto italiana).

Allora, siete pronti per incominciare a parlare di performance e interpretazione?

Ovviamente, ne approfitto perché credo che questo periodo sarà abbastanza tranquillo per Claudio, per cui avrò poco da commentare d’altro. Inoltre, come sempre, sappiate che ogni commento o consiglio è ben accetto. E allora, con la prossima settimana si parte!

Luca

 

Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, laureato in lettere moderne e attualmente studente di Filologia moderna, scienze della letteratura, del teatro e del cinema; maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori della città, suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

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1 Commento

  1. Mi pare un interessantissimo campo su cui dissertare.
    Alcune tue analisi e spiegazioni preliminari illustrate in questo intervento sono già utili per provare a “fare ordine” nelle emozioni di noi fruitori di concerti, e quindi provare a distinguere le varie percezioni sensoriali; anche se poi – come ben sottolinei – tutte si intrecciano nella testualità performativa e ci fanno dire “un concerto straordinario” senza riuscire sino in fondo a spiegare perchè.
    Per questo già ti ringrazio.

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