QPGA: Il primo capitolo



Notizia inserita da: doremifasol in data 16/03/09 alle ore 11:06 Condividi   vista 15712 volte


Grazie a Mondadori Libri, la possibilità di leggere gratis il primo capitolo del romanzo di Claudio Baglioni QPGA

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Prima edizione Marzo 2009

ISBN: 978-88-04-58363-9

QUESTO PICCOLO GRANDE AMORE

CLAUDIO BAGLIONI

Ad Andrea, architetto di fama internazionale, il primo amore si ripresenta di colpo alla mente quando, dopo tanti anni, torna nella sua Roma, e un libro lo fa rituffare nel passato...

"Questo piccolo grande amore", la canzone d'amore più bella della musica leggera italiana, diventa un romanzo. Un romanzo vero, perchè Claudio Baglioni si dimostra un vero scrittore. "L'amore" scrive "é un donatore universale. Può donare a tutti, ma può ricevere solo da quelli del suo stesso gruppo". Ecco, Baglioni parla la stessa lingua dell'amore. Lo sa ascoltare, capire, raccontare. Lo affronta a viso aperto, senza il pudore che le parole cariche di sentimento possano suonare ingenue. Perchè sa bene che questo è il destino che capita a tutti gli innamorati.


CAPITOLO 1 - LA RAGAZZA DI PANELA

Ogni volta che guardava la piazza sentiva che racchiudere il senso della vita basta un quadrato di centoquaranta metri di lato. Allora abbassava lo sguardo. Solo un istante. Il tempo di riprendere fiato e ascoltare, con la  punta delle dita, un sorriso farsi largo tra le labbra socchiuse. E' buffo, pensava. Certe cose le trovi solo quando smetti di cercarle. Fino a un istante prima, se ne stanno rintanate chissà dove. Nascoste così bene che finisci col pensare che non esistano affatto. un attimo dopo, invece, ti si parano davanti. All'improvviso. L'espressione più naturale del mondo. Sorprese della tua sorpresa. L'aria di chi non si è mai mosso dall'unico posto nel quale nessuno guarda mai: sotto il naso. Erano sempre state lì, loro. Tu, invece... La vita gioca strani scherzi. Forse per questo ride solo lei. Possibile che le cose dovessero trovare il loro punto di equilibrio a millenovantasei chilometri di distanza da dove lui lo aveva sempre cercato? Possibile che fosse tutto così semplice? Che bastassero una piazza e una finestra? Cosa c'era che non andava nelle piazze e nelle finestre millenovantasei chilometri più a Sud? E se non si fosse mai deciso a partire? Se avesse continuato a cercare in quella che aveva sempre creduto la sua città (ma che sua, in realtà, non era mai stata)? Che ne sarebbe stato di lui? Avrebbe vissuto la vita di un altro. E qualcun altro, la sua. Entrambi senza trovarla, né trovarsi mai. Chi mischia le carte, si chiedeva, non potrebbe stare un pò più attento? Pensiero scivoloso. Un pò troppo per mattine come quella. Ma appena le dita sfioravano le labbra e indovinavano il sorriso, tutti quei punti interrogativi svanivano. Scivolavano di lato come stormi, che sbavano appena il rettangolo dell'orizzonte e restituiscono subito il cielo a se stesso. Allora sollevava di nuovo gli occhi, guardava fuori e ascoltava rincasare la serenità. In fondo, quello che contava era averlo trovato il senso. Le asperità della salita, ormai, non pesavano più. Acqua passata. Adesso poteva guardare la vita dall'alto in basso, come la piazza dalla finestra. Adorava il candore di quelle geometrie. Le fughe, fuse nel punto irraggiungibile nel quale la semplicità si fa bellezza. La distribuzione dei volumi. L'equilibrio di vuoti e pieni. L'ardesia blu dei tetti. Il bianco della pietra. Il rosso dei mattoni. La doppia siepe d'alberi. Le fontane. La vita come dovrebbe essere; non com'è. Nemmeno le macchine riuscivano a intaccarla. Ne avevano soggezione. Giravano a bassa voce. In punta di pneumatici. Niente accelerazioni improvvise. Niente colpi di clacson. Niente stridore di freni. Docili e pazienti. Persino nel parcheggiare. Quelle dai colori un pò troppo sgargianti evitavano addirittura di fermarsi. Si allontanavano rapidamente, furtive e colpevoli, come chi ha dimenticato il cellulare acceso in chiesa e lo sente lacerare il silenzio durante l'Elevazione.
La piazza dava e chiedeva bellezza. E bellezza riceveva. Senza condizioni. Da tutto e da tutti. Lui l'adorava. In qualunque stagione. Con qualunque tempo. In qualunque ora del giorno e della notte. Perchè era lei a regalare qualcosa a tutte quelle cose. Alle stagioni, impeccabili come nelle vignette del sussidiario delle elementari. Rondini e mandorli fioriti a primavera; messi dorate e cieli tersi in estate; chiome gialle e rosse di platani in autunno. E, naturalmente, neve, agrifogli e candeline rosse in inverno. Era lei a regalare qualcosa al tempo che passava, come filtro che rende potabile l'acqua di pozzi avvelenati. Regalava vitalità al giorno e magia alla notte. Il suo tenue riverbero giallastro aggiungeva mistero e profondità. Persino la luna sembrava soffermarsi più che su ogni altro crocevia del pianeta. Era lì che raccoglieva la luce che avrebbe dispensato altrove. La piazza era l'unico specchio degno del suo volto.

Solo seguendo i punti di fuga che univano quelle linee, Andrea riusciva a pensare a se stesso come parte di qualcosa. Solo lì non si sentiva perso, come un astronauta condannato a vagare per sempre nello spazio. La piazza generava pensieri. Definiti, puliti, compiuti. Belli. Come lei. Custodiva l'armonia che mancava al resto e la somministrava alla coscienza lentamente. Un antidolorifico a rilascio ritardato. Andrea osservava i pensieri distendersi e allinearsi. Disporsi in file ordinate e composte, come le macchinine che suo padre gli portava ogni volta che tornava da una di quelle capitali che pensi esistano solo negli atlanti. Lui le metteva in fila indiana sulla fòrmica gialla della cucina e le interrogava per capire quale - la DS nera o la Giulietta Sprint rossa, la Mini Morris o il  Maggiolino, la Jaguar - E verde bottiglia o l'Aston Martin tutta d'argento come quella di Goldfinger - glielo avrebbe riportato a casa per sempre.

Guardava la piazza, ma non disegnava. Tutta quella bellezza glielo impediva. Non si può disegnare su un foglio pieno. La respirava. Ne inalava l'essenza. Come un orologiaio che imbriglia il tempo nella meccanica del suo cronografo. Perché conoscerne la meccanica significa possederlo, non esserne posseduti. Regolarlo, non esserne regolati. Se l'orologio custodiva il senso segreto del tempo, piazza custodiva quello dell'esistere. Bastava guardare. E questo faceva, seduto sul davanzale. Per disegnare, c'era lo studio a La Défense. Un pugno di grattacieli come pennarelli infilati in un portapenne, a ovest della città. Tre milioni di metri quadri di linee rette, che si incrociavano come le righe di un quaderno a quadretti. Uno spazio dove i pensieri vivevano sull'attenti, costretti a muoversi per angoli di novanta gradi. Nessuna passione, nessuna emozione, nessun desiderio. Asettico, come una sala operatoria. Lì la vita non era, nè sarebbe mai entrata. Non pesava, dunque, privarsene. Il posto ideale per lavorare. La piazza, invece, era bottiglia. Bottiglia d'inchiostro. L'inchiostro misterioso e invisibile delle idee. Tutto quello che Andrea doveva fare era intingervi il pennino dei pensieri. Il resto veniva da sé. Nascevano da lì quei suoi tratti che - come aveva scritto una volta il responsabile di non ricordava più quale supplemento culturale - avevano "il pregio di farsi notare sempre, come uno di quegli improvvisi istanti di silenzio che spezzano il crescendo di una discussione animata". Rideva, ogni volta che qualcuno glielo ricordava. Chissà - si chiedeva - se le sue idee generavano lo stesso imbarazzo di quei silenzi. La carta era il suo studio. Il tragitto quotidiano nella metro (non prendeva mai la macchina: "ruba i pensieri", diceva) era il tempo che serviva a far evaporare i fumi inebrianti dell'ispirazione. Distillazione. Di questo si trattava. Piazza, metro e studio erano il suo alambicco. La piazza era caldaia. Ardeva sotto i pensieri,per liberarne l'essenza. La metro, la serpentina nella quale i vapori si raffreddavano. Lo studio, il contenitore dove si raccoglievano i vapori condensati, finalmente liberi da ogni impurità.

Per rendere sopportabile a occhi e pensieri il mondo dal quale veniva, avrebbe dovuto cambiare tutto. Per questo aveva cominciato a disegnare. E quando gli chiedevano da dove ricavasse l'ispirazione, "E' semplice" rispondeva, abbassando lo sguardo per il pudore che la facilità impone "nasce per contrasto. Mi guardo intorno, vedo ciò che non mi piace e immagino come le cose dovrebbero essere per piacermi. Per fortuna" aggiungeva "il mondo è pieno di orrori. Il giorno che tutto, intorno a me, soddisferà il mio bisogno di bello, smetterò di disegnare".

Dalla prima volta che ci aveva messo piede, aveva sentito che quella piazza era il suo posto. Non avrebbe vissuto da nessun'altra parte. Si chiedeva come fosse stato possibile che trecento anni prima che lui nascesse, un architetto (di un altro paese per giunta) avesse potuto conoscere così a fondo un ragazzo che - tre secoli dopo - avrebbe cercato se stesso sulla pelle butterata della periferia di Roma. Come poteva conoscerlo così a fondo da realizzare ciò che quel ragazzo, trecento anni più tardi, avrebbe considerato l'incarnazione dello spazio perfetto? Da dove arrivano le cose che ci prendono così? Tre secoli in un istante: non appartiene alla luce, ma alla bellezza la velocità più alta.

C'erano voluti anni prima che Andrea potesse permettersi una finestra sulla piazza. E anni ancora prima di riuscire a trovarne una. Ma era valso la pena aspettare. "E'come davanti al mare" aveva detto il tizio dell'agenzia, spalancando le imposte con il gesto solenne di uno chef che solleva il coprivivande dalla sua ultima creazione "non importa cosa c'è alle sue spalle. E' solo quello che ha davanti agli occhi che conta. Mi creda"aveva aggiunto, con un'emozione velata d'invidia "qui è come in mare aperto: davanti a sé lei avrà sempre l'infinito". Aveva ragione. Quello era il mondo come sarebbe stato se a disegnarlo fosse stato lui. Non una virgola da toccare. La perfezione non ammette variazioni. Se a Roma i pensieri miglioravano lo spazio, lì era lo spazio a migliorare i pensieri. Via degli Oleandri e Places des Vosges si davano le spalle. La prima respirava polvere; la seconda stelle.

Era stata Michelle a fargli conoscere Place des Vosges. Ogni volta che si chiedeva come mai, dopo tutti quegli anni, si sentisse ancora così preso da una donna che non amava, la risposta era sempre la stessa: perchè lei lo aveva portato lì. Un debito impossibile da saldare. Indelebile, come il ricordo di quel rigido pomeriggio di novembre nel quale lei gli aveva detto: "Vuoi sapere chi sei? Vieni!". Aveva cominciato a corrergli davanti, voltandosi di tanto in tanto, arricciando l'indice della mano come dire "Coraggio!". All'inizio, Andrea aveva pensato a uno scherzo. Alla solita sparata di un'anima nata per il teatro. Ma, quando lei si era tolta il foulard, lo aveva bendato e guidato fino al centro della piazza, lui aveva cominciato a sospettare. E quando il foulard era scivolato giù dai suoi occhi, portandosi via anche le parole e lasciandolo ebbro di infinito, aveva capito. L'anima nata per il teatro aveva ragione: per la prima volta Andrea aveva incontrato se stesso.

Lui e Michelle si erano conosciuti un giovedi di fine estate al 37 di Rue de la Boucherie, 2 sulla riva sinistra, nel cuore del quartiere latino.

In un grande appartamento che, subito dopo la guerra, un americano con gli occhi di Orwell e i capelli del Barone di Mnchhausen aveva trasformato in una libreria - ostello. Il posto era diventato una specie di cenacolo per scrittori con e senza fortuna.(Contava quanto li univa, non ciò che li divideva). C'erano libri ovunque. E divani, poltrone, letti, cuscini, scrivanie. Chi entrava si fermava a leggere, scrivere, pensare e qualche volta anche a dormire sotto lo stesso tetto che aveva visto leggere, scrivere, pensare e dormire Fitzgerald, Hemingway, Joyce, Miller. Le loro anime e i loro pensieri avevano impregnato piastrelle e scaffali, intonaci, stoffe e specchi. E, in qualche modo, qualcosa del loro turbamento e del loro genio trasudava da legni, stoffe, maioliche, dorsi lucidi e consumati di edizioni ormai introvabili. Volumi che ricordavano che l'uomo e la sua storia sono sempre gli stessi, ma che le parole di certe anime hanno il potere di renderli, ogni volta, sconosciuti e capace di sorprendere. Molte tra le parole più sorprendenti, avevano trovato posto su quegli scaffali. Andrea ci era capitato per caso, dopo una mattinata passata a studiare il sistema di archi rampanti che facevano da contrafforti a Notre Dame. Michelle no. Per lei il caso non esisteva. "Se il mondo ha una coscienza" aveva detto, mentre gli occhi le si tingevano di profezia "allora deve avere anche una volontà. E, se ha una volontà, il caso non esiste. Dunque!". Più che da quel sillogismo visionario, Andrea era rimasto colpito dalla solidità di quel "dunque", incapace di decidere se temere o desiderare quell'inevitabilità.

"Vuoi dire che dobbiamo questo incontro addirittura alla...volontà del mondo?" aveva detto allargando le braccia, come se fosse possibile circoscriverlo tutto... Bella responsabilità. Spero di non deluderlo...".

Michelle aveva sorriso, scrollando la testa e sbuffando aria dal naso.

"Straniero, eh?"

"Italiano...Si sente così tanto?"

"Niente affatto. Il tuo francese è ottimo. Sono le mani che..."

"Cosa?"

"Niente...Gesticoli un pò troppo..."

"Capisco. E' per questo che mi hai fermato? Cos'è: fai parte di qualche associazione esoterica che promuove... il rispetto per la "sacralità dei gesti?" O sei un'adepta di un gruppo che propugna, chessò, qualunque forma di risparmio bioenergetico?"

Le parole scivolarono senza sporcare. Michelle possedeva abbastanza ironia da prendere con l'ironia altrui.

"Non ti ho fermato..."disse con inattesa profondità "sto solo cercando di non tradire il motto del posto."

"Questo posto ha anche un motto?"

"Non mi dire che non l'hai ancora letto? Vieni..."

Quando si era voltata, gli aveva preso la mano e aveva cominciato a trascinarlo lungo i cunicoli di quel formicaio di vocali e consonanti, Andrea aveva capito che quella non sarebbe stata l'ultima volta in cui l'avrebbe seguita. Sull'architrave di una porta che conduceva all'ostello c'era scritto "Be not inhospitable to strangers lest they be angels in disguise".

"Bello! E, secondo te, io sarei un angelo?"

"In effetti, è un pò presto per dirlo. E poi devo ammettere che, se lo sei, ti sei mascherato davvero molto bene!".

Lei aveva sorriso e lui aveva provato una fitta all'altezza del costato, lì per lì archiviata sotto la voce "dolore intercostale". Voce sbagliata. Non ci avrebbe messo molto a capirlo.

"Quindi tu capiti spesso da queste parti?"

"Certo: è la mia "zolla gemella", aveva detto con la naturalezza di chi immagina che tutti sappiano di cosa si sta parlando".

"Cosa?"

"La mia zolla gemella. Se il mondo è una grande anima" aveva spiegato alla curvatura interrogativa dei suoi occhi "questo è certamente il punto dal quale si è staccato il frammento che ora anima me!"

Andrea allargò le braccia, scosse appena la testa, lasciò cadere gli occhi. "E' pazza" pensò, sorridendo.

"E' inutile che fai quella faccia: tutti abbiamo una "zolla gemella". Anche tu!"

"Capisco..."disse, cercando di riportare in asse lo sguardo, impresa che si rivelò più complessa del previsto " e come si riconosce questa.."zona gemella?"

"Zolla gemella, non zona gemella..."

"Chiedo scusa, signorina...signorina?"

"Michelle...Come la canzone..."

"Ma belle"...pensò Andrea, ritrovando immediatamente confidenza con la melodia appuntata a quelle parole.

"Abbiamo la stessa età...incise tutte e due lo stesso giorno: 11 novembre 1965: giovedì."

"Dunque, signorina Michelle, riformulo meglio la domanda: come si riconosce questa "zolla gemella"?"

"Immagino che tu sappia cosa significa vibrare per simpatia, no?"

"Si, certo..."

"Ecco: con le zolle gemelle succede esattamente la stessa cosa...Non esiste un metodo per riconoscerle. Semplicemente quando ti ci trovi, lo senti. Lo senti dentro..."

"Scusa, ma se ci vieni così spesso, non credi che dovresti rivedere la tua teoria sul rapporto tra caso e volontà del mondo?"

"Cioè?"

"Bè, visto che sei sempre qui, il fatto che io e te ci incontrassimo era qualcosa di più di una semplice probabilità, non ti pare?"

"Guarda che eri tu che parlavi di caso. Io ho sempre parlato di volontà!"

"D'accordo, ma più che alla volontà del mondo, mi sembra che questo incontro sia dovuto alla tua volontà!"

"E tu credi che basti la volontà per far funzionare le cose? Non pensi che ci voglia qualcos'altro?"

"Ho capito, ho capito..." disse Andrea, alzando le mani in segno di resa. "E... come si chiama questa tua patologia?"

"Felicità!"

"Ah, bè...allora... non è grave. Non preoccuparti. Quella passa. Passa in fretta!"

"E la tua?"

Andrea si guardò intorno, incapace di resistere al richiamo di quella Guernica di colori, forme e materiali e al tumulto silenzioso delle parole assiepate dietro le copertine, ci pensò un attimo e disse: "Esistenza.".

"Gran brutto male..." replicò l'espressione compunta e quasi addolorata di Michelle.

"Già... Pare che nessuno ne esca vivo!"

"Ho capito" disse prendendolo di nuovo per mano "urge un tuffo nel pozzo".

"Un pozzo? Qui dentro?"

"Certo!" disse, avvicinandosi come se la cosa dovesse rimanere tra loro due. "La libreria" sussurrò "é stata costruita su un vecchio monastero. Nella sala da tè c'è un pozzo. Si butta una moneta, si esprime un desiderio...sai come funziona,no?"

"So come funziona...anche dalle mie parti c'è una certa fontana dove..."

"Lo so, lo so... ma qui è diverso!"

"Scusa...dimenticavo la "grandeur".."

"La "grandeur" non c'entra affatto."

"Ah, no?"

"No"

"Cosa, allora?"

"E'che qui ci troviamo sul chilometro zero..."

"E cos'ha di speciale?"

"Questo" disse cercandogli gli occhi in un modo che non avrebbe più dimenticato "è il punto dove tutto comincia!".

Era cominciata così, nel punto nel quale tutto comincia. Ogni volta che Andrea ripensava a quella mattina, alla trasparenza fiamminga della luce e alla mano di Michelle che sfiorava gli scaffali ingombri di libri, come un sasso che qualcuno ha fatto saltare sulla pelle del mare, si chiedeva cosa, esattamente, fosse cominciato. Lì, sulla riva sinistra o in qualunque altro posto di quella città esisteva anche il punto opposto: quello dove tutto finisce? Michelle conosceva anche quello? E come mai, ogni volta che il pensiero di un posto del genere lo sfiorava, gli procurava un principio di acidità? Perchè non riusciva ad allontanare il sospetto che, se fosse capitato da quelle parti, avrebbe sentito che si stava avvicinando alla sua zolla gemella?

Come ogni anima che ha conosciuto i rigori dell'inverno, Michelle vestiva i colori dell'autunno e si guardava intorno con quella particolare intonazione della speranza di chi, dietro a ogni curva, attende la primavera.

E, quando sorrideva, faceva sembrare la vita una cosa leggera e colorata, da indossare come un foulard di seta. Aveva un passo da mannequin e un modo imperativo di attraversare la strada lungo diagonali di quarantacinque gradi, come se il meridiano al quale l'intera cartografia del pianeta faceva riferimento fosse quello che che le sue gambe tracciavano, ondeggiando da un marciapiedi all'altro. Il suo sguardo brillava del giusto punto di equilibrio tra coscienza di sè e incoscienza del mondo. Aveva il potere di farti sentire vestito anche se eri completamente nudo o nudo anche quando eri vestito di tutto punto. Capelli e umore era legati da una relazione diretta. Causa - effetto. Se l'onda ambrata - di un caramello scuro lievemente venato di henné - era raccolta a coda di cavallo, significava:"Oggi mordo" (com'era scritto sulla tazza di Mafalda che uno dei suoi amici artisti le aveva regalato). Se, invece, il guinzaglio era sciolto e i capelli liberi di fluttuare tra spalle, ciglia e labbra, voleva dire "Salite pure a bordo". Nell'uno e nell'altro caso, però, era sufficiente una vibrazione appena percettibile delle sopracciglia per ricordare che l'onere della prova era tutto a carico dell'ospite. Innocente solo fino a quando non riconosciuto colpevole. A quel punto non ci sarebbe stato alcun processo. L'imputato non avrebbe avuto diritto a un avvocato, nè a una giuria imparziale. Sarebbe scomparso dal radar della sua coscienza, con la stessa rapidità con la quale i suoi sensori avevano segnalato la presenza di un "soggetto volante non identificato" in un avvicinamento. E la memoria avrebbe impiegato ancora meno a dimenticarlo.

Andrea non lo avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, ma amava il modo nel quale Michelle aveva organizzato i suoi cinquanta metri quadri all inclusive. "Non me ne servono di più" aveva sorriso la prima sera, sorseggiando una tazza bollente del miracoloso tè rosso dei Masai. "E' il taglio giusto per me. Fino a cinquanta metri è la casa che appartiene a te. Dai cinquanta in poi, sei tu ad appartenere a lei. Non potrei sopportarlo. E'il sabato fatto per l'uomo,no?" Amava la distribuzione degli spazi e il modo nel quale soggiorno, angolo cottura e zona notte fluivano l'uno nell'altra, senza rubarsi aria, luce, identità. Ma, soprattutto, amava la scelta dei colori. Quel ton-sur-ton che attraversava tutta la scala del bianco: zinco, avorio, beige, grano,sabbia, écru. Letto, pareti, divano, poltrona, cuscini, pensili della cucina, elettrodomestici e ante del quattro stagioni, erano giganteschi fogli di carta. Il richiamo di quegli spazi bianchi nei quali tutto poteva ancora compiersi, trasformarsi e divenire, era troppo forte. Un giorno o l'altro ne avrebbe approfittato e la ragazza di Panela (Andrea l'aveva ribattezzata così, perchè qualche pigmento fruttato di liquirizia e miele, di quella specie di zucchero bruno che usava per addolcire le sue tisane selvatiche, le era penetrato nella pelle e, da lì, nel carattere) si sarebbe risvegliata in un rigoglioso giardino d'inverno, nel quale ogni cosa avrebbe avuto il profumo dei pensieri di Andrea.

Ogni volta che passava da lei si sentiva nel suo habitat naturale. Quel posto godeva di una sorta di extraterritorialità. La vita, che riusciva a scovarlo ovunque, sembrava incapace di raggiungerlo lì. Attraversare quella porta significava scivolare in un'altra dimensione. Sebbene quasi non ci fosse un solo pensiero sul quale non si trovassero in tumultuoso disaccordo, lui e Michelle potevano passare ore insieme, senza annoiarsi, nè stancarsi. Era alla porta di lei che bussava quando l'idea di passare la notte da solo si faceva più insopportabile di quella di ascoltarla parlare di incensi, tisane aromatiche e tai-chi. La loro pelle riusciva a fondersi in un'unica linea come il mare e cielo quando rendono impercettibile la linea dell'orizzonte, e non mancavano mai di regalarsi reciprocamente l'illusione dell'infinito. E, ogni volta che doveva lasciare quel coriandolo d'appartamento  al primo piano di Rue de Renard, la fitta al costato si ripresentava. Ma adesso era chiaro che era la volontà, non la coscienza, a catalogarla sotto la voce sbagliata. Michelle lo accompagnava alla porta, si sollevava in punta di piedi e depositava sulle labbra di lui l'impronta screziata delle sue. Andrea non avrebbe mai affrontato la notte senza il viatico di quel lasciapassare. Appoggiava l'occhio allo spioncino, apriva piano la porta, sbirciava fuori ("La portiera...sai" sussurrava) e finalmente "Via libera" diceva, con un sorriso che Andrea avrebbe voluto portare sempre con sè. Nessuno soffre i rigori del freddo, i morsi della fame o le dolorose seduzioni della solitudine accanto a un sorriso così. Il sogno di lui sarebbe stato guardarla dormire. Cosa sarebbe stata la notte, se avesse avuto il suo profumo, il battito del suo cuore, il suo respiro? Ma lei non aveva voluto. Mai. "Lo faccio per te" aveva detto "guardarsi dormire è per sempre. E tu non sei ancora pronto".

Se non aveva perso la testa per Michelle era solo per il fatto che la testa Andrea l'aveva abbandonata molti anni prima, ai piedi di un Douglas DC-9 che rollava sulla pista numero tre del Leonardo da Vinci, e che avrebbe toccato nuovamente terra nell'le de France. Quattordici chilometri più a sud di Parigi, nel cuore di un paese del quale sapeva solo che contava più varietà di formaggio che giorni dell'anno.

C'era stato un tempo nel quale era stato sul punto di convincersi che avrebbe potuto amare Michelle.(Tutta la Parigi che conta l'avrebbe invidiato). Ma l'idea durava lo spazio di un Pernord e gli lasciava in bocca lo stesso urticante retrogusto di anice stellato, menta e coriandolo. La prospettiva confliggeva irrimediabilmente con l'unica cosa che Andrea sapeva di sé: che era incapace d'amare. Mettere in dubbio quell'unica certezza avrebbe significato perdere tutto ciò che aveva trovato di sè. Certi varchi non possono essere lasciati incustoditi.Mai.

Se aveva lasciato Roma, le crescenti attenzioni del mondo accademico, gli amici, lo sguardo neorealista di sua madre, era stato per chiuderla una volta per tutte con la stagione dei dubbi. Ne aveva collezionati a sufficienza. Era partito per lasciarsi alle spalle tutto ciò che alle sue spalle fosse rimasto. E non aveva alcuna intenzione di tornare indietro. Se solo si fosse voltato, si sarebbe trasformato in una statua di sale.

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