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30/11/2020 Intervista a Claudio Baglioni

Claudio Baglioni, il nuovo album è “In questa storia che è la mia”: l’intervista

A distanza di 7 anni dal precedente album di inediti, l’artista romano torna con un nuovo lavoro. E annuncia per il 2021 ben 12 concerti a Roma alle Terme di Caracalla più due a Taormina e due Verona. Il disco fisico esce in cinque versioni. L’INTERVISTA

Un viaggio lungo 78 minuti tra ricordi netti e un passato sfuocato, tra amore e disincanto, tra musica e arte. Sette anni dopo Con VoiClaudio Baglioni pubblica In Questa Storia che è la Mia, un lavoro, una raccolta di quattordici brani, una ouverture e quattro interludi piano e voce con un finale: un concept che disegna la parabola dell’amore, sia personale che universale, riflettendo sul modo nel quale questa forza straordinaria che tutti viviamo senza conoscerla mai veramente, travolga le nostre esistenze, rendendole esperienze uniche e sempre degne di essere vissute. Una vita in quattordici storie che le passano attraverso. L’intervista, come abitudine di questi tempi, avviene in streaming. E Claudio Baglioni la dipinge con un ricordo: “La mattina intorno a mezzogiorno, saremo stati nel 1958 o 1959, a Centocelle, quartiere romano dove sono cresciuto, arrivava, una volta a settimana, il camioncino del venditore ambulante di tessuti e tutti si radunavano intorno a lui. Lui esrodiva dicendo bambini, donne e mariti siamo in questa pubblica piazza perché l’altra era occupata…e pur sapendolo a memoria ci emoziovana sempre. Insomma ogni volta così, poi presentava gli scampoli che vendeva e prendeva le misure allungando il braccio…questo aneddoto per dire che è la mia prima conferenza a distanza.”

Come intensità riporta al concetto di tempo: la tua musica lo ha sconfitto?

Il tempo vince sempre, al massimo lo affianchiamo. Il valore reale di questo mestiere è pensare che ci sarà una memoria, le scene di un concerto resteranno anche dopo, ci saranno delle tracce. Ho vissuto per lasciare un segno ma è la missione di chiunque viene al mondo. Quando la sua commedia, il suo atto di presenza cesserà, ciò che ha lasciato andrà ancora avanti.

Il romanziere ha l’incipit come manifesto: che segno hai lasciato e vuoi lasciare ancora?

Ho cominciato nel 1964 partecipando a un concorso di voci nuove a Centocelle. Ho creduto nel successo ma pensavo non arrivasse mai poi quando è arrivato credevo finisse presto, invece…non mi lamento del mio viaggio seppur abbia registrato qualche passaggio a vuoto. Sono ossessionato dal verbo incidere, dalla volgia di lasciare qualcosa di inciso.

Cosa significa cantare l’amore oggi?

Gran parte della mia produzione racconta l’avventura e la disavventura del vivere e l’amore occupa uno spazio preponderante. Per quanto moltilo abbiano scandagliato ha sempre qualcosa da raccontarci, forse perché è la materia più viva che abbiamo. Tolti il primo e l’sempre ultimo brano si parla di amore. E’ l’argomento che mi ha interessato di più e forse ho capito di meno, come i cani che abbaino alla luna senza sapere cosa è la luna.

In un mondo nuovo cosa c’è: speranza, utopia o disillusione?

Trovi la speranza di sempre diventata un po’ logora, è una vecchia militante che ha combattuto per un sogno ma nel tempo ha raccolto tanta disillusione. E’ una elencazione con le istanze che conosciamo tutti. E’ un pezzo che riporta il pensiero al bisogno di tornare a fare sogni al plurale. Ne facciamo sogni, alcuni anche banalotti, per riempire qualche disperazione di fondo, ma fatti al plurale aiutano a guardare in una direzione e non nello specchio del narcisismo o nei confini della casa. Per me oggi il mondo è troppo pieno di roba e i tentativi per non attraversarlo trasparenti a volte sono drammatici perché seguono una consolazione che non diventa reale.

I testi paiono preponderanti?

Io sento tante linee melodiche importanti. La musica è quasi metafisica e io ho cercato la via dell’emozione. Le parole invece vengono analizzate: ho fatto spesso fatica a mettere insieme parole e musica, è come confrontare qualcosa di impalpabile con la concretezza delle parole. Ho cercato di andare sul significante, l’effetto del suono della parola, per dare ai termini una fisicità.

Che soluzione proponi per i live?

La conosco la situazione, anche se sono graduato e la soffro meno siamo tutti appiedati. E’ uno dei settori più toccati da restrizioni e chiusure. Nei miei concerti totali la famiglia ci lavora è numerosa, dove si mescolano più arti servono più talenti. Non ho ricette e credo non le abbia nessuno. Bisogna operare subito ma senza firmare appelli, o meglio senza affidarsi solo a quelli, e provvedere anche individualmente. Ho fatto sottoscrizioni personali che non divulgo, ho cCreato fondi di sostegno. E’ venuto a mancare il 100 per 100 del lavoro. Non sono d’accordo con chi dice che i concerti non si possono fare in streaming, non è la stessa cosa ma va trovata una formula accattivante. I miei avranno cento strumenti, ci sarà una emozione fisica anche nello spostamento dell’aria. Creando nuove dinamiche ci riusciamo e chiedo agli editori televisivi di stare allerta, si può fare, bisogna studiarci.

Si sente un uso predominante della chitarra acustica: la sua rivincita?

Non è un revenge soud ma il proposito è ritrovare vitalità ed energia riconoscibili nella timbrica che va dagli anni Sessanta fino a fine anni Sttanta. E’ un disco in costume. E’ un disco curioso. E’ un disco tutto suonato come si faceva una volta.

Torneresti da ospite a Sanremo? Come lo vedi quest’anno?

Nulla è facile. Non conosco le nuove prospettive. L’Ariston ha fascino ma è un teatro che presenta difficoltà spaziali. Non so cosa stiano pensando i grandi manovratori. Quando lo ho condotto mi sono detto che se avessi bruciato la mia carriera avrei fatto l’architetto invece ne sono uscito salvo e con buoni riscontri. Nel 2021 si farà a marzo, vedremo. Come ospite ci sono già stato due volte. Bisogna rifletterci perché come dice qualcuno non si esce da papa e si rientra da cardinale.

In Questa Storia che è la Mia sento una connessione importante con Io sono qui del 1995.

Penso ci sia come telaio. Non è la prima volta che lo uso. C’è anche qualcosa di Strada facendo, gli interludi si ispirano a quelli, lì erano voce e chitarra ora c’è il pianoforte. Sono i due esseri con cui ho vissuto di più, ho tenuto più stretta una chitarra che qualunque altra persona. Ci sono anche altri rimandi: il padre è Oltre e la madre Strada facendo. L’album sente i 52 anni di musica e risente di tutto quello che ho imparato.

Credi che l’uso della lingua italiana nella musica sia curato?

I rapper hanno elevato la parola, sono andati a risvegliarla dopo la stagione dei cantautori e la fase della pigrizia. Personalmete ho una schizofrenia come autore. La musica mi attrae e commuove personalmente. Lascio da parte le musiche e devo rompere il vetro della difficoltà per mettere le parole. Non tutte suonano sulla musica anche se la nostra è quella del bel canto: l’italiano ha tante parole lunghe e tante tronche, belle come significato ma difficili da collocare. Mi ci metto con soggezione a volte attendo mesi e sto attento alla forza del singolo vocabolo. Devono essere esatte: la parola è una scienza esatta. Serve anche un po’ di fortuna.

In Quello che sarà di noi e Pioggia Blu sembra che credi che l’amore vero arriva quando non gli chiedi nulla in cambio, non hai aspettative.

C’è la sorpresa dell’amore sempre, anche quando hai trovato una giusta soluzione c’è sempre la possibilità dell’innamoramento. C’è anche la paura di amare, due che non si promettono troppo perché non c’è cuore a sufficienza per affrontare una grande storia d’amore. Pioggia Blu è il solo pezzo che descrive quello che stiamo vivendo: la pioggia resta fuori rispetto a una tana, è una minaccia che vorresti passasse il prima possibile. Però rinforza l’unione che diventa un noi.

Canti l’amore carnale, ti sei liberato dall’immagine romantica?

Negli anni Ottanta e Novanta ho fatto cinque, sei album con non tante canzoni d’amore. Un artista non deve essere per forza autobiografico. Sull’amore carnale ed erotico la percezione torna fuori con la mia età, non so se è la bandiera della senilità o un apprezzamento estetico. Comunque in passato ho fatto canzoni carnali dove l’odore emerge.

Oltre all’amore c’è la nostalgia, coccolarsi nel passato.

E’ una autobiografia senza date, nomi e fatti. E’ veloce perché nel mio ricordo è così, i decenni che si sovrappongono mi hanno fatto perdere il ricordo nitido di quando una cosa è successa, c’è l’uomo nelle sue varie età. Sono arrivato a una parte cospicua della carriera. Più che nostalgia c’è la voglia di lasciare un segno, la possibilità di essere ricordato. Da sette anni non facevo un album, ho fatto altro. Forse ho anche meno da dire ma quello che dico cerco di farlo meglio. Combattiamo con una storia e vincerà sempre lei. Sento che è un buon lavoro, c’è dentro quasi tutto quello che so fare. Già oggi alcune sfumature le cambierei. Ho pensato spesso che non lo avrei terminato, poi difficile scegliere cosa metterci e come. Il presupposto non è la nostalgia ma fermare il tempo di nuovo, mettere un punto e poi andare a capo per fare altro.

Gli interludi ci riportano te bambino. Come vivi la solitudine?

Sono figlio unico, abituato a crescere da solo. Mia madre era una sarta e molto chioccia, ero il suo Claudiuccio. Iniziai tardi con le partite in cortile, poi avevo gli occhiali e si rompevano sempre. Trascorrevo interi pomeriggi da solo e lì nasce la capacità di fotografare alcuni dettagli che chi vive in modo più dinamico non coglie. Gli interludi diventano le strofe di Uomo di varie età: sono delle soste, come quando ti fermi a raccontare un po’ di storia di vita.

Solo chiude il docu-film Io sono Totti.

Non avrei mai immaginato accompagnasse l’ultimo ingresso da calciatore all’Olimpico di un mito moderno. Mi ha lasciato una bella emozione, conosco Francesco da anni.

Parli della parabola dell’amore, ma l’amore domina il mondo: pensa ai dottori in questa stagione dell’umanità.

In questa narrazione non pretendo di parlare di quello che domina il mondo, parlo di quello che a volte si nasconde perché il mondo minaccia quell’amore. Qualcuno paragona questi giorni a quelli del secondo dopogerra ma è diverso: all’epoca l’amore esplodeva, la gente si voleva bene e si aiutava e sapeva che il domani sarebbe stato meglio dell’oggi. Oggi questa sensazione non c’è ed è per questo che l’amore è un pericolo. Dominano cinismo e singolarismo: che l’amore domini il mondo è una speranza o uno slogan da portare avanti, bisogna ripartire non da un amore utopico ma da un piccolo amore che germoglia. L’amore deve passare da altri, da soli non si va da nessuna parte.

Come il lockdown (tutto sul coronavirus) ha inciso sulla tua vita?

La mia vita personale non è cambiata molto, ho spesso avuto bisogno di stare solo e rifiatare per compensare i tanti momenti in mezzo alle persone. Però il covid mi ha fermato il lavoro: da una parte sono partecipe del danno collettivo con i tanti disagi della musica, ma per la composizione mi sono fermato come se questa vicenda mi avesse paralizzato. In questa confusione per mesi non ho fatto nulla, ho temuto anche per il disco. Ribadisco che sarebbe una bestemmia se non sapessimo prendere il meglio da questa situazione. Non torniamo come prima ma andiamo a essere meglio. Non chiedo un mondo nuovo ma cogliamo la trasformazione.

Che mi anticipi del tour Dodici Note?

A Caracalla troverete circa un centinaio di musicisti. Ho l’ambizione di fare spettacolo con la musica. Ci sarà tanto da ascoltare, in passato c’era anche molto da vedere. Saranno passaggi antologici della mia carriera.

Quale architettura racconta il disco?

E’ una camera con vista e la vista è uno skyline, un orizzonte largo, un po’ lontano dagli acciacchi di tutti i giorni, no per non sentirli ma per avere una spinta a ritornare fuori e a riconsiderare il panorama. Ma resta un interno tra quattro pareti strette.

Una frase per raccontare In Questa Storia che è la Mia?

E’ un disco demodé con echi anni Settanta ed echi che tornano da altri periodi. La sua forma è una larghezza ma ha anche dei segmenti. Dico di non spaventarsi per i 78 minuti perché ogni pezzo ha una vita propria. Mi piacerebbe però che almeno una volta venisse ascoltato in toto perché ha una drammaturgia alla quale ho badato con attenzione. Dopodiché ognuno ascolti le canzoni che preferisce.

Fabrizio Basso per SKYTG24

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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