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Recuperiamoli e recuperiamoci

Ogni volta che la telecamera li inquadra, la storia fa un passo indietro. 

E le stigmate dell’umanità ricominciano a sanguinare.
Ogni volta che gli occhi di migranti e profughi
– esausti, impauriti, spaesati – o i loro sorrisi
– nei quali è impossibile distinguere speranza e disperazione

-o, peggio, i loro corpi senza vita,

– allineati sotto lenzuola pietose, sul cemento di un molo trasformato in una camera ardente a cielo aperto

– occupano i led dei nostri cinquanta pollici full hd, tutti noi torniamo sulle navi negriere, con il loro carico di schiavi per l’America.

Allora si moriva nelle stive per acquisire il diritto di morire di lavoro nelle piantagioni, nell’odio, nel disprezzo, nell’indifferenza del più grande Paese del mondo.
Oggi si muore nelle stive o gettati in mare – non si sa se come estremo atto di pietà o di sopraffazione (la cultura del “mors tua, vita mea” sembra insopprimibile) – per poter acquisire il diritto di morire alle estreme periferie dell’Europa del benessere (quella che noi chiamiamo “crisi”, chi rischia la vita in mare lo chiama “Paradiso”), nell’odio, nel disprezzo, nell’indifferenza, nella paura del Vecchio Continente.

Lo stesso Continente che – sembra impossibile – ha insegnato al mondo la Fede, la filosofia, la democrazia, il diritto, l’economia, la scienza, l’arte, la musica, la letteratura, la poesia.

Cosa è rimasto di tutte queste meraviglie?
E’ davvero questo misero “resto” ciò che chiamiamo civiltà?
Sono questi i valori dei quali le nostre culture e le nostre carte
costituzionali si riempiono la bocca?
E’ questa l’etica – religiosa o laica – che guida le nostre esistenze?
Possiamo davvero considerarla una guida alta e illuminata?

Sono queste, dunque, la “modernità”, il “progresso”, le meraviglie della “globalizzazione”, le scintillanti fondamenta del terzo millennio?

A volte viene da chiedersi se ciò che abbiamo costruito possa davvero definirsi “civiltà”.
Il dubbio è grande.
E cresce ogni mattina, davanti al telegiornale, quando le telecamere documentano l’ennesimo viaggio della disperazione, l’ennesimo recupero in alto mare. Il nuovo dolore, la nuova disperazione, le nuove morti di questa via crucis senza fine, nella quale si trovano mille aguzzini e nessun Cireneo.
Più che a una civiltà, somiglia a un “motore a scoppio”: aspirazione, compressione, scoppio e scarico.
Scarico di vite e corpi.
Scarico di coscienze e responsabilità.

“Il nostro mondo – scrive Erri de Luca – poggia sulle spalle dell’altro”.
E aggiunge: “Sulle spalle di sconosciuti che reggono il nostro peso obeso in sproporzione di ricchezze”.
L’altro è qui: non con la speranza di liberarsi del proprio peso, ma con la speranza di poter continuare a farci da sherpa.
A Lampedusa lo incontriamo tutti i giorni.
Incontriamo i suoi occhi, il suo sorriso, il suo silenzio o le sue grida, il profilo del suo corpo, dietro il recinto di una delle tante strutture di accoglienza o sotto il velo di un lenzuolo bianco.
Incontriamo quella stessa miscela di speranza e disperazione che noi abbiamo – per fortuna – dimenticato, ma che faceva fibrillare occhi e cuori dei nostri nonni, quando gremivano le stive dei piroscafi che facevano rotta verso il “Nuovo Mondo”, sperando di riuscire a incontrare là quel futuro sulla porta del quale, qui, era scritto “Personale al completo”.
Chissà cosa direbbero se i cronisti li intervistassero, oggi, sul molo di Lampedusa.
E cosa penserebbero di noi?
Dubito che capirebbero.
E sono sicuro che non approverebbero.

E’ questo spettacolo indecoroso che chiamiamo civiltà?
O la parola ha cambiato significato, o i dizionari della storia e della coscienza mentono.

Anche l’Occidente ha i suoi problemi, certo.
Molti e molto gravi.
E la situazione non sembra destinata a migliorare.
Non rapidamente, almeno.
Ma gli sbarchi sono effetto, non certo causa del problema.
L’Europa attraversa probabilmente la crisi più grande dal dopoguerra a oggi. E gli Stati Uniti – per la prima volta nella loro storia declassati da Standard & Poor’s – non navigano acque molto più tranquille.
A differenza del passato, però, questa crisi non è crisi di questo o quel
Paese.
E’ crisi di un intero sistema.
Quel “sistema-Occidente” che ha governato il mondo e che, oltre a portare bandiere importanti come progresso e sviluppo, porta anche la bandiera, assai meno decorosa, della responsabilità di quella sproporzione di ricchezze e di quel vuoto di futuro che spinge un intero Continente a stiparsi sul ponte e nella stiva delle navi negriere del terzo millennio.

Come gli sbarchi, anche la crisi economica che stringe l’Occidente è effetto e
non causa.
Effetto di una crisi ben più grave e profonda.
Una crisi senza superare la quale sarà impossibile superare la crisi dei mercati.
Crisi di valori.
Crisi di coscienza.
Crisi di quella cultura del “L’avidità è bella” che – nel delirio di onnipotenza di una finanza che si ritiene superiore a tutto e a tutti – ha messo l’Occidente in ginocchio e lo ha portato fino sull’orlo della crisi più preoccupante della sua storia.

Stabiliamo, una volta per tutte, se la vita (come predichiamo senza convinzione) ha davvero un valore.
E, se ci rendiamo conto che ce l’ha, allora restituiamoglielo.
Rimettiamola, il più in fretta possibile, al centro della nostra visione delle cose. Al centro delle fedi, delle filosofie, delle culture, delle politiche, delle economie.
Al centro dei nostri sistemi di valori.
Al centro delle nostre coscienze.
Perché, se il “valore-uomo” è periferia nella coscienza stessa dell’uomo, in quale espressione della vita dell’uomo potrà mai essere centrale?
E se l’uomo non tornerà ad essere orizzonte dell’uomo, nessun consesso mondiale, nessuna alleanza, nessun G20, nessuna Banca Mondiale riuscirà mai a farci uscire da nessuna crisi.
Solo restituendo umanità all’umanità, l’umanità potrà ritrovare una strada, una direzione di marcia, una meta, un senso e uno scopo.

Lampedusa è terra di frontiera.
L’avamposto dal quale si vedono i frutti della disumanità.
Sulle sue coste si incontra il futuro, non il passato.
Non ciò che eravamo, ma ciò che saremo, se non riusciremo a riportare l’uomo al centro della coscienza dell’uomo e restituire alla parola civiltà il significato che ha, evidentemente e tragicamente, smarrito.

Recuperiamo migranti e profughi per recuperare noi stessi, ritrovare dignità,
vergogna, pudore e – soprattutto – il senso delle cose.

E prendiamo, finalmente, coscienza del fatto che, nell’Oceano in tempesta di questo presente la barca è una: o ci integriamo, rapidamente, per governarla insieme o si avvicinerà, pericolosamente, agli scogli, con il rischio che si disintegri lei e – insieme a lei – il nostro prezioso carico di esistenze sogni, progetti e speranze.

FONTE

redazione

La redazione di doremifasol.org e saltasullavita.com è composta da tanti amici ed appassionati della musica di Claudio Baglioni. Un grazie a loro per il lavoro e l'aiuto apportato a questo portale - Per scrivere alla redazione usare wop@doremifasol.org - Capo Redattrice e coordinatrice: Sabrina Panfili [Roma]

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1 Commento

  1. quanta grinta…quanto coraggio…pane al pane vino al vino…la tua strada e la nostra strada ,la stai e la stiamo percorrendo tutta…peace and love

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