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Claudio Baglioni “cuore di aliante” della canzone italiana

Stil'è - Aprile 2021


Il personaggio – Claudio Baglioni Il “cuore di aliante” della canzone d’autore italiana

Nell’artista e, prima ancora, nell’uomo Claudio Baglioni tutta la classe e l’autenticità di chi va oltre le mode e le tendenze

Nei primi anni Settanta, l’Italia musicale è divisa tra gli appassionati del cantautorato impegnato (anche e soprattutto politicamente) e i fan del “prog”, conquistati da gruppi dai nomi esoterici e composizioni in bilico tra suite classicheggianti e rock britannico.

È chiaro da subito che, con la semplicità di un “songwriting” già maturo nonostante i vent’anni appena compiuti, Claudio Baglioni si sarebbe distinto per uno stile che il tempo non avrebbe scalfito. Gli bastano infatti
un paio di prove discografiche per affinare la mira e centrare – con “Questo piccolo grande amore” (è il 1972) – un album e una titletrack considerati da pubblico e critica specializzata tra i più rilevanti nella storia della canzone leggera italiana.

Le storie d’amore raccontate con apparente semplicità dal cantante e polistrumentista romano stregano – da quel momento in poi – generazioni diverse grazie alle suggestioni della melodia, agli arrangiamenti ben congeniati, ai testi che parlano di emozioni universali con tono intimista.

Secondo alcuni, la bellezza del ragazzo è presagio di fenomeno passeggero.

Ma proprio la sua ritrosia nel concedersi alla stampa, una vita sentimentale mai divorata dal mostro del gossip e quell’atteggiamento misurato che poco aderisce allo stereotipo del divo lo mettono al riparo dal rischio di essere travolto dai trend del momento.

Nei decenni successivi, infatti, in Italia come nel resto del mondo si alternano mode musicali diverse, dal punk alla new wave passando per il grunge, arrivando ai giorni nostri con il fenomeno trap: tutti generi di successo, capitanati da giovani alfieri che, tuttavia, non riescono a sminuire la popolarità ma, soprattutto, il valore artistico di album ancor oggi molto significativi come, tra i numerosi a catalogo, “Strada facendo” (1981) o la parte conclusiva della trilogia del tempo “Viaggiatore sulla coda del tempo”.

Ed è proprio il singolo contenuto in quest’ultima fatica del 1999, “Cuore di aliante”, a rappresentare una delle più chiare espressioni del talento mai scontato di Baglioni, con quel ritornello irresistibile da cantare eppure impegnativo per la voce, sotto il profilo esecutivo.

E poi il testo, esempio esaustivo di un artigianato in musica che nessuna scuola può insegnare.

L’ultimo album “In questa storia che è la mia” dimostra la voglia di continuare a mettersi in gioco, facendo sì i conti con il proprio passato ma elargendo un ritratto presente di gran classe (si ascolti “Uomo di varie età”).

Ma non è tutto. Perché Claudio Baglioni, nonostante la buona abitudine di pesare le parole e di usare solo quelle strettamente necessarie, allorquando si presti per un’apparizione televisiva, ha il dono aggiuntivo di bucare lo schermo.

L’eleganza del portamento ne fanno (forse) involontaria icona di uno stile made in Italy, a proprio agio in giacca e cravatta quanto con una semplice t-shirt. Non a caso, anche le esperienze di conduzione e direzione artistica sanremese nel 2018 e 2019 si sono concluse con grande successo di pubblico: occasioni importanti che ne hanno misurato anche la vena ironica e auto-ironica dell’artista, sfatando ogni pregiudizio e, anzi, conquistando un pubblico ancora più ampio con il suo ormai inconfondibile savoir fair di autore romantico dal sorriso autentico.

Semplicemente senza compromessi.

– Filippo Bordignon –

Storia di un’avventura umana e musicale

Con “In questa storia che è la mia”, uscito a dicembre 2020 per Sony Music, Claudio Baglioni torna a evidenziare la sua rilevanza nel panorama della musica leggera contemporanea: a 50 anni dall’esordio omonimo e dopo 15 album da studio, l’opera raccoglie 14 inediti che tracciano la storia di un’avventura umana e musicale più unica che rara, una sorta di “concept” autobiografico, dunque, arrangiato fondendo sonorità acustiche ed elettriche e limitando al minimo incursioni elettroniche e digitali. Ne risulta un prodotto “Seventies” nella migliora accezione del termine, certificato “Disco d’Oro” e forte, al solito, di una line-up che attinge alla crème nazionale e internazionale, dal pianista Danilo Rea fino al batterista inglese Gavin Harrison (ex Porcupine Tree).

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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