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Cronaca Premio Tenco a Claudio Baglioni

Claudio Baglioni, Premio Tenco alla carriera: “Ho aspettato tanto, per anni mi hanno tenuto lontano con i pregiudizi”

Il cantautore romano riceve il prestigioso riconoscimento a 71 anni: “Mi consideravano disimpegnato, ma chi può giudicare qual è il vero impegno?”

“Pensavo di non poter arrivare più al Tenco con questo Premio alla carriera, credevo non sarebbe più accaduto e invece questo annuncio mi ha sorpreso: è proprio vero che il Tenco è galantuomo”. Claudio Baglioni si concede una battuta ritirando al teatro Ariston il Premio Tenco alla carriera, riconoscimento che arriva per lui a 71 anni, premio certamente sorprendente visto l’ostracismo vissuto dal cantautore romano, come esempio di canzone “disimpegnata”.

“Deve aver pesato anche il fatto di aver inciuciato con il Festival di Sanremo, una grave prova a carico contro di me”, aggiunge ironico il cantautore romano. Il suo concerto di quasi un’ora si apre con Io dal mare, con cui dedica un pensiero ai suoi genitori, Acqua dalla luna, Ninna nanna, il testo musicato di Trilussa. E ancora, Dieci dita “che rappresenta il mio modo di esistere, e tutte le battaglie, le vittorie e le sconfitte che ho vissuto con la parola, quel piano sul quale principalmente prosperano i pregiudizi”. Si ascolta anche Fammi andar via, “la cosa migliore che mi è capitato di metter su, anche se l’autore ha preteso un po’ troppo dall’interprete”.

Poi ecco il medley con i suoi sempreverdi: Questo piccolo grande amore, “un sondaggio la definì la più grande canzone del secolo, quel giorno nevicava a Roma, io portavo fuori i cani e non potevo smettere di pensare a quel primato incredibile, quindi Amore bello, Solo, E tu, Tu come stai, Strada facendo, tutti pezzi che appartengono a un incredibile canone popolare che il pubblico canta in coro e sottolinea al termine con una appassionata standing ovation.

Incontrando la stampa poco prima della serata, Baglioni aveva spiegato che “qualcuno dice che i premi oltre che meritarli bisogna vincerli, l’importante dunque è che questo sia accaduto. Io ricevo centinaia di proposte di premi, di norma non accetto perché ho l’impressione che ti diano un premio quando al pubblico non gli interessa più di te. E allora non vado, qualcuno bisogna deluderlo per riuscire a convincerlo”.

Vive come una rivincita l’essere stato premiato al Tenco? “Non è più il tempo delle rivincite, per me”, risponde Baglioni, “certo che a vent’anni mi dispiaceva questa che consideravo come un’esclusione ma che a vederla ora era giusta, anche se bisognerebbe valutare quando sorretta da prove e quando da pregiudizi. Quella fretta di etichettare, di aggiungere la didascalia, è nata negli anni Sessanta, anni di rivendicazioni dei diritti da parte dei più giovani, e le rivoluzioni, anche quelle sognate, si fanno puntando al bersaglio grosso, ci si divide tra militanti e non, tra impegnati e non, e qualcuno viene lasciato fuori, anche se poi si tratterebbe di vedere dove si esplica l’impegno”.

Baglioni ricorda com’era in quegli anni: “Ero uno di pianura, non un barricadero, ma ci volevo stare dentro un movimento che voleva cambiare il mondo. Ma ero anche preso da altro, cercavo soprattutto di migliorarmi, di poter diventare un buon musicista e di superare i miei complessi da quattr’occhi e nasone. Ho visto affermarsi pregiudizi e luoghi comuni, da allora io non ho più dato giudizi sulla produzione di qualcun altro, bisognerebbe sapere tutto e non parlare per sentito dire o per approssimazione: De Gregori una volta rispose a chi lo definiva impegnato dicendo: ‘Non mi dire che sono impegnato, dì che sono bello’, quindi neanche chi viene ammesso vi si riconosce o ritiene esatte certe definizioni”.

Grazie a tutto quanto avvenuto, la soddisfazione oggi è “di aver guadagnato nel tempo il profilo di artista non definibile o catalogabile, meglio così, vuol dire che ho evitato la partenza da incendiario e di ritrovarmi oggi come un pompiere un po’ malinconico”.

Poi ricorda Luigi Tenco, “ricordo di averlo incontrato all’inizio del 1967 alla Rca in uno dei tanti provini a cui mi sottoponevo senza successo. Era al bancone del bar girato, solo, muto, malinconico, come erano forse malinconici i suoi occhi sul mondo. Ero un suo fan, come Umberto Bindi era il musicista principe di quegli anni, i più preparati erano loro, anche senza avere un repertorio poi così copioso. Proprio quell’anno portò a Sanremo Ciao amore ciao, che non è la sua canzone migliore. Lo seguii alla tv con la mia famiglia, ci piaceva dare i voti e scegliemmo comunque la sua come la miglior canzone del Festival”.

Pur soffrendo per l’esclusione, “del Premio Tenco ho sempre apprezzato il suo essere elitario, di scegliere ciò che piace rispetto a ciò che prevale nel mercato. Anch’io quando si è trattato di organizcare il mio Festival di Sanremo mi sono dichiarato il primo anno Dittatore artistico e il secondo Dirottatore artistico, per un festival che fosse musicale e non fenomenale o fenomenalistico. Ho l’orgoglio di aver guidato due edizioni che hanno rotto un certo rituale e aperto la strada al cambiamento”.

Carlo Moretti per Repubblica.IT


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