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Ho perso il conto delle volte che…

Ho perso il conto delle volte che ci siamo visti. Non perchè siano state numericamente tali da perderne la percezione, ma perchè ogni volta è sempre come se fosse la prima e quindi non ha senso dare una numerazione ordinata a qualcosa che rimane sempre uno. I conti a me non sono mai venuti bene, ho fatto lo scientifico a calci nel sedere e mi sono ripromesso che dall’Università non ne avrei più fatto uno che non riguardasse la mia dichiarazione dei redditi o il costo di un automobile. Ognuno ha le sue debolezze, che vuoi farci.

Ho perso il conto anche delle volte che ti ho dato retta. Con te non si è mai semplicemente in ascolto, in fondo uno può ascoltare e poi farsi gli affari propri, nulla vieta no? A te invece bisogna dare proprio retta, è difficile che sbagli. Non abbiamo mai parlato molto, ma hai sempre saputo ascoltare in silenzio. Dietro un lettore CD poi ti riesce tanto bene, non so come fai. Io a volte fatico con le persone davanti, figurati in maniera telepatica. Anzi, discopatica.

La prima volta che ci siamo visti, visti bene intendo, me la ricordo bene. Faceva un freddo cane, aveva nevicato per due giorni. Sei sceso insieme al tuo cappotto di lana nera e alla tua non troppa voglia di fare le prove per la terza sera di fila. Noi due, un lampione, neve a terra, poca gente intorno e i fari della tua auto ancora accesi. Un ciao veloce, con carezza sulle spalle e un bacio rapido sulla guancia. Di cortesia ma non forzato. In fondo mi sei quasi venuto incontro te.

Mi sei sempre venuto incontro tu a ben pensarci. Io all’inizio non è che ti volessi particolarmente bene, però sei stato bravo, hai saputo pazientare, non hai mai mollato. Sempre lì, col tuo viso fotografato dall’alto in una copertina in bianco e nero. Ci abbiamo messo un po’ a diventare amici, ma ci siamo riusciti, credo.

Chissà quante cose non ti ricordi, te ne ho fatte passare di ogni, ricordare tutto sarebbe impossibile. L’ultima Silvia e il primo Stefano, Crescendo e cercando nella vita e nella musica, amori piccoli, in corso, finiti e da dimenticare. Tutti con te di fianco in qualche misura. Qualche volta ti ho trascurato forse perchè avevi perfino troppo ragione e mi infastidiva sentirmi dire delle cose che per quanto vere non collimavano con quello che a me sarebbe piaciuto sentirmi dire, datosi che sono egopatico, egocentrico, egoriferito e qualche volta anche egopuntura.

“Navighiamo a vista, fa sempre bene”. Così hai chiuso a Lampedusa una chiacchierata che oscilla tra l’apparizione mariana e la caciara tra amici sul progetto ConVoi e che mi ha lasciato di nuovo sbalordito. Io ho sempre navigato a vista, allontanarmi dalla costa mi fa paura, ma che tu lo dicessi a me con quella convinzione mi ha stravolto.

In questi dieci anni i tuoi capelli sono diventati completamente bianchi, a me è comparso il primo capello bianco. Sono passato dall’amore estivo al sognare una casa, un divano pieno di patatine (sue – io sono a dieta) e dei piatti da lavare. Sono diventato grande, con te. Con te e con le persone che mi hai messo sulla strada che mi fanno diventare grande ogni giorno, anche se i margini di miglioramento sono notevoli

Quanti chilometri di vita e di asfalto mi hai fatto vedere e mi fai vedere tutt’ora e c’è così tanta strada da fare ancora che il mondo intero potrebbe camminarci su.

Siamo invecchiati, siamo cresciuti, siamo imbiancati e nel mio caso pure ingrassati (anzi, anche nel tuo). Ma siamo rimasti unici. E io tutto questo, tranne i chili di troppo, lo devo a te. A tutto quello che quei fari che si accendono in un palazzetto significano, a quello che ho dato sotto la pioggia e sotto la neve davanti a un teatro, a qualcosa che nemmeno l’amarezza indicibile per il pessimo lavoro di alcuni che gravitano attorno a te mi hanno provocato in questo periodo riesce a cancellare.

I pezzi del puzzle solo insieme danno un senso compiuto all’immagine. Come i tasti di un pianoforte. Prova a suonare tu su un pianoforte con dei tasti mancanti… Grazie a questa magia incredibile i tasti nel mio pianoforte ci sono tutti. Musica maestro allora! e come dici sempre tu, suoniamola per bene per non essere suonati.

Francesco

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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1 Commento

  1. Renato Castelli

    Un’amicizia vera, spero che Claudio sappia….

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