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Quando il problema non è “perdersi”, ma “restare dove sei”

Quando il problema non è “perdersi”,

ma “restare dove sei”

Quando il problema non è “perdersi”, ma “restare dove sei”

Le Vie dei Colori è una di quelle canzoni che non “arriva” necessariamente quando la ascolti per la prima volta… in alcuni casi, arriva solo quando sei cambiato/a dentro.
Non perché sia criptica o difficile, ma perché parla di una condizione molto scomoda: quella in cui tutto sembra funzionare, eppure qualcosa dentro chiede spazio.

Quando mi sono soffermato su alcuni versi, la sensazione non è stata quella di “capirne finalmente il significato”.
È stata più simile a un fastidio sottile.
Come quando qualcuno osa dire ad alta voce una cosa che, in fondo, preferivi tenerti dentro… o addirittura non formulare nemmeno (quasi a non dare fastidio neanche a se stessi).

Il punto centrale, quindi… non è il viaggio.
È il motivo del viaggio.

Viviamo in una cultura che ci abitua a essere utili, riconoscibili, coerenti.
A sapere chi siamo, cosa facciamo, come ci presentiamo. Ruoli, identità, funzioni.
Tutte cose necessarie, per carità… se non ci fossero, il mondo non starebbe in piedi.

Il problema nasce quando smettiamo di distinguere tra ciò che facciamo e ciò che siamo.
Quando la versione di noi che funziona prende il posto di quella che sente.
Quando la stabilità diventa una gabbia elegante.
Quando il silenzio interiore non è pace, ma anestesia.

In Le Vie dei Colori c’è una tensione costante tra due forze opposte:
da una parte la “struttura”, dall’altra l’urgenza.
Da una parte l’adattamento, dall’altra qualcosa che preme per uscire.
Non è caos, non è “follia” (nel senso comune del termine), è “potenziale non ascoltato!”

Ed è qui che il brano diventa “scomodo”, come ho scritto all’inizio.
Perché non parla di chi è “andato fuori strada”.
Parla di chi è rimasto esattamente dov’era, troppo a lungo.

C’è una domanda che attraversa tutta la canzone, anche quando non viene esplicitata:
quanta parte di noi stiamo tenendo buona per non disturbare?

Non per paura degli altri, ma per comodità nostra. Per “quieto vivere”.
Perché, in fondo, reggere una “versione ridotta” di sé sembra più semplice che affrontare ciò che potrebbe emergere lasciando spazio.

Il viaggio, allora, non è qualcosa di leggero, spensierato… una “fuga romantica”.
È un atto di responsabilità.
Responsabilità verso quella parte interna che continua a chiedere:
“Posso diventare qualcosa di più di ciò che sono ora?”
“Posso smettere di essere solo funzionale?”
“Posso esistere senza dovermi giustificare continuamente?”

Sono domande che non portano risposte immediate. Ed è giusto così!
E quello che mi affascina, personalmente, è che in Le Vie dei Colori, Claudio non ci offre “soluzioni”, ma “direzioni”.
Anzi… in un certo senso sarebbe anche più corretto dire che neanche ti dice dove devi
(o dovresti) andare… ma ti costringe a chiederti perché sei fermo.

Questa non è una canzone che ti consola.
Ma una canzone che, se ascoltata nel momento giusto, ti sveglia!

Nel video parlo più a fondo di come questi temi emergano nei versi, delle immagini, delle metafore e del viaggio che Claudio costruisce.
In questo articolo ho preferito stare “un passo indietro”… “sul bordo”, per così dire…

Se non lo avete già fatto, vi invito a guardare il video di questa tappa del nostro “Viaggio Attraverso le Vie dei Colori” e a scrivere le vostre riflessioni a riguardo.

Nel frattempo, ringraziandovi di cuore per il vostro continuo sostegno, ne approfitto per augurarvi buone feste e un buon anno!

Ci vediamo alla prossima tappa!!

DANIEL DAGREZIO


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Daniel Dagrezio

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