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Pensieri e riflessioni sull’album di Claudio Baglioni

Gentile Tony,
in queste tre settimane che hanno seguito l’uscita del nuovo album ho voluto scrivere una sorta di recensione. Ti contatto per chiederti se sia possibile pubblicarla sul tuo sito: sarebbe per me un vero piacere contribuire all’attività di doremifasol.org, di cui sono un abituale fruitore da ormai diversi mesi.
Io sono Federico (in passato ci siamo già sentiti), sono prossimo ai 21 anni, mi sono diplomato con il massimo dei voti (diploma di liceo linguistico), sono al secondo anno di università e studio Comunicazione, tecnologie e culture digitali alla Sapienza. Scrivo per passione da anni, tanto che vorrei farne la mia professione. Sono un baglioniano ormai patologico, e penso che il lavoro che ti allegherò possa considerarsi non certo perfetto ma di discreta qualità. Ti ringrazio anticipatamente per l’attenzione, spero di ricevere un riscontro positivo.
Con stima
Federico Laudizi

“In questa storia che è la mia”:

pensieri, sensazioni e riflessioni sul nuovo album di Claudio Baglioni.

A cura di Federico Laudizi

Capostoria

Poco da dire su questa breve introduzione esclusivamente strumentale. Una piacevole e ricorrente abitudine nella discografia baglioniana quella di racchiudere l’album entro un estremo introduttivo e uno conclusivo (si pensi a Gira che ti rigira amore bello, Io sono qui e ConVoi). In questo caso si apprezzauna leggera solennità che dà all’ascoltatore la sensazione di essere avviato ad un‘esperienza non banale.

Altrove e qui

Il brano è emblematico dell’opera tutta e non a caso, probabilmente, è posto in apertura. Complesso, potente, ricco, fitto di immagini, metafore, analogie ma soprattutto dialettico. La dialettica, che è uno dei cuori nevralgici dell’album e dunque del percorso esistenziale dell’autore, è sempre incompleta e incompiuta (“Qui lungo una via per arrivare al centro” e “Qui sul petto in cerca del mio baricentro”). Essa è evidente già dal titolo del brano che con valenza ossimorica ha da subito attratto gli animi più inquieti. La canzone è attraversata da una tensione latente che ogni tanto emerge, si increspa, sbuffa e scalpita. La narrazione vive di energiche e temporanee polarizzazioni, un’oscillazione perpetua posta in essere da “un’anima ribelle” che ha bisogno di “un posto”, la quale è cagione “sotto la pelle di un eterno scontro”. Ciò che con viva forza si manifesta in “Altrove e qui” è lo spirito tipicamente romantico che pervade e ànima Baglioni da sempre, forse adesso un po’ mitigato dalla saggezza consapevole della maturità. Infatti solo chi ha dentro di sé quello “spirto guerrier” di foscoliana memoria è in grado di sostenere il peso esistenziale della dialettica, di comprendere che nulla è staticamente dato e sempre uguale a se stesso. Ecco che il cantastorie dei giorni nostri inaugura un nuovo capitolo della sua carriera indugiando sulla complessità di questo temae dando da subito l’impressione dello spessore dell’opera, forse contenutisticamente all’altezza di alcuni suoi album del passato o comunque ad un’altezza tale da suscitare quella vertigine di stupore e meraviglia tanto cara ai baglioniani. In questa storia che è la sua, quindi, Baglioni accetta e accoglie la dialettica come parte integrante e fondante. La sua vita è tale proprio perché sviluppatasi ora qui ora altrove, “tra una fuga e un rientro” (cfr. Cincinnato), tra il suo universo e quello parallelo da lui disegnato dove non era più così, tra la volontà di vivere “per lasciare un segno” e l’inattualità di chi nel mondo si chiede cosa c’entra.

Se nelle radio non vi fosse spazio solo per “autotunica” immondizia commerciale, potrebbe essere il traino radiofonico dell’album. Ottima intuizione quella di non sprecare la colonna sonora del tour “Al centro”.

  1. non so com’è cominciata

Primo dei quattro interludi piano e voce, è anche il primo vivido punto di contatto con Strada facendo, la madre di In questa storia che è la mia come ha dichiarato lo stesso Baglioni. Insieme ai suoi tre fratelli confluirà in Uomo di varie età. La somiglianza dolce e malinconica con gli intermezzi diStrada facendo, oltre che nei titoli numerati, sta tutta nell’umile quotidianità dell’argomento, ossia stralci di vita vissuta. L’unica differenza è rappresentata dalla presenza del piano in luogo della chitarra, elemento che in molti ha richiamato alla mente, a ragione, gli intervalli cinematografici di Io sono qui. Di contro alla vivace, incalzante e a volte anche stridula chitarra del 1981, simbolo di una sfrontatezza tipicamente giovanile, il pianoforte del 2020 esalta la serena pacatezza di chi guarda indietro e osserva il suo vissuto con compiaciuto appagamento.

Gli anni più belli

Questa canzone usciva il 3 gennaio 2020, anticipando l’album che sarebbe dovuto uscire a primavera. I noti eventi hanno poi posticipato l’uscita del disco e Gli anni più belli è stata letteralmente consumata da quasi un anno di attesa, un’usura positiva, derivante dal suo ruolo di portavoce di un album attesissimo. La canzone, colonna sonora dell’omonimo film di Muccino, non è un capolavoro mozzafiato ma è comunque suggestiva, in perfetto stile baglioniano. Non c’è spazio per stravolgimenti della forma-canzone né per sperimentazioni armoniche: è una canzone tradizionale, con preponderanza degli archi nell’arrangiamento (forse si sarebbe potuto fare un po’ di più per variegarla). Lo sguardo, come spesso accade con Baglioni, è rivolto al passato. Riaffiorano per mezzo di immaginifiche metafore ben note agli affezionati sensazioni e ricordi: “occhi di laguna”,“bufera di capelli”, “labbra di peccato”, “nuvole di uccelli”, ”spalle di fardelli” solo per citarne alcune. Molto probabilmente è lo spessore poetico, in questo pezzo, a prevalere su quello musicale.

Quello che sarà di noi

Avvenuta l’immersione nel passato grazie a Gli anni più belli, è tempo dunque di vivere il primo episodio di questa autobiografia sentimentale. Quello che sarà di noi è un pezzo invitante,accattivante, caldo, una canzone dall’atmosfera tipicamente anni ‘80 e con sfumature vagamente new wave.Anche grazie al magnetismo del flicorno di Giancarlo Ciminelli, la canzone narra delicatamente l’intimo inizio di una storia d’amore affrescato tra titubanze, azzardi e incertezze tipiche delle prime battute di uno spartito amoroso. Il ritornello gioca sul ritmo incalzante dell’allitterazione del pronome enclitico “ci”, ed è forse questo uno dei casi in cui più evidentemente si scorge uno dei leitmotiv dell’album, più volte evidenziato da Baglioni: cucire il significante, la nuda parola, addosso alle note. L’alternanza perfetta tra strofe e ritornello rende perfettamente l’idea della nascente coppiache si lascia e si prende in una danza sospesa nel tempo protetta in un interno indefinito (si vedanoMentre il fiume va, Pioggia Blu e Lei lei lei lei per approfondire la tematica dell’interno).

In un mondo nuovo

“Incipit vita nova” sarebbe il caso di dire. L’incontro con Beatrice è avvenuto e ha portato in dote un mondo nuovo. La canzone è vispa e allegrotta ed esprime appieno l’euforia dell’innamoramento, tale da far scovare nella donna amata un mondo completamente epurato di qualunque impurità. Tutto sommato non sembra un azzardo quello di attribuire a questo brano qualche sfumatura stilnovistica: giungere alla salvezza tramite l’idealizzazione della donna amata, nella quale viene a prendere forma un mondo purificato, una realtà in cui ogni negatività è stata spazzata via, dove non esistono Uomini persi, dove Ivecchi non sono rinchiusi in cucina se viene qualcuno, dove non si può più dire Qui Dio non c’è.In chiusura, è d’obbligo porre l’accento sulla profondità lessicale e sulla ponderata scelta dei vocaboli. D’altronde Baglioni ha dichiarato: “Il libro che leggo di più e che ho sempre accanto è il dizionario”.

  1. al pianoforte ogni giorno

Continuano gli echi autobiografici, particolarmente piacevoli per chi ha amato Strada facendo(“Al pianoforte ogni giorno, lezioni sul pentagramma” vs “Un maestro di chitarra e un’ora di lezione”). Lì più strettamente personali, qui inerenti la sua vita artistica, Baglioni continua a disegnare la sua parabola cantautorale e ad intrecciare la trama dell’album:all’autobiografia sentimentale (che per estensione sta a significare esistenziale) va legandosi indissolubilmente quella artistica.

Come ti dirò

In questi giorni che hanno seguito l’uscita dell’album, tra i tanti pensieri mi è capitato di leggerne uno che ho trovato ragionevole e condivisibile: In questa storia che è la mia è Questo piccolo grande amore riscritto con la mano di una sapiente maturità. Se si dà per buono questo paragone, allora Come ti dirò è assimilabile, nella struttura del concept e nel contenuto, a Con tutto l’amore che posso, poiché si toccano i complessi temi dell’indicibilità e dell’ineffabilità. Lo stesso Baglioni in una delle sue interviste radiofoniche ha affermato che questa è la canzone più classica dell’album. Impossibile dargli torto. Effettivamente il pezzo è molto orchestrale, classicheggiante. L’impianto armonico è semplice ma non banale: pianoforte ed archi, alternandosi con misura e ordine, sostengono l’impalcatura dell’intera canzone dando vita ad una gradatio ascendente che accompagna lo sviluppo contenutistico del brano (da notare che le percussioni sono quasi totalmente assenti, salvo che nell’introduzione dei ritornelli e nella dichiarazione d’amore finale). Al crescere della musica, infatti, corrisponde l’aumentare dei significati contenuti nel testo il quale, anche in questo caso, è un vero e proprio componimento poetico. Si rifletta sui versi: “Come ti dirò senza tante trame/di un legame immenso di follia/e in pancia uno sciame di frenesia/sul petto le lame della malinconia”. Per coloro che, come il sottoscritto, hanno iniziato l’ascolto dell’album con una piccola dose di sano scetticismo, questi versi spazzano via ogni tipo di dubbio: la vena compositiva di Claudio non è in secca, non è prosciugata, è anzi ancora vivida e benefica fonte di meraviglia.

Uno e due

Il viaggio sentimentale continua con una canzone ingenua e adolescenziale, arzilla e fresca. Uno e due è un tripudio di immagini e di accostamenti, di forte romanticismo con cui, molto probabilmente, si celebra l’acme (almeno ideale) della storia d’amore narrata. Colpisce il fatalismo espresso in apertura (“ma è da sempre che tu ci sei stata”) il quale lascia poi spazio ad una spensierata e incantata celebrazione del legame intercorrente tra i due amanti. L’innamorata ingenuità che la canzone lascia intravedere fa il paio, per chi scrive, con quella di Doremifasol, sebbene le due canzoni differiscano per tono e contenuto.

Mentre il fiume va

In questa storia che è la sua e di noi tutti Baglioni dà vita ad un episodio solo apparentemente frivolo e giocoso. Nella canzone in cui al pianoforte siede Danilo Rea, e l’introduzione ne certifica la presenza, la casa diviene un luna park, la camera da letto un parco giochi: il microcosmo domestico è per incanto riempito delle più disparate ambientazioni. Il testo, oltre alla notevole capacità evocativa, è meritevole di essere esaltato anche per la sua semplice e scanzonata sfrontatezza. A tal riguardo non possono essere ignorati i versiseguenti: “Quando dondoli il sedere/vorrei tanto darti un morso/nella morsa del piacere”. Lo stesso cantautore romano ha dichiarato che la senilità può portare alla riscoperta della carnalità, queste parole ne sono la dimostrazione, e la saggezza, aggiunge chi scrive, può rivestire l’argomento di un velo di indicibile eleganza. La metafora “morsa del piacere”, infatti, è molto eloquente ma al contempo ponderata e contenuta. L’accostamento tramite paronomasia (a voler essere precisi mediante figura etimologica) con “morso” poi, è espressione di genialità letteraria.

Ciò che forse emerge con minore intensità è che sullo sfondo di questo brano, come annuncia il titolo, c’è l’altro grande tema della discografia baglioniana: il tempo. La solitudine, la salvezza di quell’orso solitario, l’ingresso dell’amore nella propria esistenza, la sua celebrazione, la quotidianità, il gioco, l’intenso erotismo, tutto avviene mentre il fiume, inesorabilmente, va…

  1. e firmo in fede un contratto

Il terzo interludio racchiude in poche note e in poche parole cinquanta anni di carriera, dal primo contratto con la RCAall’irripetibile e indimenticabile stagione degli stadi. Torna, anche qui, il dualismo vita artistica-vita privata (“ma ci si arrende espatriati/quando dal palco si scende giù), a volte coppia, altre dicotomia.

Pioggia blu

Vero apice musicale e letterario dell’intero album, Pioggia blu è una canzone meravigliosa, le cui sonorità ricercate la fanno vagare in una dolce terra di mezzo tra il blues e il jazz fusion. È nuovamente l’interno a guadagnarsi la scena, e l’atmosfera che note e parole creano all’interno di questa camera da letto fa accapponare la pelle per la rara precisione descrittiva, puramente e squisitamente baglioniana. Per certi versi la canzone è pascoliana: in primis perché vi è l’elevazione del nido domestico a riparo dal mondo esterno, filo rosso che attraversa l’album, e in secundis perché la scena cantata sembrerebbe essere la medesima che Pascoli con tanta frustrazione osserva dall’esterno ne Il gelsomino notturno. Alcuni passi sono di un lirismo travolgente: “Pioggia blu/su ogni tratto che ti riga il viso/sulla neve pazza di un sorriso/fra le cosce lunghe di ragazza mondariso” oppure “non sia mai la libertà/se è così la schiavitù” o anche “Pioggia blu/nelle voglie chiuse oltre le ciglia/su una perla pura di conchiglia/tra i sospiri di una voce che bisbiglia”. La densa sequenza di immagini rimanda ad un clima di soave intimità e puro erotismo.Riecheggiano canzoni come La prima volta o Nudo di donna che, comunque, sono molto piùsensuali ed esplicite. Impossibile infine rimanere indifferenti al canto malinconico del sax di Alessandro Tomei che chiude questo autentico capolavoro.

Mal d’amore

Mal d’amore è lo struggente inizio della fase calante di questo racconto amoroso. Un anaforico “non” si ripete lungo le strofe ad elencare sommessamente una lunga serie di rimpianti. Il sentimento che sembra emergere è quello di un dolore incapace di rassegnarsi, non disposto a farsi domare. La consapevolezza della fine del rapporto sembra confliggere con la disperata voglia di trovare un elemento di continuità condiviso da entrambi, con la ferma intenzione di ancorarsi ad un “ancóra”. Questo unico punto di contatto sopravvissuto alla fine è proprio il dolore, la sofferenza, il mal d’amore, ultimo baluardo di “quella vita che rimane”: “e la domanda finale/è se hai più gioie o pene/se hai più miele o sale/se un bene può far male/e un male fare bene/e se conviene e vale/se è irreale o c’è/e se ci tiene insieme/se è uguale anche per te”. Mal d’amore è una canzone potente, di quelle che smuovono gli animi sensibili, che provocano rincorse di brividi lungo la schiena, un coltello con cui si fruga il cuore.Insomma, una delle colonne portanti dell’album.

Reo confesso

Un mea culpa in note. Il colpevole ha confessato. La conclusione della storia d’amore ha un responsabile. Con una tragicità di perfetto stampo baglioniano, Reo confesso raccoglie il gridato atto di auto-accusa del protagonista. Sotto l’aspetto meramente letterario il brano è di pregio, forse uno dei più validi dell’album. Il testo è infatti curato nei minimi dettagli: la presenza di tre chiasmi tutti nella stessa posizione all’interno delle tre strofe è un dettaglio fine che impreziosisce e nobilita la composizione, conferendole musicalità per mezzo di una figura retorica che è di per sé elegante (si pensi alla lettera greca che le dà il nome). I tre passi in questione sono: “che trascina tutto e tutto si trasforma in fango”, “che scoperchia il capo e il capo semina i pensieri” e “che ti spacca il cuore e il cuore crolla raso al suolo”. E poi le metafore sono, come al solito, mozzafiato: sin dal primo ascolto risaltano versi quali “sono stato io/che ho bestemmiato al tempio della tua armonia” oppure “sono stato io/che ho giustiziato il petto della tua agonia”. Tuttavia la batteria furiosa di Gavin Harrison e il ritmo incalzanteoscurano un po’ la grandezza di questa poesia, il cui ascolto, per una piena comprensione, è consigliato con testo a portata di mano.

Si arriva ora al punctum dolens, volutamente lasciato alla fine. Ai baglioniani di lunga militanza non è infatti sfuggito, sin dalle prime note, la somiglianza con Via. Questa similitudine armonica, che nell’incipit del ritornello diviene anche melodica, ha spaccato in due i pareri: da una parte si trovano coloro che l’hanno apprezzata non malgrado gli echi ma soprattutto in virtù di questi; dall’altra coloro che invece hanno considerato la canzone un vero e proprio “copia e incolla” di Via e che si sono lamentati per l’eccessiva autoreferenzialità. Le posizioni sono entrambe legittime ma ad onor del vero va detto che i punti di contatto con Via sono meno di quanto, con eccessivo clamore, si sia voluto far credere. È molto probabile che Baglioni abbia voluto ricalcare intenzionalmente l’impianto ritmico e alcune armonie della canzone del 1981 affinché questa fosse la canzone che certificasseufficialmente la maternitàdi Strada facendo (così come Io non sono lì attesta, sulle orme di Mille giorni di te di me, la paternità di Oltre).

Reo confesso riedizione di Via? Ma che importa asserirlo quando si è di fronte a due canzoni di una simile bellezza…

  1. e adesso è strano pensare

L’ultimo dei quattro interludi tira le somme. Ad una sorta di incredulità per i cinquant’anni trascorsi si affianca lo spettro che forse più di tutti tormenta Baglioni in quest’età: il suo commiato, il suo addio alla vita artistica. Ma in quel momento che tutti speriamo non arrivi non ci sarà privazione “poiché il futuro era allora e quella vita l’ha avuta già”.

Io non sono lì

Io non sono lì è la tipica canzone baglioniana intrisa di agrodolcemalinconia. Alcuni l’hanno definita il doppio speculare di Io sono qui  ed effettivamente l’accostamento non è poi così inadeguato. La canzone è un viaggio nell’immaginazione dell’autore, una rincorsa di ipotesi, una processione di anaforici “se” (per citare Dodici note). Quel “chi lo sa” che si sussegue lungo le strofe, sembra il rintocco di un orologio di un campanile e acuisce, insieme alla modulazione di un tono e mezzo, la nostalgia e il rimpianto. Il brano ad un primo ascolto può risultare un po’ banale ma ha il grande pregio, al pari dell’album in cui è contenuto, di essere un prodotto a lento rilascio. La quotidianità svanita è infatti argomento piuttosto umile a ben vedere, e può lasciare un po’interdetti. Ma inserita nell’impianto corale dell’album,Io non sono lì ha una sua salienza. Si noti poi come la canzone non esploda nei ritornelli centrali ma nel ritornello di coda, punto in cui è ribadito l’appassimento dell’amore al quale però il protagonista testardamente non si rassegna: “e il nostro amore che appassì/con le parole e con le note/che poi il tempo ammutolì/che io canto come se io fossi lì”. Il nucleo della canzone è, di fatto, l’assenza-presenza (cfr. Altrove e qui) resa possibile dalla musica e dal solo pensiero, dall’idea platonicamente intesa.

Dal punto di vista esclusivamente musicale, anche in questo caso la somiglianza con Mille giorni di te e di me è stata notata sin da subitoma anche in questo caso, analogamente a quanto detto per Reo confesso, è plausibile credere che Io non sono lìsi ispiri volutamente a Mille giorni per attestare la paternità di Oltre (tema delicato sul quale si tornerà in chiusura). Si può anche pensare che questa sia una minestra riscaldata (come alcuni, non il sottoscritto, hanno effettivamente pensato), ma se gli avanzi sono questi ben vengano le minestre riscaldate!

Lei lei lei lei

Un tango che ai più attenti orecchi musicali avrà ricordato Come un eterno addio, canzone sottostimata come tutto il suo album d’appartenenza. Ebbene, anche la tanto presente sfera domestica, vera ambientazione di questo concept, è profondamente trasformata dall’assenza di lei: ogni oggetto sembra aver perso la sua vitalità (“la chitarra stesa sul divano/resta giù scordata senza lei”), sembra essersi svuotato di senso e dunque di utilità (“il cellulare si sarà disperso/tanto non vibra più se non è lei”). L’unico significato che rimane loro è quello di veicolare il martellante ricordo di lei. Forse questa canzone è una di quelle che all’interno di un LP rimangono in secondo piano, ma non per questo demerita: è da inserire, insieme a Quello che sarà di noi, Mentre il fiume va e Pioggia blu, in quel solco stilistico che percorre l’intero concept, in cui la volontà dell’autore è quella di abbozzare dei veri e propri “idilli dell’interno”, quadretti raffiguranti la sfera domestica.

Dodici note

Con Dodici note si giunge alla conclusione di questa intensa narrazione sentimentale. Il brano rappresenta, a detta dello stesso autore, il probabile inizio di una nuova fase ascendente al termine di una dolorosa fase discendente, una nuova dichiarazione d’amore tramite la musica e le dodici note che la costituiscono, un tentativo disperato di riabilitare quel prorompente sentimento infiacchito, di rinvigorire quella rigogliosa passione appassita. La canzone è percorsa da  “nobile semplicità e quieta grandezza”, citando Winckelmann. L’incontro e l’unione di due orchestre conferisce solennità alla canzone, che emerge con forza anche in virtù del suo spessore lirico. Lo special è forse uno dei più belli e toccanti della discografia baglioniana, forse anche un po’ iperbolico. Esso si compone infatti di due accostamenti d’opposti, che a dir la verità costituiscono l’intero impianto retorico di Dodici note, e culmina in una grandiosagradatio metaforica di carattere sacrale: “la passione e la crocefissione/la resurrezione e infine l’ascensione” raffigurano la totalità dei significati di cui la figura della donna amata può rivestirsi. Quest’epopea di sentimenti e emozioni si conclude nel migliore dei modi, suggellando l’unione metafisica che intercorre tra amore e musica. Baglioni è in grado di intercettare, intuire e captare questa inspiegabile dinamica soprasensibile che, per mezzo di lui, si è epifanicamente presentata a noi comuni mortali lungo questi cinque decenni. Claudio Baglioni, alla fin fine, non è altro che un aedo.

Uomo di varie età

Se l’alpha di quest’opera breve, Altrove e qui, è incentrata sulla trasversalità spaziale, l’omega, Uomo di varie età, ha il suo fulcro nella trasversalità temporale. Baglioni apre e chiude l’album facendo riferimento alle dimensioni costitutive della nostra esistenza: spazio e tempo. In questa sorta di circolarità spazio-temporale in cui si è ovunque e sempre, Baglioni inserisce il racconto della sua vita che inevitabilmente è il racconto della vita di tutti noi, dell’Italia degli ultimi cinquanta anni, perché come scrive all’interno dell’album “non c’è una storia che sia di uno soltanto.[…] Una storia che è mia, in una maniera inspiegabile, per qualche arcano e grandioso motivo, è una cosa del mondo e anche tua”.È in questa ballad che convergono i quattro interludi che hanno abbellito l’album ed èin essa che si ripresenta una tematica molto cara al cantautore di Montesacro: la lotta col tempo. Ufficialmente ingaggiatonel 1999 in Cuore di aliante  ma da sempre in corso, questo strenuo battersi è quasi fine a se stesso, un atto di titanismo e niente più, perché per stessa ammissione dell’artista “col tempo si può al massimo pareggiare”. Ma il fascino di questo scontro non poteva che riverberare tra le strofe che narrano le varie età di quest’uomo di varietà. E in fondo, Baglioni ricorda al suo pubblico ciò che già disse in Viaggiatore: “e ho contato il tempo a patto che/non invecchiasse queste mie canzoni/ma portasse il conto solo a me” significa aver patteggiato col tempo l’opposto di ciò che Dorian Gray patteggiò col diavolo, concetto che, in altre parole, coincide con l’esaltazione della funzione eternatrice della musica. Baglioni sa che nella sua forma terrena di uomo finito non potrà avere la meglio sul tempo, ma sa anche, ormai, che nella sua forma eterea di artista, “a tempo di musica”, il tempo l’ha battuto già.

Finestoria

Un lento accompagnamento di chitarra acustica riprende la linea melodica di Uomo di varie età segnalando la conclusione di questa lunga e piacevole scarica adrenalinica.

In questa storia che è la mia è un lavoro pregevole, bello e ben fatto. Claudio Baglioni è riuscito nell’impresa di confermarsi, alla soglia dei settant’anni, uno dei più longevi artisti del panorama cantautorale italiano con un album il cui peso specifico è altissimo. Degni di nota sono poi il lavoro degli arrangiatori di questo disco, Celso Valli e Paolo Gianolio, la cui preziosa collaborazione ha dato vita ad arrangiamenti pieni, profondi e particolareggiati, e l’opera di intelaiatura e supervisione dello stesso Baglioni.

Questa sarebbe la parte in cui si cerca di confrontare il presente lavoro con i precedenti, in cui si tenta inutilmente di stilare una classifica. L’intento di chi scrive non è questo: partendo dall’assunto per cuiIn questa storia che è la mia è qualitativamente superiore ai suoi due predecessori già solo per il fatto di essere un concept album, va però detto che ogni raccolta musicale è un mondo a sé, con le sue zone d’ombra e con i suoi territori più suggestivi, con le sue carenze e con i suoi punti forti. Perciò considerare aprioristicamenteSono io e ConVoi due buchi nell’acqua è più che altro un’abitudine, un puro esercizio di categorizzazione il cui scopo è quello di porre in evidenza lo scarto, lapalissiano e dunque pleonastico, esistente con la trilogia.Quest’ultima fatica, attesissima, è stata ben accolta dal pubblico: disco d’oro in poco più di due settimane, un milione di streaming e seconda posizione in classifica. Qualche mugugno tuttavia s’è sentito ed è nato anchequi dal fatidico confronto con Oltre. Maperché cadere nella tentazione, così com’è stato per Sono io e ConVoi,di confrontare ogni nuovo album con Oltre? A ben vedere appare insensatoprendere ogni volta come termine diparagone il mostro sacro della discografia baglioniana, e per ragioni artistiche, poiché tra le umane facoltà non rientra quella di mantenere i massimi livelli creativi per tutta una carriera, e per naturali ragioni anagraficheche inevitabilmente inficiano le capacità vocali. Si dirà che in questo specifico caso Oltre è stato chiamato in causa dallo stesso autore in quanto padre ideale di In questa storia che è la mia e che dunque rapportarli non sia inutile. Ciò offre quindi lo spunto per parlare del neonato in relazione al padre, ma non per istituire un paragone tra i due, bensì per cercare di spiegare questa nobile paternità.

Il primo elemento che ha indotto Baglioni ad individuare in Oltre uno dei due genitori del nuovo album è la gestazione: faticosa, intensa, interminabile, travagliata e quasi deleteria quella di Oltre, durata un lustro,meno dura ma comunque complessa quella di In questa storia che è la mia, durata tre anni. In secondo luogo è ragionevole pensare che il rimando all’LP del 1990 sia di carattere concettuale, e non di carattere prettamente musical-letterario, sebbene molti abbiano coraggiosamente tentato la velleitaria impresa di scovare nelle nuove canzoni la folle, ardua e metafisica ricercatezzadi Oltre. Quest’ultimo è nella trilogial’album rappresentante il passato, il suo passato, buona parte della sua storia che in quell’età lui desiderava lasciarsi alle spalle. Oggi il neonato lavoro porta con sé, testuali parole del cantante romano, “un invito, una spinta a rileggere la propria storia”. Ecco l’anello di congiunzione, l’elemento che rende evidente lo stretto legame di filiazione: quale album può generare una rilettura della storia di Baglioni se non quello del titanico scontro tra Cucaio e Claudio? Quale può essere il punto di riferimento per quello che è stato identificato come un ritorno alle origini se non Oltre, lo spartiacque tra il passato di quelle origini (che un malinconico come Claudio non può mai ripudiare fino in fondo) e un’altra delle varie età?E allora non si fatica a considerare questo nuovo album come addirittura il rovesciamento di Oltre che, attenzione, non significa annullamento. In questa storia che è la mia è, in ultima analisi, il simbolo di Claudio che, dopo aver riattraversato in senso opposto il confine che aveva oltrepassato nel 1990, abbraccia affettuosamente Cucaio e trova veramente Pace.

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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12 commenti

  1. Hai accennato all’autobiografia sentimentale, e secondo me, questa è la chiave di lettura più rivelatrice. I 4 interludi indicano 4 fasi della carriera di Claudio, ma sono contemporaneamente anche legati a 4 fasi della sua personale vita sentimentale. E nulla è casuale (lui stesso in un’intervista ha detto che le autocitazioni non sono casuali). Reo confesso è molto Via, ma anche Andiamo a casa (che le era molto simile) e che indicano una storia che finisce. E non a caso sono dopo l’interludio terzo, quello dopo che è diventato famoso e che ci sono stati i concerti allo stadio (insomma, siamo negli anni 80). Non è un caso che le canzoni della crisi siano esattamente in quella fase, così come quelle dell’amore maturo “secondo”, siano quelle dopo il quarto interludio.
    Sia i primi che gli ultimi pezzi sono scritti dall’autore di oggi e non di ieri, ma è altrettanto indubbio che i primi richiamano una freschezza compositiva del primo periodo, gli ultimi invece riecheggiano volontariamente l’ultima produzione. In ogni pezzo è possibile trovare un parallelo (penso a In un mondo nuovo, che sembra un Mondo a forma di te, come tematiche), e tutto è voluto, in un disco di canzoni nuove che però vogliono riannodare tutta la produzione. Io non sono lì è una citazione di Io sono qui, ma muscialmente è come 1000 giorni di te e di me.
    Insomma, è un disco che, sottotono, aspira ad essere una summa di temi baglioniani, un’autobiografia della carriera in parallelo con l’autobiografia sentimentale, una summa di temi musicali baglioniani (si trova il sinfonico degli ultimi pezzi, il rock, la canzone d’amore più semplice e orecchiabile e quella più complessa), e così via.
    Da un lato certamente l’autore si nasconde, riducendo all’osso i riferimenti al quotidiano e preferendo metafore e scene più alte (lagune, scenari immensi, riferimenti al sublime, riferimenti religiosi), dall’altro, invita a trovarlo, in una specie di caccia al tesoro, in cui, forse addirittura molto più che in passato, ci racconta il suo vissuto nelle canzoni.

    Bello, molto bello.

  2. Ciao Federico,
    congratulazioni per la capacità e competenza di analisi e di recensione, soprattutto alla tua giovane età, del bellissimo album di Claudio.
    Vittorio da Bergamo

  3. Volevo sollevare un tema.

    Ho ascoltato oggi anche il disco con le quattro versioni acustiche.

    Secondo me Mal d’amore e Dodici note sono più belle in versione acustica. In radio non potrebbero andare mai, perchè l’arrangiamento è in entrambi i casi molto pomposo e sinfonico.

    Suggerirei la “pazzia” di promuovere come singolo Mal d’amore in versione acustica.

  4. Ciao Federico, ho avuto modo di conoscerti qualche mese fa grazie ad Instagram. Ricordo che ho iniziato a seguirti perché incantata da un tuo commento, molto profondo e “poetico”, ad un post di Claudio. Da allora, te lo confesso, è sempre un piacere per me leggere ciò che scrivi… è evidente la tua passione e la grande stima nei confronti di questo artista straordinario… anche qui, in questa recensione, molto accurata e dettagliata, anche per quanto concerne la linguistica… il tuo punto di vista che condivido pienamente. Hai ragione, ma quali minestre riscaldate, qui il menù è di quelli raffinati! Poi, non so a te, ma a me questo disco ha già creato dipendenza…
    Complimenti davvero, un saluto e buona fortuna per tutto!

  5. Anche io ti faccio i complimenti e ritrovo nella tua analisi i miei pensieri ma tu sei andato molto più affondo. Bravissimo.

  6. Ciao Claudio sono anna.ti ascolto da quando avevo 12 anni.ora me ho 56.sei stato la colonna sonora della mia vita e in alcuni casi mi sono aggrappata a te per rinascere.
    Con i tuoi nuovi …racconti mi e capitato di nuovo.
    Grazie per averci regalato tanta una volta un parte di te e delle tue emozioni.
    Il 3 aprile 2019 ero al Palalottomatica ed e stata la sera più entusiasmante degli ultimi anni.
    Sei parte di me e ti voglio bene!!!un abbraccio.anna

  7. Ciao Federico, ad oggi, credo sia la miglior recensione letta dell’album senza scadere nell’autoreferenzialità e nei confronti basici con i lavori precedenti e, se non la migliore, sicuramente quella che trovo più in linea con la mia visione di quest’ultima opera di Claudio Baglioni. Potrei prendere stralci, commentare e disquisire con te passo passo, ma, invece, vorrei farti i complimenti, in quanto la giovane età e la tua capacità di analisi mi hanno davvero sorpreso, bravissimo!

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