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Articolo Claudio Baglioni su Specchio

Domenica 20 giugno 2021

Claudio Baglioni: “Scrivo per combattere la paura delle parole”

Il grande cantautore si racconta: i settant’anni appena compiuti, gli incontri con i colleghi in una lunga carriera di successi, le esperienze in tv vissute con leggerezza, ma anche il faticoso processo di scrittura di musica e testi.

Questa storia inizia un pomeriggio d’estate del 1985, fermi in autostrada, dentro la Fiat 131 di papà, niente aria condizionata, finestrini abbassati, fuori il caldo bollente del viaggio verso la Calabria, da qualche parte sul Pollino, il suono fortissimo delle cicale tutt’attorno, io e mia sorella consumiamo da ore nel mangianastri La vita è adesso e dalle macchine in fila arrivano altre canzoni dello stesso disco, in fondo alla strada, laggiù nel blu, c’è il mare e l’estate, dentro l’auto due ragazzi che sognano.

Trentasei anni dopo è di nuovo estate, il pomeriggio sta finendo, il tramonto si posa gonfio di umidità e colori sui tetti delle case accanto e la voce di Claudio Baglioni riporta in un secondo a quel pomeriggio assolato e alla magia di chi riesce a scrivere un sentimento senza farlo sembrare un inganno:

«Nella scrittura ci sono molti travestimenti, si mettono insieme sensazioni ed emozioni non necessariamente legate a un’unica storia, ma tutto quello che si scrive è biografico».

A volte ci si chiede, ascoltando le sue canzoni: “Povero Claudio, quanto deve aver sofferto”. Chissà se qualcuno pensa di James Ellroy: “Che mascalzone, con tutti quegli omicidi”.

«Il fatto è che ci sono realtà letterarie e artistiche più vere di quelle reali. Nel raccontare, ripescando dalla propria esperienza, ci sono momenti dilatati. Io spesso ho scelto di insistere sull’abbandono: ho indagato, indugiato sul tono sublime che prende un amore che sta terminando e ha una bellezza altissima come quella di un amore che inizia. È in quei momenti che il termometro sentimentale sale ai picchi più alti».

Per questo è così potente lo struggimento nel racconto di quei momenti?

«C’è un essere attratti dalla fatalità dell’addio, dallo scatenamento dei sensi, dal cuore che va all’impazzata in certe occasioni. È l’epopea di quel periodo così forte, così intenso che può essere l’inizio o la fine di un amore».

Ha da poco compiuto 70 anni. Come li ha festeggiati? Ha fatto i conti con il suo passato di autore?

«Intanto sono riuscito a partire per Lampedusa. Qui ho il bisogno di godermi ogni istante di mare e di libertà, dopo questo anno di reclusione e sospensione che abbiamo passato. Con gli anni in realtà quel che cambia è che la voce si fa un po’ più profonda e comoda sui toni gravi. Ho pensato a come certe canzoni sono invecchiate perché il tempo è passato: chi può capire ora una canzone che parla del gettone telefonico? O di “duecento lire di castagne”. Cosa sono ora duecento lire di castagne?».

Negli ultimi anni la sua fama di tenebroso è stata affievolita dai passaggi televisivi. Prima “Anima mia” e poi i due Festival di Sanremo, che le hanno guadagnato un’immagine più pop.

«In realtà Sanremo è un caso a parte, una cosa in cui tutti sono serissimi e in preda a una specie di panico. Probabilmente è dovuto al fatto che tutti sanno che saranno visti da milioni di persone, come fossero la Nazionale di calcio. Poi c’è la componente dello sberleffo: quando sei lì, sai benissimo che a casa dal divano molti commenteranno caustici e seguiranno aspettando la gaffe, la papera. Quindi tutti sono elettrici e nel panico. Io in realtà avevo molti ruoli, dalla direzione artistica alla conduzione, e questo panico da Sanremo proprio non l’ho avuto».

All’inizio della carriera lavorava alla Rca, un posto pieno di talenti: Venditti, Renato Zero, Dalla, De Gregori. Vi vedevate anche fuori dal lavoro?

«De Gregori mi prestò una bellissima chitarra e un giorno, volendola restituire, lo invitai a pranzo. Fu uno di quei pranzi che iniziano quando devono e finiscono molto tempo dopo, superando una serie di brindisi, non so se mi spiego».

Si spiega.

«Ecco. Decidemmo di scendere in strada e andare a suonare davanti al Pantheon».

Bisognava esserci.

«Eh, insomma. Era un sabato pomeriggio del 1976. Eravamo tutti e due già piuttosto popolari e conosciuti. Stavamo nel centro di Roma, all’ora di punta, nel posto più popolare e turistico».

Saranno arrivati i carabinieri a salvarvi.

«Ma quali carabinieri, vigili del fuoco o sommozzatori? Quali? Niente di niente. Non si fermava nessuno».

Uh, questo fa male.

«Anche perché avevamo iniziato a suonare dei pezzi non nostri, dei classici, ma vedendo che non attaccava partimmo con i nostri cavalli di battaglia, che come dire, avevano una certa fama».

E?

«E niente. Zero assoluto. Aprimmo le custodie delle chitarre quasi come provocazione perché qualcuno si fermasse e ci lasciasse qualcosa. Si fermarono dei giapponesi che ci lanciarono due spicci».

Bei ricordi.

«Così così. Chiudemmo le chitarre nelle custodie, ce ne andammo e non ne parlammo mai più. Mai. So che De Gregori dice che io la presi malissimo. Ma io ricordo che lui la prese molto peggio».

Sembra di vederla quella Roma con Baglioni e De Gregori che suonano per strada. Una Roma che si intravvede nelle sue canzoni.

«Nella prima parte della mia vita musicale c’è molta Roma. Ci sono delle descrizioni nate semplicemente dall’osservazione. Da ragazzino di periferia, di Centocelle, ero affamato del mondo attorno. Però ero affascinato anche dalla musica popolare romana. C’è qualcosa nello stornellatore che mi attraeva. Sono sempre stato affascinato dalla naturalità delle vere musiche popolari. Dal punto di vista compositivo me ne sono distaccato con il tempo, anche perché ho iniziato a girare di meno per la città».

Come Totti che è stato vent’anni senza poter andare in centro.

«C’è un momento un cui, per quanto l’artista abbia la sensibilità di captare le emozioni, è difficile scrivere canzoni su un tram affollato se quel tram non lo prendi più. Ti stacchi dal contingente e vai in cerca di un’altra realtà, nella memoria, nella proiezione del domani».

“Ho costruito una terrazza sopra il cielo per stare ovunque ma non qui”. Così scrive in “Altrove e qui”, la canzone che apre il suo ultimo album,“In questa storia che è la mia”. È questo il bisogno che ha sentito come autore? Fare di tutto per essere da un’altra parte?

«Mi sono spesso illuso che questo potesse essere un osservatorio, un punto di avvistamento. Mi vengono in mente quei vecchi film che iniziavano con una lunga panoramica sulla città e una voce buona che introduceva la storia e raccontava didascalicamente quello che succedeva. Questa è sempre stata un po’ la mia idea, essere quella voce di narratore che parte dall’osservazione dell’altro».

Poi il momento dell’osservazione finisce e bisogna chiudere una storia e consegnarla all’editore.

«Ho paura di finire perché si lascia definitivamente qualcosa che magari è stata anche maledettamente complicata, che non ti è venuta,che ti ha lasciato insoddisfatto. Ma in quel momento metti la parola fine a un processo dentro al quale hai vissuto e nel quale hai creduto. Ma ho anche la paura dell’iniziare, perché l’ansia corrisponde alla percezione che niente sarà bello come quando tutto è vago e le idee vivono in un mondo di possibilità. Quando tra tutte le opzioni si fa una scelta, quella scelta è una sola e strappa dalla beatitudine delle possibilità».

Le sue canzoni a volte sono un incubo per l’interprete. Spesso presentano difficoltà non solo nella melodia e nell’estensione, ma anche nella tenuta del fiato. Solo che lei è anche l’interprete costretto a cantare quel che un autore sadico ha scritto.

«Mi sono molto detestato come autore, perché interpretare alcune canzoni è stato difficile. Il fatto è che quando scrivo non faccio i conti con le difficoltà di un concerto e con l’interpretazione. Col tempo, poi, invece di migliorare sono peggiorato. Non lo so perché, forse è l’enfasi di quando si registra. Si può fare e rifare più volte, si cerca il momento ideale, ma quel momento ideale non è sempre ripetibile con agilità dal vivo».

Nella scrittura della musica sembra che certe partiture siano esse stesse narrazione.

«Spesso tutta la costruzione musicale di un brano ha il senso del racconto. Ci sono casi in cui le parole rischiano di rovinare il lavoro melodico, tutto il tessuto musicale, il rapporto tra melodia ed equilibri armonici. Ammetto che sia una pretesa alla musica leggera, che crede, anche in quei tre minuti, di poter contenere ricerche interessanti, normalmente appannaggio di altri generi di composizioni. La cosa vera è che si cerca di raccontare prima che con le parole, perché la musica può trasmettere un’emozione pura, assoluta».

Come autore di testi si ha invece l’impressione che lei arrivi alla sintesi attraverso un lavoro molto complesso, anche attento alla musicalità, al suono delle parole.

«In effetti è per me un lavoro intenso quello con le parole. Quando leggo che qualcuno ha scritto un’intera canzone in dodici minuti… Io ci metto12mesi, giornate intere a scegliere tra preposizioni semplici o articolate, sostantivi da togliere e sostituire con aggettivi. È per me un lavoro puntuale e avolte paranoico e ossessivo. Però è così. La parola è una scienza esatta. Non è vero che si possano usare tutte le parole che si vogliono. Scrivo meglio quando sono in movimento, su un treno, in auto: lì ho meno paura delle parole. Le mie prime canzoni avevano un che di ermetico e di esistenzialista. Poi scelsi di usare il linguaggio della strada, una lingua viva e vivace. Nel tempo sono stato attratto dalla sonorità: cerco di privilegiare una parola che suoni, come si scelgono di usare gli archi invece degli ottoni. Scelgo una parola perché è un suono ulteriore, cerco di mettere insieme sillabe come se fossero parte di un arrangiamento. Sempre mantenendo l’ambizione di raccontare».

Cosa raccontano le “carezze per parlare con i cani”?

«Forse il mio cruccio più grande. Ho amato i cani per tutta la vita. A volte mi aspetto che possano rivolgermi anche loro una parola. Poi scopro che c’è un linguaggio di occhi e di musiche che nessuna bocca riuscirà mai araccontare. Con i miei due pastori tedeschi mi confessavo. Quando morì il primo dei miei cinque maltesi ne fui distrutto. Non si parla mai di dove si ritrovano gli animali che non ci sono più: ma sarebbe così bello poterli ritrovare».

Alberto Infelise per Specchio del 20 giugno 2021




The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

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