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Il mio penultimo concerto.

12 novembre 2025

Teatro Gesualdo, Avellino Claudio Baglioni

Penultimo concerto per Alessandra — che poi sarei io.

La prima volta che ho visto Claudio avevo quattro anni. Ero in piazza a Pompei e lo guardavo dalle spalle alte di papà. Per qualche motivo, le immagini di quella sera sono ancora nitide nella mia mente: la folla, la musica, mamma con i suoi capelli lunghi e morbidi, il mio “papà, non vedo niente” e, in un attimo, vidi tutto.

Mia sorella, più grande di me, già cantava qualche parola. Il gelato che mangiammo dopo, prima di tornare a casa, e gli occhi di papà — che, come i miei, hanno la capacità di parlare.

La prima volta che ricordo non solo di aver visto Claudio, ma di averlo davvero apprezzato, di aver sentito una connessione con la malinconia delle sue parole, fu nel 2013: avevo dodici anni ed era il primo vero concerto a cui assistevo.

Quando salì sul palco, piansi. E questa abitudine non mi ha mai più lasciata.

L’emozione di vederlo lì, in carne e ossa, mi pervade ancora oggi, a ventiquattro anni, proprio come in quel dicembre del 2013.

E singhiozzo come una bambina a cui è stato negato un gelato.

Questo concerto, però, l’ho sentito un po’ di più. I motivi sono vari, ma la consapevolezza che fosse il penultimo è certamente uno dei principali.

Il percorso musicale di Claudio volge al termine e, inevitabilmente, porta con sé riflessioni.

L’anno prossimo sarà davvero quello della sua uscita di scena?

Uscirà così, inevitabilmente, anche dalla mia vita?

Poi penso che non potrà mai davvero uscire. Mi accompagnerà comunque ogni mattina al lavoro, come sottofondo ai miei pensieri o come compagno in un duetto stonato (almeno da parte mia).

Sarà presente nelle domeniche d’attesa, prima del pranzo, quando il desiderio di sentirlo semplicemente parlare inchioda me e mio padre al divano a guardare interviste già conosciute, anche quando il pranzo è pronto.

Sarà nelle chiacchiere sulla sua musica, nei momenti in cui, seduti intorno al tavolo, qualcuno cita una frase di una sua canzone e l’altro prova a indovinarne il titolo e l’album.

Sarà all’inizio di tutti i miei viaggi — che sono tanti, ma sempre troppo pochi — quando l’aereo decolla e Buon viaggio della vita inizia a risuonare nelle cuffie, diritto al cuore, fino agli occhi che diventano lucidi.

In questo concerto Claudio ha raccontato l’amore.

Non solo attraverso le canzoni, ma anche con le parole: nei discorsi prima di intonare le prime note, come a preannunciare la storia che stava per narrarci attraverso tre diversi pianoforti.

L’amore è un sentimento con cui, da un po’, ho bisticciato.

Non parlo dell’amore per la famiglia o per le amiche, ma di quello che ti fa perdere la testa, che ti toglie la terra sotto i piedi.

Quell’amore che ti fa urlare a quel fottuto medico del tempo, e dire agli uomini usurai che “lui è roba mia”.Quell’amore che credevo di aver conosciuto, e che dopo un pò ho dovuto salutare.

È proprio l’idea di prendere il cuore e porgerlo nelle mani di qualcuno che non sia te stesso — dandogli la possibilità di accarezzarlo ma anche di schiacciarlo quando gli pare — che mi pietrifica.

È vero, ho solo ventiquattro anni, ma credo che un cuore spezzato non abbia età.

Claudio ha spiegato benissimo questo concetto ieri, raccontando l’amore come le Stagioni.

C’è l’amore che ti fa chiedere all’aria se sia cambiata, e perché sia così difficile respirare, quello che sta dentro ogni pensiero e non se ne va più.

C’è l’amore di Questo piccolo grande amore e delle scoperte di E tu… quando una persona non ha ancora difetti ma è solo un’immagine bella che ti sei creata nella mente.

Poi c’è l’amore passionale, quello che si fa in una camera d’albergo tra sirene di mari, paltò e collant gettati su una sedia con noncuranza, perché quella persona è “un po’ di più”.

Ma c’è anche la lotta interiore: quando, anche attraverso le fotografie, ti accorgi che qualcosa sta cambiando e ti chiedi “lo faccio?”, “me ne vado?”. “No, non potrei mai lasciarlo.” E poi invece tutto finisce.

Dopo 1826 giorni di te e di me ci si dà la schiena, in un luogo che sembra lo stesso della prima scena, e ti senti perso.

Infine arriva la speranza: non lasciare andare un giorno per ritrovare te stesso, figlio di un cielo così bello, perché la vita è adesso.

Ed è proprio questo che rimane alla fine, come dopo ogni tuo concerto: la speranza.

La vita è adesso. Va vissuta. Non importa quanto possa far male: vivere in una bolla di solitudine credendo di proteggerti è una sciocchezza.

Esci, conosci persone, divertiti. Ci sarà sempre un gancio in mezzo al cielo ad aiutarti, se ne avrai bisogno. E se credi di star sognando su un treno che non parte… compra quel biglietto. Non fermarti, perché la vita è adesso.

Dunque, Claudio, devo ringraziarti.

Grazie per stimolare sempre pensieri, riflessioni, consapevolezze — belle o brutte che siano.

Ti stimo infinitamente. E anche se è giunta l’ora della tua uscita di scena, sappi che tu non uscirai mai davvero da noi.

Nemmeno da me.

Perché la scena sei tu.

E tu sei immenso.

Ci vediamo l’anno prossimo.

Alessandra Russo

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