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A Cla’, mi sa che alla fine non abbiamo vinto noi

Oggi voglio provare a descrivere quel che sento in questa situazione di stallo attraverso le parole delle canzoni di Claudio Baglioni

A Cla’, com’è andata poi, sai se abbiamo vinto noi?

E il suo fiato che appanna un volto in uno specchio, effetto fluo, a spiarsi i lineamenti, si vede un po’ più vecchio, flashback, lui bambino si mostra i denti per farsi paura.

Giura amico mio che glielo metteremo ancora lì, a questa vita che va via così, senza aspettarci mai…

No, non parlo di meteo, chi se ne frega del meteo, tanto siamo ancora in zona rossa, siamo ancora in questa sorta di lock down autoindotto, intorno sembra nessuno ne sia al corrente, e il meteo impatta sulle nostre vite giusto a livello di luce, da ieri anche meno, visto che è entrata in vigore l’ora legale (o solare, non ho mai imparato la dicitura giusta, come non ho mai imparato la filastrocca sui giorni dei mesi, e tante altre cose).

Parlo di aria interiore, di umore, di esistenzialismo, e per farlo ricorro a tre versi di tre canzoni, anzi, due canzoni e un intermezzo, tutte del medesimo artista, il Cla’ citato nella prima, cioè Claudio Baglioni.

Sono versi presi da due canzoni di due tra i suoi album migliori di sempre, e da un intermezzo preso da un altro preso da un altro di questi album migliori di sempre, e stiamo parlando di una gara difficilissima tra lavori pregevolissimi, come quando ti capita di vedere quelle compilation di gol su Youtube, i più bei goal di sempre, e non sanno mai a che punto infilare i gol spettacolari di Ibrahimovic, la sforbiciata tipo judoka fatta a centrocampo, il gol di tacco fatto da pochi passi contro l’Italia, quello contro il Genoa, sempre da maestro di arti marziali, li sposti avanti e indietro, ma sempre tra i migliori di tutti i tempi restano.

Così è per Baglioni e i suoi album, perché da un certo punto in poi ha inanellato una serie piuttosto impressionante di lavori “importanti”, per sé, ovviamente, per il suo pubblico, anche, e per la musica leggera italiana, dove si vuole dare una valenza tutt’altro che superficiale alla parola leggera, il recente caso di Colapesce e Dimartino potrebbe essermi d’aiuto, se anche io volessi parlarne come stanno facendo tutti, ma no, non voglio parlarne, non ora, sarei solo una voce del coro, uno dei tanti, e del resto il fraintendimento su cosa sia leggero e cosa leggero voglia apparire è faccenda antica, basti pensare alle veline di Striscia o gli stacchetti di Buona Domenica sulle note di Fuori dal tunnel di Caparezza.

Provate a seguirmi, è lunedì mattina, l’umore è malmostoso, termine che appunto al meteo si rifà,e ben rende l’idea, e io ho deciso di perdermi nella musica di Claudio Baglioni.

Provate a seguirmi, quindi, nel 1981 esce Strada Facendo, e lui, che fino a quel momento era considerato, a torto, il cantore dell’amore, delle sòle, anche l’elenco di canzoni romantiche nelle quali il nostro si struggeva per essere stato lasciato appariva assai più pingue di quanto nei fatti non fosse, ma tant’è, poco importa che avesse scritto anche tante canzoni che d’amore non parlavano, o non in senso lato, ognuno aderisce spesso più alle proiezioni di chi lo sta a guardare che alla propria essenza, lui di colpo mostra una capacità di scrittura, non solo composizione musicale, i passaggi armonici e melodici delle canzoni di Baglioni sono una sorta di harakiri per chiunque pensi basti imbracciare una chitarra e sapere fare gli accordi elementari, magari anche quelli col barre, per conquistare la bella di turno, parlo per esperienza personale, ma anche lirici, inizia un lavoro approfondito e profondissimo sulla lingua italiana, sulle metafore, sulle sfumature verbali, su quei giochi che accenti e similitudini tra parole consentono, una piccola differenza e una parola cambia significato, con la conseguenza che anche la frase che la contiene, la strofa che la contiene cambia completamente senso, quasi a voler fare del calambour una parte fondamentale della propria poetica, il senso della frase, gioco che troverà forse la sua espressione più pop nel 1985 in La vita è adesso, sempre che si possa parlare di pop per canzoni così complesse come quelle, tutt’altro che di facile fruizione, non fosse che se hai un talento smisurato ti riesce il miracolo di far passare per facili anche le imprese più impossibili, un tiro a effetto che aggira la barriera e si va a infilare nel sette, uno stop che ferma di colpo una palla che ti piove addosso da oltre cinquanta mentre, quattro milioni e passa di copie vendute, La vita è adesso, album italiano più venduto di sempre. In mezzo Ale-oò, il disco dal vivo migliore della sua carriera, uno dei migliori e basta, una carriera che, cinquanta e passa anni son difficili da gestire per chiunque, immagino, a un certo punto ha iniziato a vedere comparire con frequenza quasi imbarazzante dischi dal vivo. Poi arrivano i tre dischi della maturità, anche se tutti, anche quelli che di Baglioni sanno pochino e continuano a pensare a lui come quello della “maglietta fina”, difficile togliersi di dosso un marchio tanto fluorescente come quella che per molti è la canzone d’amore italiana di sempre, fu lui a inaugurare in qualche modo la figura del superospite a Sanremo, al Festival di Sanremo, quando Pippo Baudo lanciò il concorso per la canzone italiana più amata e Questo piccolo grande amore la vinse, abitudine, questa dei superospiti, che proprio per essere partita in quel modo forse andrebbe rivista, ora ci va anche gente che di singoli ne ha tirati fuori una manciata in carriera, sempre che tale si possa definire, appunto, aver tirato fuori una manciata di singoli, non basta mica azzeccare una bella punizione per potersi definire campione, credo, arrivano i tre dischi della maturità, dicevo, anche se tutti, anche quelli che di Baglioni sanno pochino indicano sempre nel solo Oltre l’album “colto”, quello importante, inattaccabile, come fosse una sorta di miracolo capitato per caso nel bel mezzo di una carriera così importante e lunga e densa, trilogia che vede il suo primo fondamentale tassello in Oltre, sottotitolo “Un mondo uomo sotto un cielo mago”, album che in effetti credo rientri a pieno titolo negli album italiani più importanti di sempre, a fianco di altri capolavori quali Lucio Dalla e Dalla, quali Nero a metà, quali La pianta del tè, quali Crueza de ma e Anime Salve, non fatemi star qui a snocciolare tutti gli album capolavoro della nostra storia musicale, Oltre, anno 1990, è il primo album della trilogia della maturità baglioniana, tecnicamente della “trilogia dei colori”, album dedicato al passato, Oltre, e poi Io sono qui, sottotitolo “Tra le ultime parole d’addio e quando la musica va via”, anno 1995, il secondo, dedicato come il titolo lascia intendere al presente, l’incipit del primo singolo è Dove sono stato, in tutti questi anni?”, e Viaggiatore sulla coda del tempo, anno 1999, è il terzo, dedicato al futuro, tra apocalisse e ritorno in una sorta di paradiso terrestre che ci vede più umani e più spogli, praticamente nudi, letteralmente e letterariamente.

Tre album che sono appunto parte di un tutto, ma che, non fosse altro per la quantità notevole di canzoni, venti nel solo Oltre, uscito come doppio, rappresentano un vero universo sonoro e lirico, il lavoro fatto sulla composizione e gli arrangiamenti, già a iniziare proprio da Oltre, che in qualche modo, raccontando la storia del Baglioni che da bambino diventa uomo, Cucaio l’alter ego infantile e innocente del nostro, dove il cantautore che ci eravamo abituati a vedere dietro al pianoforte, suo strumento principe fino a quel punto, seppur avesse già abbondantemente composto anche con la chitarra, e con la chitarra fosse solito esibirsi anche dal vivo, di colpo diventa un compositore che mette in campo sonorità decisamente più complesse, il fatto che tutti, anche i non-baglioniani o gli anti-baglioniani citino quel lavoro specifico come deviazione sul percorso, ripeto, errore grave, è dovuto all’utilizzo di tutta una serie di musicisti provenienti da altra area, su tutti Tony Levin, bassista di levatura internazionale, già coi King Crimson e al fianco di Peter Gabriel, sonorità e liriche, il linguaggio album dopo album si fa più complesso, Io sono qui è concepito come un film, con tanto di indicazioni tecniche su come sviluppare la trama, gli intermezzi sono piccoli frammenti visivi raccontati nei dettagli, Viaggiatore sulla coda del tempo è una sorta di mashup tra la musica d’autore, quella che col tempo ha inglobato Baglioni, troppo a lungo considerato a torto un cantautore “leggero”, quasi un anti-cantautore, come se per rientrare in quella codifica fosse necessario il parlare di politica o il farlo in maniera esplicita, perché i lavori di Baglioni di politica parlano, la fanno, in maniera aulica, certo, ma sicuramente altrettanto ficcante, e, a volerla dire tutta, i testi di Baglioni rientrerebbero alla perfezione in quella forma di lirismo ermetico, anche se di ermetismo a dirla tutta poco c’era, che ha contraddistinto un De Gregori negli anni Settanta, una ricerca sulla lingua, sulle figure retoriche, sulla metrica, che nulla ha da invidiare ai nomi più apprezzati dalla critica colta, vedi tu cosa significa fare i conti con un successo così imponente, come se l’uno implicasse una superficialità del tutto assente, o l’assenza dell’uno implicasse una profondità vai a capire identificata in cosa.

Ma non è certo compito mio, oggi, in un lunedì blu, che così non è stato codificato dal Comitato per le Giornate Internazionali di Stocazzo, ma che, fidatevi, è blu cobalto, come il film di Derek Jarman, in quel caso Blue, star qui a spiegarvi che Claudio Baglioni è un artista dal talento smisurato, la sua carriera, credo, dica più e meglio di quanto non potrei io.

A me interessa, invece, provare a partire da lì, da quelle sue parole, estrapolate amorevolmente da tre suoi brani, due canzoni e un intermezzo, per provare a spiegare come, a volte, nel mio caso spesso, ci siano parole che descrivono alla perfezione quel che sento, e suppongo che sentono molti altri, nello specifico un senso di ineluttabile sconfitta nei confronti della vita, del crescere, del maturare, dell’invecchiare, anche. Quello che è evidente nel primo e nel terzo estratto, rispettivamente da A Clà, brano incaricato di chiudere la pratica Viaggiatore sulla coda del tempo, canzone che è una sorta di incontro pacificato tra il Baglioni artista e il Claudio uomo, e Tamburi lontani, canzone fiume che ripercorre l’esistenza terrena del Cucaio-Claudio che in Oltre parte da bambino per arrivare a essere un uomo, marcia funebre, quasi, di quello che sarebbe dovuto essere e invece non è stato. Nel mezzo uno dei quattro tempi cinematografici che contraddistinguono Io sono qui, album che è pensato come un film e che, appunto, nei suoi intermezzi palesa la sua natura con queste notazioni registiche, che tipo di ripresa si deve immaginare, che macchina, quarto tempo che ci mostra con una impietosa precisione, quasi chirurgica, come la vita sia una successione di aspettative illusorie che si infrangono nell’incedere del tempo, trasformando i sogni in rimpianti, a volte anche rimorsi. Credo che possa essere utile, in questo frangente, riportare tutto il breve testo, a partire da queste parole che ci introducono una narrazione, torniamo a parlare di narrazione, sembra non se ne possa fare a meno, “Tra gli alberi di un bosco, macchina a spalla, lui si aggira diffidente. Con uno sguardo fosco, scene veloci, tra i cespugli della mente. E il suo fiato che appanna un volto in uno specchio, effetto fluo, a spiare i lineamenti, si vede un po’ più vecchio, flashback, lui bambino si mostra i denti per farsi paura”, ripeto queste liriche perché le trovo così vicine alla perfezione, la voce evocativa e empatica di Baglioni decisamente le rende ancora più laceranti nel presentarci quel conto, “Dentro un video gioco, in successione, immagini di vita reale, primissimo piano, sul dito che fa fuoco contro i demoni del male.”

Eccoci, i demoni del male.

A partire da Oltre, album arrivato, ricordiamolo, dopo la pubblicazione di quello che ancora oggi è il disco italiano più venduto di sempre, record che, a occhio, nessuno potrà mai eguagliare o superare, nel mentre le vendite dei dischi sono diventate effimere e aleatorie, a partire da Oltre, quindi, Baglioni ha iniziato a raccontare di un suo pressante male di vivere, un malessere esistenzialista, penso ai versi di un brano come Qui Dio non c’è, con quel passaggio “Il mondo è così/ No, il tuo mondo te lo fai/ Questo mondo è lui che ci si fa”, perfetto compendio di altri passaggi quali “Ho vissuto giorni opachi/ Come gli ubriachi/ Usano i lampioni per sorreggersi/ Non per illuminarsi” e quelle parole impietose “A rubare il fuoco/ Ci si bruciano le vite/ Ma un po’ d’aria per campare/ Si respira anche dalle ferite”, malessere perfettamente fotografato nello special di Le donne sono, forse i suoi che più amo in assoluto, “Le pattinatrici girano nella tv/ Tagliando un’aria di ghiaccio/ Saltano su/ Appese a un braccio/ E piccoli studiati gesti/ E piroette nei costumi celesti/ E le melette nelle guance prendono fiato/ E prenderanno un dì marito/ E con la stessa grazia/ Ripiegheranno le ali giù”, leggi alla parola rassegnazione, disillusione, fine delle trasmissioni. Chiaramente ci sono state canzoni nelle quali quel male di vivere si è palesato in maniera più esplicita, penso al brano Male di me, in Io sono qui, nel quale la depressione viene descritta con parole più consone a una malattia, non a caso la canzone in questione arriva subito dopo il Quarto tempo su riportato.

La depressione è una faccenda seria, sbolognarla parlando di mal di vivere come fosse qualcosa che ha a che fare col romanticismo, quasi indulgendo in una sorta di cuccia-contrizione, a lacerarci col nostro dolore come autcompiaciuti di soffrire, è esercizio adolescenziale che, da adulti, dovremmo guardare con diffidenza, cui dovremmo fuggire a gambe levate.

Baglioni la affronta seriamente, come del resto credo di poter dire fa con tutti gli aspetti dell’umano sentire, i suoi testi per quanto elaborati e artificiosi appaiono sempre tutti sinceri, votati al vero, seppur finti e scritti, l’idea di far rimare “amore” con “dolore”, invece che con “cuore”, attenzione, è assai meno naturale di quanto, a orecchio, non possa sembrare.

Io non so esattamente se, per ricongiungermi all’incipit di questo capitolo del mio diario del lock down, a quei versi di A Cla’, alla fine abbiamo vinto noi, dubito sia andata così, come sono fortemente convinto che no, amico dalle orecchie a punta, è al suo amato cavallo che Baglioni si sta rivolgendo in quel passaggio di Tamburi Lontani che ho posto come terzo verso posto a esergo di questo scritto, non siamo certo stati noi a mettergliela lì a questa vita che va via così, senza aspettarci.

Sono piuttosto portato a pensare che questa partita l’abbiamo persa, o al più la stiamo ancora perdendo, senza grandi possibilità di cambiare il risultato, nessun Gerrad a sferzarci durante l’intervallo, mentre gli altri festeggiano negli spogliatoi.

Quello che possiamo fare, mentre aspettiamo che, come al termine di L’ultimo omino, canzone straziante contenuta in Io sono qui, costruita come una partita a un videogioco, i livelli a cadenzare le strofe, arrivi il game over, giusto dopo una citazione azzeccatissima del discorso sotto la pioggia di Rutger Hauer in Blade Runner, ho visto cose che voi umani, per intendersi, è perderci nella bellezza, lasciando che, come con certe droghe pesanti, renda tutto intorno a noi ovattato e piacevole, poco importa che sia una distorsione della realtà, finzione che non dissimula verità.

Quando ero giovane, molto giovane, ancora un minorenne, passavo intere giornate provando a allenarmi nel canto, e siccome quando si è giovani è sempre con l’irraggiungibile che ci piace confrontarci, non facevo che tenere le note di tre specifiche canzoni, provando a farmi il fiato in quel modo quasi impossibile. Arrivavo al passaggio di Ora che ho te, da Strada facendo, nel quale, dopo aver concluso con i versi “Ora che scrivo il tuo nome, anche sull’acqua, e non so come” e poi partivo coi ventitré secondi di acuto di quel “Ora che ho te…” che andava a sfociare in uno stentato, quasi sfiatato e disperato “E avrai sempre il sorriso, di adesso, lo stesso cuore, lo stesso, quando non ci sarò più io, perché ogni incontro è già un addio, quando non ci sarò più io che ora ho te”, perché va detto che nessuno come quel Baglioni anni Settanta e Ottanta sapeva cantare la perdita, a volte presagendola ancora prima dell’incontro stesso, penso ai versi conclusivi di Amori in corso, da La vita è adesso, “Amori, mille miliardi nell’universo/ mille miliardi di stelle e di dolori/ Adesso che ancor prima di trovarti forse ti ho già perso”, ventitré secondi difficili da tenere ma che mi lasciavano poi lo sfogo di quel finale così tragicamente epico, come ventitré erano i secondi, in crescendo, lì non si teneva una sola nota, di Notte di note, note di notte, quel “buonanotte, buonanotte teso-ro-o-o che però, strano a dirsi, mi riusciva meglio, forse perché il cambiare note mi facilitava il modulare il fiato, il dosarlo a modo.

Mentre mi era quasi impossibile tenere i trentaquattro secondi finali di Tutto il calcio minuto per minuto, brano altrimenti non entusiasmante, parlo per me, con quella serie di immagini che all’epoca mi risultavano ostili, e che oggi riconosco come perfette fotografie di una vita quotidiana troppo adulta per andar bene anche per un ragazzino.

In quel mio soffermarmi su passaggi in realtà irrilevanti, non è certo dal tenere a lungo note così difficili da prendere anche per un cantante professionista d’esperienza che potevo o meno trovare conferma di un talento che, nei fatti, sapevo già di non avere, il canto era il mio modo di trovare una forma espressiva che presto si sarebbe manifestata come parola scritta nero su bianco, non come parola appoggiata a una melodia o su un’armonia, c’era l’urgenza di riconoscermi in una scrittura, cioè il trovare una forma che potesse in qualche modo esternare la sostanza che stavo provando a elaborare, quel colpo di reni, quella rincorsa, quel rotolare poi una volta superato in un sol balzo il fossato coi coccodrilli. Non saprei dire con certezza se alla fine ho vinto io, anche qui, ma quantomeno ci ho provato, Cla’, mi sembra già abbastanza, almeno per un lunedì come questo.

Grazie a Michele Monina per OptimaMagazine


The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

3 Commenti

  1. Abbiamo vinto. Eccome se abbiamo vinto. Gli altri, i grandi rosiconi sono rientrati negli spogliatoi a braccetto con l’arbitro dicendo che hanno vinto loro, perché era finita prima, i gol erano in fuorigioco, pioveva…

    1. Molto felice di queste riflessioni sul grande Claudio di cui si riconosce il talento smisurato. Io lo seguo da quando ha fatto E tu come stai? Avevo dodici anni. Poi ho cercato i dischi precedenti ed è stato una scoperta continua. Lui ha una capacità di scrittura musicale e di testi che sono unici. Nonché di interpretazione. Ho sempre sofferto quando veniva sottovalutato. Ma lui non e per tutti e mi fa piacere sapere che ci sono milioni di persone che lo amano come me ancora di più se sono uomini mi fan ben sperare nella sensibilità del genere umano, quello attento e non superficiale e pieno di pregiudizi.
      Il nostro Claudio sono sicura ci riserverà ancora tante sorprese.
      Eppoi le sue canzoni sono immortali, senza tempo, magiche.
      Musiche e testi potrebbero vivere di vita propria non perdendo nulla in bellezza, insieme creano un’alchimia che fa il botto. E la cosa incredibile è che lui ci riesce sempre. A cercarle col lanternino io di canzoni brutte non ne trovo e le conosco tutte. Per questo penso che sia un genio, a volte incompreso.Per questo lo ringrazio per tutte le emozioni che mi dà, felice di essere una sua contemporanea perché di certo lui passerà alla storia. E la sua è anche un po’ la mia.

  2. Grazie molto belle queste considerazioni. Concordo con quasi tutto anche se non amato Oltre quanto ho amato La vita e adesso e Strada facendo, forse troppo ermetico per i miei gusti. Ma l’uso delle metafore, la manipolazione della lingua sono le cose che amo di più nelle canzoni di Claudio e per questo per me con La vita è adesso ha raggiunto il top.

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