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Claudio Baglioni “Mi metto in frac per fare festa”

Dodici Note – Tutti su!” ha inaugurato le riaperte Terme: “Sono felice che questi luoghi aprano al pop, siamo i parenti poveri della musica colta”

“Mi metto in frac per fare festa”

“Da 23 anni sognavo di cantare a Caracalla Il concerto è un’assemblea, simbolo di socialità”

Uno di quegli spettacoli, lo spettacolo di Claudio Baglioni, che non fanno rimpiangere il prima, il prima guerra, il prima pandemia. Ricco, potente, 123 persone sul palco, direzione artistica di Giuliano Peparini, ballerini, giocolieri, contorsionisti, luci incandescenti, navicelle spaziali, fumi, proiezioni ardite che reinterpretano antiche vestigia, il palco candido e assoluto abitato in pianta stabile solo dall’Orchestra Italiana del Cinema diretta da Danilo Minotti, dalla band di Baglioni con sedici elementi e dal coro polifonico e lirico Giuseppe Verdi .

Baglioni ha inaugurato così, ieri sera, le riaperte Terme di Caracalla, regalandosi un fragoroso sold out destinato a seguirlo per i sei mesi di concerti. E applausi e bis di canzone oramai iconiche, 30 in scaletta, per un repertorio saputo a memoria da generazioni di fan.

Dodici giorni a Caracalla, un po’ casa sua dopo il suo melodramma moderno in musica del Costanzi, come dice il nuovo sovrintendente Francesco Giambrone e poi Siracusa e poi Verona. Il rito nuovo di una musica non più subalterna alle proposte «colte». Dodici note-Tutti su! è il titolo del concerto, dove ha fatto suonare con lui il figlio Giovanni alla chitarra su Tutto l’amore che posso e Quanto ti voglio.

Dodici note per dodici sere e per dodici mesi, per dodici personaggi,. Baglioni, lei voleva una festa della musica  e l’ha avuta.

«E in una festa si mettono insieme tante cose, io ho pensato a panna, prosciutto e funghi, con la musica e le sue suggestioni potenti, metafisiche e misteriose. Scopro il lato B dei miei desideri, da 23 anni sognavo Caracalla pur avendo fatto di tutto. Dalla piazza del mio quartiere, Centocelle a Roma dove andavo come voce nuova, fino a piazza San Pietro per celebrare il secolo che entrava. Ho suonato sugli autobus, sui tram, all’aula Paolo VI e nelle carceri. Ho raccontato e ora sento il teatro totale, universale. Siamo invecchiati di due anni e siamo tornati in un luogo più antico dinoi».

Ci racconta qualche aneddoto buffo?

«All’albergo Baglioni, ce ne è una catena col mio nome, purtroppo non sono miei. Sopra pensiero, al portiere di notte, dissi: “Ma che bravi, avete persino personalizzato le chiavi delle stanze!”, mi guardò come si guarda un cretino, non mi aveva riconosciuto».

Tre canzoni in scaletta fanno riferimento alle guerre, una soprattutto, Ninna nanna della guerra. Ha mai pensato di parlarne un po’ dal palco?

«No, in questo momento e in una situazione tanto terribile mi affido alle parole di Trilussa, il poeta romano che avevo musicato tanto tempo fa. I suoi versi riescono a raccontare i grandi guasti del mondo perché sono composti di parole semplici. Temo le canzoni slogan, le frasi fatte oramai strafatte. Una guerra combattuta attraverso le note di una ninna nanna rivolta a un bambino, è un’immagine fortissima; i versi sui potenti che si riuniscono e parlano di pace a un popolo coglione che è carne da cannone, sono imbattibili, non c’è altro da dire. Il pubblico lo capisce. Di solito su quelle note e su quelle parole si alza in piedi.Non è standing ovation, è partecipazione sentita. Una poesia scritta all’indomani della fine della Prima Guerra è di feroce attualità».

Cosa vuol dire la seconda parte del titolo del concerto, «tutti su!»?

«In questo momento storico mipareva un titolo giusto».

E le scarpe rosse su un vassoio, simbolo di femminicidio?

«Lo facciamo ma spiegandolo perde d’efficacia».

Pronto a indossare l’abito buono di Caracalla ?

«Sono i luoghi a fare l’intrattenimento, a cambiare gli show. Non mi piacciono quelle star che non tengono conto di dove sono in nome di una supposta personalità da non snaturare. Un atteggiamento che viola l’integrità del posto. Solo così si assorbono altri umori, si capisce il pubblico, la favola che può crearsi. Non bisogna portare le proprie abitudini ma prendere altre emozioni in un dialogo che apra le porte. Il concerto è un’assemblea, simbolo massimo della socialità. Perciò quando mi si chiede quale canzone mi crei più emozione non so mai rispondere. Negli spettacoli dal vivo è impossibile dire quale sarà l’attimo più coinvolgente. Ieri sera era uno, stasera sarà un altro. Sono felice, ci siamo sempre considerati un po’ i parenti poveri della musica colta. Mi piace che ci si confronti senza considerazioni aprioristiche di generi, anche se non credo che tutto vada fatto ovunque, ma certi siti vanno aperti anche alla musica pop».

Archiviata l’esperienza a Lampedusa di «O’scià»?

«Una proposta che appartiene al passato e che oggi potrebbe essere strumentalizzata. Noi facciamo tutto questo anche per remissione dal peccato del successo mal sopportato dagli altri. Noi siamo i trombettieri di una battaglia buona che poi sonoaltria combattere». —

Michela Tamburrino per LA STAMPA del 4 giugno 2022


The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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