Baglioni: tredicesima nota musicale



Notizia inserita da: doremifasol in data 15/05/10 alle ore 17:17 Condividi   vista 3803 volte


Inizia la fase europea del Tour mondiale “Un solo mondo” di Claudio Baglioni.

Dopo quasi dieci anni, il 16 Maggio prossimo torna in Svizzera il popolare cantautore italiano che sarà al Kongresshaus di Zurigo e festeggerà così il suo 59° compleanno con un concerto: “siccome un concerto è una festa come festeggiare meglio di così il mio compleanno!” ci dice l’artista in una deliziosa e simpatica intervista concessa per i lettori de “La Rivista”.

Tournée che prevede cinque mesi di viaggio sui palchi più prestigiosi di alcune tra le più importanti città dei cinque Continenti. Quasi tre ore di grande musica antologica dal vivo, nelle quali Baglioni, affiancato da un gruppo di nove polistrumentisti, racconterà tutto quello che è stato della sua musica al pubblico del Kongresshaus con le melodie immortali di alcuni tra i brani più significativi e amati della storia del pop italiano, dagli anni ‚70 ad oggi.

“Che ci si senta dentro un solo mondo quando si sta in un teatro o in uno stadio. Che quindi si ha questa percezione di essere orchestrali di una stessa orchestra e che questo può valere anche nell’esistenza”

È questo il messaggio che vuoi inviare con la tournee “Un solo mondo”?

Io ogni giorno di più trovo che l’incontro fra le persone sia l’occasione migliore per migliorare anche se stessi. È la cultura dell’altro che ci rende felici. E quindi, in questo senso, in un momento anche di tensioni sociali, di un mondo così un po’ spaesato, un po’ disorientato, che ha ancora tante cose da sistemare, quello che possono fare i viaggiatori del mondo è raccontare il proprio viaggio e la propria cultura. Dello stare insieme, considerando l’idea della bellezza dell’armonia e dell’energia che tante persone, una accanto all’altra, possono sprigionare.

Perché la tournée ha questo nome?

È stata chiamata “Un solo mondo” un po’ perché racconta della mia esperienza musicale dall’inizio fino ad ora e un po’ perché in tutti luoghi che toccherò assieme ai miei compagni di viaggio, c’è la voglia di incontrare le comunità italiane. Incontri non solo professionali: un po’ come si faceva all’inizio dell’800, quando i grandi viaggiatori tenevano un diario di bordo ed io, come loro, alla fine di questa esperienza vorrei farne un documento televisivo, appunto un diario raccontato di tutto ciò che è stato non
solo dal punto di vista artistico, ma più che altro dal punto sentimentale personale.

Questo ha a che fare con la fondazione O’scià?

Il titolo vuole essere un po’ quello che ha animato la fondazione! Da otto anni c’è quest’attività che svolgo assieme a molti collaboratori e che ha coinvolto oltre 200 artisti italiani e stranieri, più che altro sull’isola di Lampedusa. Nel dialetto lampe-dusano, O’scià vuol dire “mio respiro” quindi abbiamo voluto unire tanti respiri per soffiare un vento di positività nel rapporto tra i popoli del mondo. L’abbiamo fatto in un luogo che rappresentava l’arrivo della disperazione di tante persone, in fuga dai loro paesi per questioni di guerra, di pestilenza, di carestia, di ingiustizia e di bassissima qualità della vita: in viaggio per la ricerca di una vita migliore. Tema di fondo della fondazione è proprio la cooperazione, l’integrazione e l’interazione, perché quando le culture si mischiano si crea sempre una cultura migliore, più ricca. Non a caso questi incontri li faccio per conoscere quest’esperienza
dura e commovente del viaggio, dell’abbandonare i propri affetti, la propria terra e andar cercar fortuna in un altro luogo.

Quindi si tratta di una deviazione dal pentagramma quello? Dopo 40’anni di carriera ti sei immerso nella ricerca di stimoli diversi da quelli che la musica ti ha dato finora?

(Sorride) è un po’ come quando noi musicisti intendiamo suonare con qualcun altro, ci dobbiamo mettere d’accordo. Anche se proveniamo da stili diversi, dobbiamo suonare un’unica partitura.
È un po’ l’orchestra della vita, l’orchestra del mondo. È vero che è un po’ una deviazione dalla musica, la definirei però la tredicesima nota, e lo faccio perché mi ha arricchito molto. Per esempio,
quest’esperienza di O’scià, dal punto di vista musicale, mi ha fatto incontrare musicisti che o non conoscevo bene o che non conoscevo del tutto e con loro lavorare assieme.

Proprio come hai fatto con la tua ultima fatica discografica Q.P.G.A.?

Esattamente! Questa è la fine di un progetto quadruplo, film, romanzo, doppio CD e tour, ispirato a un album del ‘72 che è diventato una specie di opera popolare che dura 2 ore e 50 minuti.
Q.P.G.A. che è appunto l’acronimo di Questo Piccolo Grande Amore, contiene i camei di 69 artisti italiani tra i più grandi e prestigiosi: da Ennio Morricone a Laura Pausini, da Mina a Jovanotti, Andrea Bocelli, Gianni Morandi e tantissimi altri. In questo c’è proprio l’aver capito che è meraviglioso per il musicista e compositore essere da solo, però le cose migliori le fa quando si confronta con qualcun altro.

A proposito di Q.P.G.A. come hai contattato tutti questi artisti, hai usato il telefono, li hai incontrati a cena o hai scritto una email?

Molti di questi artisti fanno parte del mio giro di conoscenze. Alcuni li ho incontrati a Lampedusa, O’scià é in fondo la materializzazione
di questo pensiero, altri invece li ho contattati o telefonicamente o attraverso un mail.

E come siete riusciti poi a cantare insieme?

Non con tutti ho avuto la registrazione in presa diretta, abbiamo usato la trasmissione digitale, proprio perché, per fortuna o per disgrazia, quello che da una parte sta decretando la fine dell’industria discografica, per altri versi è molto utile. La musica
è diventata quasi fluida, per cui si può trasmettere con diversi canali.

Cambiamo un po’ discorso. Poco prima di un concerto, quando tu da dietro le quinte ti dirigi verso il palcoscenico, di fronte a te le migliaia di persone che urlano il tuo nome, che cosa ti passa per la mente? Penso che sia qualcosa di più di semplice emozione?

Infatti! Purtroppo proprio perché non è semplice emozione mi riesce difficile descriverla. A parte che non si presenta mai nello stesso identico modo.


Com’è cambiata quest’emozione dall’inizio della tua carriera?

Per fortuna nel tempo sono riuscito a padroneggiare tutto questo. All’inizio era panico vero (ride). In certe occasioni è talmente forte
l’accoglienza che ti blocca, ti paralizza. Mi ricordo ancora di un concerto fatto a Milano, nello stadio di San Siro interamente gremito. Avevo un muro di persone ovunque ed io ero da solo sul palco. Io non ricordo un solo istante di quel concerto! So di averlo fatto, ma se dovessi raccontarlo... (ride di nuovo). Oggi sono sempre emozionato, ma riesco a controllare quest’emozione. Lo dico alla fine di ogni mio concerto, che ogni volta è un onore e un’occasione in più. L’onore di aver potuto suonare ed esibirmi dal vivo di fronte a delle persone reali. L’esibizione live, rispetto a quella televisiva o dall’album, è il momento più esaltante per un artista, proprio perché c’è l’incontro vero, quasi carnale. Quindi, è un’energia che si consuma insieme in quel momento. L’emozione non passa mai, anzi certe volte si arricchisce di elementi che ancora uno non conosceva.

Il testo delle tue canzoni sono belle anche se si leggono semplicemente. A tal proposito come componi una canzone?

Quando scrivo sono quasi sempre solo. Da una parte è una necessità e dall’altra una disperazione (sorride) perché non si ha mai un confronto che invece servirebbe. Scrivo separatamente musica e testo, nel senso che quasi sempre scrivo prima la parte musicale poi aspetto un po’ e finisco con l’arrangiare ancora senza testo le canzoni. Poi comincio a scrivere il testo che da una parte deve avere chiaramente il bisogno di essere contenuto e magari che dica qualcosa che qualcuno non ha ancora raccontato. Però sono stato sempre attento al fatto che il testo suoni. È vero che i testi delle canzoni si leggono anche senza che ci sia la parte musicale, però bisogna sempre pensare che quelle parole sono nate per essere cantate, sposate con la musica.

E l’ispirazione?

L’ispirazione la ricevo direttamente dalla musica. Dentro la successione delle note, dentro i suoni appunto, ci sono già alcune parole. In genere uno cerca di rivolgersi alla vita, a quella reale
ai sogni e alle cose avute e quelle non avute. Di solito non scrivo mai di qualcosa che mi è accaduta in quel momento, ma quasi sempre qualcosa del passato o che addirittura ancora non è successa. Faccio un lavoro di raccolta, cerco di mettere qualche frase che mi ha particolarmente colpito, un’idea di contenuto generale e poi al momento, arriva il supplizio di mettere insieme le parole e questa è la vera fatica. Certe volte vorresti dire qualcosa che lì non ci sta, non c’entra. Fare questo lavoro da falegname, perché poi la metrica musicale t’impone alcune regole
che ti spingono a trovare quell’equilibrio sempre molto difficile tra musica e testo.

Immagino che col romanzo avrai avuto le tue belle difficoltà!

Si (ridiamo)

A me capita così a volte, che mentre mi sto per addormentare mi entra in testa un pensiero, una bella frase, un’idea e devo trovare la forza di alzarmi dal letto accendere la luce e appuntare almeno una parolina che mi faccia ricordare il giorno dopo il pensiero appena fatto.

Anch’io lo faccio! Perché prima mi fidavo molto di più della mia capacità di ritrovare, all’indomani, quella cosa nella memoria.
Anche durante la notte ho un foglietto di carta con una penna a portata di mano e spesso anche la chitarra appoggiata al letto.
Comunque la notte in questo senso ha delle magie che il giorno non ha. A volte mi capita pure di essere ispirato sotto la doccia! Lì è difficile scrivere!(ridiamo)

Hai intravisto nella scena musicale italiana, un cantante che definiresti un possibile tuo erede?

È molto difficile individuare o decretare, sia perchi lo deve fare sia per l’erede, perché chiaramente nessuno poi è mai erede di qualcun’altro. Nel tempo ho conosciuto degli artisti molto originali che mi hanno colpito, non in quanto eredi, ma proprio perché sentivo qualcosa. Mi riferisco ad artisti come Samuele Bersani o Daniele Silvestri, che avevano certe cose che mi ricordavano un po’ me quando all’inizio, ero talmente originale, non mi si filava nessuno (ride). Ecco, ritengo che mai nessuno sarà mai esattamente l’erede di un altro, proprio perché a quel punto non puoi più chiamarlo erede, ma imitatore, che é un’altra cosa.

Qual’è il consiglio che daresti ai giovani che intraprendono la carriera di musicista?

Secondo me bisogna sempre studiare senza mai smettere, perché comunque non è una materia casuale. La musica, le parole, l’esibirsi, il cantare il trovare delle iniziative è un talento, una genialità: altrimenti non si capirebbe perché tu devi stare su un palco e gli altri sotto e pagano anche un biglietto. La sensazione è che il successo uno se lo deve meritare, sempre. Da quando riceverai un premio, tu devi cominciare da lì in poi a meritartelo, da dopo che l’hai avuto. A questo va aggiunto la passione, la curiosità e un pizzico di coraggio non deve mancare mai: a costo di prendere qualche cantonata, fare qualche errore, però provare sempre qualche novità. Sempre!


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Conferenza stampa con Claudio Baglioni aperta al pubblico 15 maggio 2010, ore 18.15 Casa d’Italia Zurigo

Il Consolato Generale d’Italia Zurigo ospita Claudio Baglioni sabato 15 maggio 2010 per una conferenza stampa ed un incontro col pubblico presso la Casa D’Italia (Erismannstr. 6 - 8004 Zurigo) in vista del concerto in programma al Kongresshaus domenica 16 maggio, ore 19.00 (per tale spettacolo verranno estratti 3x2 biglietti in conclusione di serata alla Casa d’Italia). Sarà un’occasione per conoscere le ragioni del progetto “Un solo Mondo – One World” e il significato della fondazione O’Scia (che in dialetto lampedusano significa ‘respiro’) nata nell’estate del 2003 da un’idea del cantante italiano per sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica sul delicato tema dell’emergenza immigrazione. Il successo è stato al di là di ogni attesa e previsione. Sorprendente la risposta del pubblico; straordinaria l’attenzione dei media. O’Scià è cresciuta fino a diventare tra le più importanti Manifestazioni musicali a sfondo sociale non solo d’Italia ma di tutta Europa. In questi anni oltre 200 musicisti ed artisti hanno offerto ad O’Scià il contributo delle loro idee e della loro capacità di regalare emozioni, appassionare, far riflettere e hanno aiutato Baglioni nel suo impegno in favore della promozione del valore dell’integrazione tra le culture.
(www.fondazioneoscia.org)

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