Home / 50 anni al Centro / Claudio Baglioni dal 19 porta AL CENTRO a Roma

Claudio Baglioni dal 19 porta AL CENTRO a Roma

Claudio Baglioni: cinquant’anni con la musica Al Centro
Il cantautore festeggia mezzo secolo di carriera con il nuovo tour, da venerdì 19

«Suonare “in casa” è un’emozione per la quale è impossibile trovare gli aggettivi giusti», racconta Claudio Baglioni a una settimana dal debutto romano di «Al Centro»: dal 19 al 21 ottobre al Palalottomatica.

Torna sul palco dopo il tour con Morandi e il Festival di Sanremo che bisserà nel 2019.

«Gianni era già una star quando io ero ancora un ragazzino. Dividere il palco con lui è stato bello, avvincente e anche divertente. Pochissimi tengono il palco come lui. E non solo in Italia. Ogni sera era un crescendo, sia nella sintonia tra noi, che nell’entusiasmo del pubblico. Ma anche una sfida all’ultimo acuto e all’applauso più scrosciante. Riuscire a rubare la scena a Gianni è veramente impresa da Capitani Coraggiosi».

E Sanremo?

«È l’appuntamento televisivo più importante del Paese. Fa numeri da finale dei Mondiali. E anche di più. Roba da far tremare i polsi anche ai più navigati e disincantati. Altro che New York: è Sanremo la città che non dorme mai. Non durante il Festival, almeno. E tutti — dal più “piccolo dei piccoli” al più “grande dei grandi” — mi hanno insegnato qualcosa che non dimenticherò. È grazie a loro, se siamo riusciti a fare quello che abbiamo fatto. Ed è grazie a loro se, quest’anno, affronterò la “tempesta perfetta” con animo più consapevole e ancora più determinato».

Ancora un palco al centro della scena. Perché?

«Per due motivi, su tutti. Il primo è che le distanze tra artista e pubblico si riducono. Questo significa che tutti vedono molto meglio, e — cosa ancora più importante — che tutti sentono molto meglio. La seconda ragione riguarda la qualità dello spazio scenico. La scena è molto più grande e, soprattutto, può essere modulare e può assumere forme diverse. Il palco smette di essere una pedana per ospitare artisti, strumenti e attrezzature e diventa parte integrante dello spettacolo».

Dal ’68 a oggi, festeggia cinquant’anni di carriera ma la musica è cambiata…

«Direi che siamo cambiati insieme. Lei ha cambiato me. Non solo all’inizio, quando cercavo la mia dimensione. Ma anche lungo tutto il mio percorso personale e professionale. E io ho cercato di cambiare un pochino anche lei — parlo della musica popolare nella nostra lingua — provando, sia nei dischi che nei live, a fondere linguaggi diversi, per crearne uno il più possibile personale. Qualcosa di simile a quello che accadrà sul palco di “Al Centro”, visto che lo spettacolo nasce proprio dalla fusione di linguaggi e arti diverse che si mescoleranno alla lingua principale, la musica».

Come nascono le sue idee?

«Non so da dove arrivino, né perché arrivino. Non l’ho mai capito. E, a un certo punto della mia vita, ho smesso di chiedermelo. Non volevo che le idee si sentissero spiate, si irritassero e la smettessero di bussare alla mia porta. Meglio non rischiare. Quello che so è che – come diceva Picasso – “l’ispirazione esiste ma ti deve trovare al lavoro”. E, dunque, cerco di farmi trovare il più pronto possibile. E ho imparato anche che l’ispirazione è solo un attimo: al quale segue un lungo e faticoso lavoro. “Un per cento ispirazione – come diceva Edison, a proposito del genio – 99 per cento traspirazione”, vale a dire sudore. Aveva ragione. L’ispirazione è la punta dell’iceberg. Far emergere il resto è tutt’altro che facile».

Vent’anni fa i suoi concerti aprirono per la prima volta alla musica tutto l’Olimpico. Che ricordo ha?

«Straordinario. La prima volta dello Stadio Olimpico con il palco sul prato (una specie di stella polare, lunga 90 metri e larga 40) e tutto il pubblico intorno, come per un grande derby. Due incredibili “tutto esaurito” uno dopo l’altro, per un record di presenze tutt’ora imbattuto e ascolti sorprendenti per la diretta tv. Indimenticabile».

Un live romano a cui tiene?

«Difficile scegliere. Non so: forse quello del 1982, davanti a una Piazza di Siena gremita fino all’inverosimile. Era un bellissima serata di una straordinaria ottobrata romana, e suonavamo davanti a più di 150mila persone. Fu il concerto che inaugurò la stagione dei grandi raduni di massa per la musica nel nostro Paese, accompagnato da un grido da stadio — Alè-oò — che divenne anche il titolo del doppio album live che registrammo quella sera».

Ritornerà a Roma quest’estate, al Circo Massimo?

«Ne dubito. Dopo questa prima parte di “Al Centro”, infatti, c’è il Festival di Sanremo – che non è esattamente un impegno da poco, considerati anche i risultati dello scorso anno. Subito dopo comincia la seconda parte del tour, che andrà avanti fino a fine aprile. A quel punto, dovrò riprendere a lavorare al nuovo album di inediti, che ho dovuto “mettere in pausa”. Non me ne voglia la mia città, ma temo che dovrò saltare un giro».

Verdone in una lettera a Roma ha scritto: “Sono incazzato nero con coloro che ti hanno trattato male in questi ultimi trent’anni”. È d’accordo?

«Mi addolora se qualcuno le manca di rispetto o la ferisce. Ma so anche che lei è più forte dei nostri limiti e delle nostre mancanze. Non lo dico io: lo dice la Storia. Se la chiamano Città Eterna, un motivo ci sarà, no?»

Con O’scia’ ha portato in primo piano il tema dell’immigrazione. E adesso?

«Il presente è difficile. Molto. Sia per chi cerca un futuro in Europa, sia per chi – in Europa – non vuole veder compromesso il proprio. Non credo, però, che replicare l’esperienza di O’scia’ possa servire. Non perché non sia stata importante e non abbia avuto valore. Al contrario. Il punto è che, nel 2003, quando abbiamo iniziato, si trattava di accendere i riflettori su un fenomeno – l’emergenza immigrazione – che pochi conoscevano e pochissimi volevano conoscere. Oggi il problema è sotto gli occhi di tutti. Il ruolo della musica è finito. Ora tocca alla politica. Spetta a lei trovare soluzioni».

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

1 Commento

  1. qui’ mi sa che per ascoltare il nuovo album dobbiamo aspettare un altro annetto!!! … Io lo adoro dal vivo…ma sinceramente avrei preferito qualche tour in meno e qualche album in piu’…. Sicuramente il ricordo di un bel concerto e’ meraviglioso ma un disco e’ per sempre…

    Pierluigi

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.