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Gli anni più belli e la nostalgia di ieri

Gli anni passati sono spesso quelli più belli. Il presente infatti non ci soddisfa, presi e persi nel disordine della vita quotidiana, dai problemi ci si mettono davanti ogni giorno e frastornati dal rumore del momento. Un po’ come il vicino di casa: si dice che l’erba del vicino è sempre più verde, e se questo non è spesso vero come fatto, lo è come sensazione. Ci sembra quasi sempre che il vicino sia migliore di noi, più fortunato, più felice. È una sorta di meccanismo psicologico che ci porta a non guardare negli altri le cose che non vanno, e a guardare invece in noi soltanto le cose che non vanno, e meno quelle che vanno. Certo, la percentuale e l’attività di questo meccanismo varia da individuo a individuo, da carattere a carattere, da sensibilità a sensibilità, ma non si può dire che qualcuno ne sia totalmente immune. No, non lo è nessuno.

Questo senso di perfezione dell’altro è da sempre evidente nella querelle fra antichi e moderni, un dibattito tradizionalmente di matrice settecentesca e ottocentesca, ma che in realtà ha da sempre coinvolto ogni cultura: siamo meglio noi, che viviamo nel presente (i “moderni”), o erano meglio quelli che sono venuti prima di noi (i cosiddetti “antichi”)? Fa un po’ impressione ritrovare i punti cardine di questo dibattito anche nell’antica Roma, nella cultura e nella letteratura latina, all’interno di quelli che noi, con la nostra percezione di uomini del Novecento e del Duemila, definiamo tutti indistintamente “antichi”. In realtà, per Seneca era antico Ennio, e, anzi, anche per i romani esistevano le antiquitates, esattamente come le “cose antique” di Niccolò Macchiavelli. Meglio il presente o il passato? (certo, l’altro elemento di questa triade, il futuro, non è da dimenticare, ma si declina molto più spesso come speranza, più che come realtà, per la semplice ragione che non il domani non c’è ancora stato).

La fine del Novecento e gli anni Duemila sono tuttavia, molto più di altri, il secolo della nostalgia, nostalgia intesa proprio con il significato di rimpianto di un passato “epico” che ora non torna più. Perché lo sono molto più di altri secoli? La colpa è dei media, secondo la teoria di Emiliano Morreale, noto e importante storico del cinema e dei media. Non solo la colpa di questa nostalgia è dei media, ma anzi è una nostalgia che «viene dai media, esiste grazie ai media e per i media», una vera e propria «emozione collettiva». Citando proprio le parole di Morreale:

Le generazioni nate dagli anni sessanta in poi hanno […] cominciato a sperimentare forme nuove di auto-percezione e auto-definizione: non più politiche, geografiche, sociali, ma trasversali, e a partire dalle proprie memorie di consumatori di merci e di spettatori, secondo un ciclo a ondate: «i favolosi anni sessanta» negli anni ottanta, il ritorno degli anni settanta nel decennio successivo, e oggi un revival semiserio degli anni ottanta. Un afflato incontenibile investe immagini, suoni e personaggi dei media del passato recente, e il loro ritorno è ormai un’industria fiorente. Il primo germe è nel cinema italiano sulla belle époque degli anni cinquanta, per poi passare ai grandi autori dei primi anni settanta (Fellini, Bertolucci, Bolognini, Visconti), alle canzonette dei film di Nanni Moretti, al filone dei Sapore di mare e a Nuovo cinema Paradiso, fino alle saghe odierne sugli anni settanta, a Romanzo criminale, La meglio gioventù, e via dicendo, guardando, leggendo, cantando…

Una nostalgia che, non a caso, è costruita dal cinema insieme alla canzone. Una nostalgia che, forse non a caso, sembra essere al centro del film di Muccino e del nuovo singolo di Claudio, Gli anni più belli.

Questo brano e questo film sembrano dunque a primo acchito assumere proprio questo significato “nostalgico” doppio: da un lato, la classica nostalgia del “ieri che è meglio dell’oggi”, del rifugio in un tempo passato (spesso mitico) in cui andava tutto bene, dall’altro lato invece la nostalgia prodotta dai media, ed alimentata, non a caso, ancora una volta dal cinema italiano insieme alla canzone italiana. Ma c’è di più.

Nel caso di Claudio, la tematica del tempo è una delle tematiche cardine della sua poetica. Certo, è una tematica utilizzata un po’ da tutti i poeti e gli autori/artisti, ma è indubbio che per Claudio è non solo un tema importante, direi quasi martellante, ma è anche un tema declinato in modo originale. Sul tempo è costruito il suo primo concept album, Questo piccolo grande amore, su un tempo che ha un inizio preciso e una fine segnata, un tempo circoscritto, “perfetto” direbbero i latini (il tempo di un anno, della prima grande storia d’amore); il tempo dell’attesa è il momento più bello della giornata per il Claudio di Sabato pomeriggio (intendo l’album), anche di quelle attese spese invano come quella di fronte alla lampada Osram o quella del Re Sorapis che attende la bambina che sta morendo correndo giù per la vallata di fronte ai suoi occhi; il tempo che passa è il motore di Strada facendo, il motore degli intermezzi musicali ma anche delle fotografie che restano ferme (riuscendo a vincere e a combattere il tempo) contro il tempo che imperterrito se ne va, e che si porta via la sua storia d’amore; il tempo del momento, del reale, dell’adesso, del nunc et ora, del qui e adesso, è il motore de La vita è adesso, della frenesia delle città moderne ma anche di un io che per vivere resta immerso nel disordine della società contemporanea, ma che deve cercare un «istante immenso», un tempo che vada “oltre” il tempo. Il tempo è talmente tanto importante per Claudio che gli dedica un’intera trilogia: un disco sul passato (una cosmogonia), un disco sul presente (un’indagine a brain storming) e un tempo sul futuro. È con il futuro, finalmente, che lo sguardo di Claudio cambia: serve qualcosa per «combattere il tempo», per fermare «quei capelli bianchi» che l’hanno reso «grigio ma non domo»: un «tempo senza spasimo» (qualche anno prima l’avrebbe chiamato «attimo di eterno») che gli permetta di «arrivare in capo al mondo», perché in fondo per combattere il tempo gli è bastato «viverlo» e «combatterlo solo a tempo di musica».

Ancora, con gli anni Duemila le cose cambiano. Questa percezione del tempo in Claudio cambia, perché cambia non solo l’artista-Claudio, ma anche l’uomo Claudio. Ma il tempo, ancora una volta, è al centro. Subentra la nostalgia. Nostalgia che si fa tema portante di tutta la produzione baglioniana degli anni Duemila: condiziona l’amore, perché l’amore passato forse non è più bello del presente, ma diventa un qualcosa di cristallizzato nel tempo («niente più di prima»), ma anche l’amore presente, che cancella e trasforma il tempo in una sorta di acronia («siamo il futuro di ieri che è già passato domani»; viene fuori il tempo passato, il tempo giovanile: viene fuori nel recupero di quella storia d’amore di Giulia e Andrea, viene fuori in quella storia sepolta «nella neve [insieme] agli anni della gioventù», viene fuori negli amici che ormai hanno lasciato questa vita, perché «il tempo non ha tempo per nessuno, tenerlo fermo è un’utopia». Non una contraddizione, ma un cambiamento: gli artisti cambiano, cambiano le loro emozioni, i loro pensieri, e con loro anche le loro produzioni.

Credo che Gli anni più belli si inserisca perfettamente in questo filone di tempo nostalgico che ha preso il nostro Claudio. Sarà forse un ponte verso un nuovo cambiamento, o una riconferma di un pensiero che sta coinvolgendo questa fase della sua vita ancora adesso? Questo non possiamo scoprirlo. Fatto sta che, indipendentemente dal fatto che ci troveremo davanti ad un brano bello o brutto (farò qualche considerazione sull’anteprima nella prossima settimana), una cosa è certa: questo brano entra perfettamente e coerentemente all’interno del percorso baglioniano. Forse per noi baglioniani tutto questo è banale, ma è meglio non dimenticarselo: è il percorso che fa di un semplice cantante o cantautore un Grande Artista.

Luca

Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, professore di Lettere presso le scuole medie e superiori, maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori; svolge attività di ricerca scientifica in ambito linguistico, sociolinguistico, semiotico e mediologico; suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

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