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Se lo avesse fatto Claudio?

Così, con il carrellino della spesa, da bravo massaio, me ne andavo fra le corsie di un supermercato cercando latte, dadi da brodo, saponi, lenticchie e fagioli, frutta e verdura ed altre amenità, mentre cercavo le cose che mi servivano guardavo le tante cose che mi facevano l’occhiolino sugli scaffali, cercando di non farmi prendere dalla smania di compèrare più di quanto mi serviva. Qualche persona guardava attenta etichette e prezzi, altri rigiravano fra le mani pacchetti confezionati di carne cercando di scoprire se la parte nascosta della confezione era di apparenze belle come quella che si vedeva.
 
Ah…
Che nostalgia per i negozi di una volta, quando entravi e dovevi aspettare il tuo turno per farti servire dal negoziante, quando parlavi con lui chiedendogli il meglio e ogni cosa che ti dava era sempre il meglio di tutto.
 
D’un tratto dagli altoparlanti arriva una musica, per me che sono un pò avanti con gli anni è una bella sorpresa, una musica di tanti anni fa che credevo persa in righi musicali ormai spersi nel gorgo del tempo, quello che inghiotte tutto e non ti ridà più niente. Un brano dello Spencer Davis Group, Gimme some lovin (perdonatemi se ho scritto sbagliato), musica fine anni 60 che allora era davvero musica d’avanguardia, solo un poco, ma proprio poco rimixata ho pensato, e tutto contento continuavo ad ascoltare aspettandomi dopo l’incipit strumentale la voce in inglese del testo, parole che non ho mai saputo che significavano, ma che ho sempre immaginato intense e profonde portatrici di valori importanti, invece…
Se non sai di che morte morire
scegli me
scegli me
e chissà dove andiamo a finire
scegli me
scegli me
Gianna Nannini…
mamma mia, proprio tale e quale, proprio da confondere o da illudersi ascoltandone solo l’inizio che fosse quell’altra canzone.

L’avesse fatto Baglioni, sarebbe successo il finimondo, sono e siamo tutti li ad ascoltare qualsiasi minima assonanza con suoni già sentiti, con parole già dette, con temi già trattati, figuriamoci se davvero avesse copiato in modo così spudorato il tema di una canzone, senza nemmeno preocuparsi di nasconderlo un pò.
 
Ah…
se la musica avesse un numero infinito di note, se un momento felice durasse in eterno, se fosse possibile vivere ogni istante senza mai farsi domande su cosa è giusto per noi e cosa per gli altri,  se ogni cosa bella non finisse mai di vestire il nostro essere vivi, in modo da farci vivere senza mai rimpianti e senza nostalgie.
 
Quel disco dello Spencer Davis Group all’inizio mi era piaciuto moltissimo, poi pian piano era diventato piuttosto normale per me. Erano momenti in cui i dischi erano un pò merce di scambio fra i miei amici, avevano un valore che cambiava un pò per tutti, mantenendo però per ognuno un valore personale, diverso nel tempo e dopo averne inghiottito l’emozione che portava, emozioni che a volte rimanevano dentro di noi come nutrimento, altre dopo un gusto piacevole iniziale, come un ingombro sullo stomaco, diventavano monete di scambio. Un disco di questo valeva due dischi di altri, un disco di un’altro valeva n dischi di questo… a seconda di quanto pesava nella storia e nel gusto personale quella musica, quelle parole. Non era il mercato delle figurine dove ce n’erano di introvabili,. era semplicemente la stanchezza di sentirli, l’esaurimento delle sensazioni positive che ti dava, non era altro, ma era a quel punto solo merce di scambio nei confronti di qualcosa che potevi avere risparmiando di doverlo comprare… e io lo scambiai con un disco dei Beach Bois del quale non ricordo il titolo, ma era allora un disco di grande successo.
 
Ah…
quei momenti in cui la musica usciva gracchiante da un mangiadischi che portavi con te nelle feste con gli amici, quei contenitori che sembravano libri nelle cui pagine si deponevano i dischi, 45 giri presto consumati dalle puntine di giradischi  che molti trascuravano di pulire… e ogni giro di disco il solco si rovinava un pò, e ogni giro di disco la puntina si consumava e cominciava a saltare fuori dai solchi e ogni musica aveva in sottofondo lo stesso fruscio, musiche diverse, ma fruscio sempre uguale.
 
Intanto scorreva la canzone e poco per volta dimenticavo il riflesso di tempo passato. Così, quell’inganno o, forse semplicemente, quell’illusione musicale che sapeva di erba dei prati, coca cola e risate di ragazze colorate, trovava un suo nuovo motivo di esserci nel tempo di oggi, figlia di sette note che non conoscono tempo non essendo mai cambiate, ma rimaste sempre immutate e uguali a sè stesse.
Prendeva un altro senso ora, quella musica “anziana”, vestiva parole nuove e forse era bello che trovasse un nuovo senso, che diventasse fiume per portare nuove parole come barche alla ricerca di un cuore pronto a sentirle e magari a farne approdo per significati di oggi  e per i ricordi che diventeranno domani.
Ma le canzoni finiscono, come finisce di cadere la pioggia o come finisce di correre le sue vie il vento, come finisce un giorno e come finisce una notte, finisce, ma per fortuna lei può ripartire ,basta che ci sia qualcuno che pigi un bottone e anch’io ho pigiato il pulsante del mio tempo e ho finito i miei acqueisti andando alle casse.
 
Ah…
se ci fosse un pulsante da pigiare per tener sempre acceso il colore di un fiore, per fare in modo che i bambini possano sorridere sempre e i cagnolini scodinzolare davanti a quei sorrisi, se ci fosse sempre per tutti acqua per la sete degli uomini e dei campi, se ci fosse davvero quel pulsante e se non ci fosse nessuno che lo vuole solo per sè o, forse peggio, che lo vuole rompere.
 
E sono tornato a casa trascinando il mio carrello come un bravo massaio soddisfatto delle compere fatte, andavo e ad ogni passo ricordavo ciò che mi ero dimenticato di comprare, ma ormai era fatta, di ciò che avevo dimenticato se ne sarebbe fatto a meno fino a domani, fino alla nuova avventura fra gli scaffali del supermercato.
Attraversando una strada una macchina si è fermata per lasciarmi passare, alla guida era una donna che mi è sembrato guardarmi conpiaciuta, è così strano vedere un uomo con il carrello della spesa? O forse nel mio abbigliamento c’era qualcosa che non andava? Fatto sta che ci siamo scambiati un sorriso forse dettato dalla inusualità della situazione, di solito sono uomini al volante che si fermano per far passare massaie con il carrello o la borsa della spesa, voglio pensare che il motivo del sorriso fosse stato quest’ultimo e la cosa non mi dispiace, infondo i sorrisi della gente che incontriamo sulla nostra strada sono sempre lampi colorati.
Mi sono fermato un momento in un parchetto, erba davanti e foglie attaccate ai loro alberi di sopra, un angolo verde compreso in un angolo di strade, le macchine passano intorno, ma se guardi intensamente in giù, quell’erba sembra perdersi all’orizzonte, mentre se guardi in su, sembra di volare in quel cielo che è li, appena oltre le foglie.
 
Ah…
quante cose contiene una giornata, affanni e corse sfrenate, formiche sempre frettolose e lucertole che improvvisamente ricordano che hanno qualcosa da fare e interrompono la loro immobilità al sole per andare chissà dove, quanto è bello il tempo che contiene una speranza e quanto è bella una notte che si attarda nel giorno che arriva per non spegnere le sue stelle, quante storie nella gente e quanta gente con una sua storia.
 
Gli ultimi passi verso casa, il rumore delle ruote del carrello a farmi compagnia e una canzone che mi suona nella testa, una canzone di parole e musica che si incontrano molto raramente, ma che non smettono mai di cercarsi, musica e parole che rendono leggeri perchè hanno le ali e nei loro rario incontri, un cielo dove andare a sognare.
 
Ah…
sento ancora voglia di nuove voglie, sento onde infinite da cavalcare e una strada da camminare, sento parole ancora non dette che aspettano pazienti il giorno in cui voleranno libere da chi le sa ascoltare, sento la paura di ciò che non sò e che non saprò mai, sento il coraggio per provarci ancora che mi da quel bellissimo orizzonte che ho sempre nello schermo della mente.
 
Ma ora che ci penso, sono le 3.30 e credo sia meglio che fermi qui  i miei pensieri, mi accorgo che ho parafrasato una canzone di Claudio, vi pare? “Gli anni della gioventù” forse torneranno quando mi lascerò andare nel sonno, almeno lo spero e allora saranno li ad aspettarmi per ricordarmi da dove vengo e aiutarmi a conoscere un pò più me stesso, senza le ombre del nostro passato non possiamo sapere da dove veniamo e cosa siamo diventati.

Buona giornata a tutti voi

Renato


The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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1 Commento

  1. Renato Castelli

    Il mio grazie personale alla redazione per aver arricchito il brano con i due filmati… questa si che è collaborazione, grazie!!!

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