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Una storia vera

claudio_baglioni_una_storia_vera.jpg___th_320_0Tutto ha una sua storia, il tempo, lo spazio, le cose dalla più minuscola alla più grande, una storia nata con il primo soffio di energia della particella di Dio che finirà quando quel soffio si spegnerà, tutto ha qualcosa da raccontare e questo scorrere delle energie e della vita è forse la storia più vera.
Il mondo e la sua esistenza è la verità più assoluta e dentro questa storia ci siamo noi, oggi, come gli uomini che ci sono stati ieri e come quelli che ci saranno domani, tutti parte di questa immensa storia che ci gira intorno nella quale ognuno di noi interpreta un suo ruolo e fa scorrere una propria energia, a volte positiva, a volte meno, a volte soggetta ad un destino positivo, a volte negativo, ma sempre soggetta ad un proprio destino che cerchiamo di modificare per viverlo al meglio con la fatica quotidiana del vivere, del vivere il nostro segmento di storia portando sulla strada il testimone che abbiamo ricevuto e che lasceremo a qualcuno, al quale, come succede a noi, non è dato sapere quale sia il suo vero ruolo nella storia completa della vita di questo universo di pensiero ed energia.
Tanti “io” un po da soli in mezzo a tanti, tanti che poi alla fine sono soltanto tutti degli “io” che cercano occhi fratelli, parole da riconoscere, strade comuni,
“e se tutti noi siamo tanti io, con un prima e un poi, sono storia anch’io” e anch’io vado scrivendo la mia storia come ognuno di voi, la mia piccola storia vera e anche se qualche volta la verità ce la raccontiamo solo a noi stessi e quando va bene a pochi altri, la nostra storia vera ce la portiamo sulle spalle e nel cuore e questa storia è la nostra esistenza dalla quale non possimo prescindere.
Sarà una storia che non verrà scritta sui libri scolastici o degli storiografi, sarà una storia che non uscirà dal nostro piccolo mondo quotidiano che ha confini larghi o ristretti a seconda di quanto abbiamo viaggiato nei cuori e nelle vite degli altri, sarà una storia scritta magari sulla crosta di un albero perchè ce la costudisse, o su un biglietto che il vento ha portato via come le bottiglie affidate al mare, sarà una storia eterna per noi e di un minuto per altri, ma se siamo stati importanti anche soltanto per un attimo nella vita degli altri, sarà già stato un vissuto che non è stato inutile.
E le storie sono tutte dei viaggi, sono viaggi che si fanno a volte restando fermi, a volte cercando strade da far scorrere sotto i piedi, sono viaggi di tempo e di pensieri, di parole e di emozioni che ci porteremo dentro… così voglio raccontarvi una storia, meglio forse dire, voglio raccontarvi un ricordo per quello che è stato, per quello che ha viaggiato dentro di me nella storia di tanti viaggi e di alcune delle cose che questi viaggi hanno lasciato nei miei pensieri e nelle mie emozioni, i miei viaggi a Roma.

Quanti viaggi fatti a Roma, una volta in treno o ora sopratutto in macchina, quante volte quei viaggi mi portavano via dal gelo e dal grigiore della pianura in cui vivevo e vivo tutt’ora, per regalarmi un poco del tepore degli inverni romani.
La prima volta che Roma mi vide d’inverno avevo 21 anni, ci andai per una pura coincidenza.
Forse le coincidenze non avvengono per caso; qualche volta è il destino che ci chiama senza che noi lo sappiamo a cambiare la nostra vita. E allora succede che la quiete apparente che sembra pervadere in quel momento lo stagno dei pensieri, venga rotta dai cerchi concentrici di un sasso che qualcuno decide di buttarci dentro, il silenzio che vorremmo avere dentro e che noi abbiamo messo ermeticamente sotto vetro, viene rotto da una sassata che timbra tutto un avvenire… e io decisi di andare a Roma!
Ci andavo per ribadire a me stesso che non era tempo di catene, o perlomeno di quelle che io credevo fossero delle catene, andavo per sfuggire da una situazione in cui mi vedevo legato da lacci e lacciuoli e per non imporre lacci e lacciuoli a nessuno, non sapevo che stavo creandomi dei legami che mi avrebbero portato a prepararmi molti degli anni più significativi della mia vita.
Salii su quel treno come molte volte dopo, di giorno e di notte, quella volta in particolare diedi un volto ad una conoscenza che pian piano era diventata un sogno… un sogno che credevo fosse solo tale e che invece in quella occasione è andato materializzandosi, un sogno di vita e di libertà che ancora oggi mi accompagna pur nella naturale evoluzione delle cose e che tanto è stato forte da non voler mai che finisca e che non si riesce ad accettare l’idea che in qualcosa è ormai irrimediabilmente cambiato e perduto.
Quanti viaggi, a volte stipati all’inverosimile,a volte sulla scomodità di sedili di legno di una carrozza che i ferrovieri chiamavano centoporte, scomodità tanto grande che però lasciava almeno la tranquillità di un posto in solitudine, quando la solitudine era desiderata.
E quelle tiepide serate romane ci accompagnavano nel nostro girovagare di ragazzi, alla ricerca di un incanto che si riusciva a trovare nelle magie che Roma ci donava. Anche un quartiere brutto come Casalbertone riusciva a donarci delle visioni fantastiche, come quei quadrati di stelle che sbucavano dai cortili dei palazzi di quegli enormi agglomerati urbani costruiti per alloggiare i ferrovieri.
Agglomerati tutti uguali, costruiti in forma quadrangolare con al centro, per i più fortunati, un giardinetto, lasciato alla cura di qualche volonteroso e per i meno fortunati, il cupolone di un garage interrato! Il nostro girovagare ci portava per vie poco illuminate, ma che l’allegra e rumorosa vita popolana dei romani non ci facevano sentire insicure e, in una vietta ancora meno luminosa che dava sulla via del mercato, uno scoppio di luci e suoni, una giostrina quasi sempre lasciata ad una solitudine stridente, considerando quanto la sua presenza si faceva sentire, tanta luce e poca gente con qualche papà, mamma o nonno che portavano i bambini per… un giro soltanto! Claudio, ma quando sei passato da lì?
Altri viaggi li ricordo in auto, sferzati dalla neve dell’Appennino, con la magica visione di un alberello addobbato per Natale posto all’imbocco di una galleria che la tormenta di neve rendeva ancora più fiabesco… e la cometa che stazionava sui caselli di Roma nord, quasi a dirci che la meta era raggiunta.
Al nostro girovagare di ragazzi il tempo ha aggiunto un’altra presenza, chiusa nel suo cappottino guardava con infinita meraviglia quei banchi di piazza Navona, piene di quelle incredibili casette e di personaggi che rievocavano tempi lontani e presepi forse un poco improbabili, ma siucuramente assaio suggestivi. Osterie romane, mulini, forni del pane, lavandaie e fabbri intenti a lavorar di maglio e martello, zampognari e donne intente a rincorrere galline… chissà se in un presepe vero, quello che ha visto il Bimbo di betlemme in carne ed ossa, quei personaggi e quelle casette avrebbero potuto esserci davvero, ma che importa agli occhi di un bambino/a tutto preso a rincorrere quel mondo fantastico? E perchè togliergli la magia di quegli zampognari in carne ed ossa che avrebbe visto di li a poco sulla scala di Trinità dei Monti o l’incanto di quel Babbo Natale o di quella Befana, con i loro carretti preparati per essere fotografati?
E qaundo il bagno di quella folla paziente e festante cominciava a farsi opprimente, con la bimba in braccio o a “cavaciecio”, cominciavamo a raggiungere i bordi della piazza, non prima di aver guardato per un’ultima volta i rutilanti, colorati e illuminatissimi banchetti di giocattoli e non prima di aver annusato ancora una volta il profumo della porchetta di Ariccia, per poi perdersi nei piccoli vicoletti, diventati improvvisamente vuoti e percorsi solo da poche frettolose persone. Erano i vicoletti dove si dileguava il Pasquino dopo aver sbeffeggiato, con la sua ironia, l’arroganza e l’oppressione della Roma papalina. Qualcuno più intabarrato del solito ci richiamava alla memoria Papa Sisto v°, quello strano personaggio che si aggirava per le vie di Roma al fine di raccoglierne le nefandezze del tempo, scatenando nefandezze esso stesso!
Alla fine di tanto girovagare si guadagnava la fermata dell’autobus o più raramente il punto dove avevamo parcheggiato l’auto per tornare nel nostro nido in Casalbertone, stanchi, ma felici di aver assaporato una Roma antica che il moderno non vuole cancellare fino in fondo, cercando di conservarne la poesia.

Una storia vera che mentre la ricordo a me stesso, mi riempie lo schermo della mente di una dolcezza e di una bellezza che non è mai del tutto persa quando l’hai vissuta veramente e che vado sempre ricercando, una storia vera della quale non so raccontare fino in fondo l’emozione e il delta nella quale è sfociata, giungendo ad un mare troppo grande, portando rugiada di gocce a sciogliere un cuore che è andato pian piano coprendosi di rocce… e ancora cerco di riempire sacchi di sassi per darmi una terra e strade di passi da percorrere di primo mattino fino a quando calerà il sipario e scorreranno i titoli di coda, sperando che una persona, anche una sola, mi farà un applauso… e allora suonerò campane di gioia che è morta la noia e racconterò favole ed emozioni con le parole più belle, perchè saranno il racconto della parte più vera della mia storia.

Renato

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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