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Ci è mancato il Sanremo di Claudio Baglioni?

Luca Bertoloni per doremifasol.org

Ognuno risponderà a modo suo a questa domanda, certo. La mia risposta è “no”, e proverò a spiegare il perché.

No, non mi è mancato il Sanremo di Claudio. Ma non perché non mi sia piaciuto, o che non ne senta la nostalgia, ma perché il Sanremo di Claudio era lì, in ognuna delle serate del Sanremo Ter di Amadeus.

Il Sanremo di Claudio era lì, nella scelta della musica al centro. Perché la musica è stata al centro, più che mai. Niente lunghe interviste ad attori, seppur di Hollywood, ma musica, o al massimo performance artistiche (come quella di Drusilla Foer, o l’ancor più discussa performance teatrale di Zalone), proprio come voleva ed aveva previsto e lottato Claudio.

Il Sanremo di Claudio era lì, nella scelta delle canzoni. Scalfire le regole di Sanremo è pressoché impossibile: è già un miracolo se su quel palco arrivano tendenze musicali che da tempo si aggirano nelle sfere musicali internazionali, e che riescono a competere con le correnti vigenti attualmente nella musica leggera/pop. E quest’anno, forse più che mai, tutto questo è riuscito. Qualcuno forse storcerà il naso rifacendosi alla “bella musica di una volta” contro l’ondata trap (che in realtà non c’è stata), ma mi sembra di ricordare quell’anatema di Adorno, della Scuola di Francoforte, che venne lanciato contro la musica leggera, accusata di essere musichetta da strapazzo dispetto alla musica vera: quell’anatema che aveva fatto sì che per anni in Italia la musica leggera dovesse lottare aspramente per trovare un proprio posto nella cultura (e la lotta non è ancora completamente finita); quell’anatema che aveva mietuto molte vittime, tra cui il nostro Claudio. Ecco. Visto che ci aveva dato fastidio, evitiamo di ripresentarlo, e di utilizzare i nostri gusti (che pur sono il nostro faro personale) a bandiera di cosa è musica, e di cosa non lo è. (poi, parlare di stonature quando Francesco Guccini non è che fosse sempre a tono, sa un po’ di contraddizione)

Il Sanremo di Claudio era lì, nella debordanza dei personaggi che lui stesso ha portato sul palco, da Achille Lauro a Mahmood. Debordanza, perché Lauro è debordante, personaggio, performer prima di tutto. Mahmood non era così tre anni fa: ricordo ancora quando fuori dall’Hotel a Sanremo, il giorno dopo della vittoria al Festival, nessuno lo riconobbe, nonostante avesse in mano l’iconico e riconoscibile premio. Ora Mahmood è debordante, nell’immagine, nella presenza, nella vocalità, nella performance. Eppure, sono due prodotti di Claudio, che Claudio ha voluto, contro tutto e contro tutti.

Il Sanremo di Claudio era lì. Nell’armonia. Certo, qualche polemica c’è stata – Sanremo, dopo Juve-Inter, è il derby d’Italia, il salotto televisivo più discusso, il contenitore più riflettente delle tendenze in atto del paese: non potrebbe esistere senza polemica. Ma le polemiche si sono disciolte in un’armonia pazzesca, che è emersa in particolare nelle votazioni di pubblico, sala e giuria, che sono confluite nel podio finale. Tre generazioni premiate, tre icone rappresentative di tre diverse fasi della musica (pop e leggera) italiana: Gianni Morandi, il protagonista dei musicarelli degli anni Sessanta, la star senza tempo che si rimette in gioco duettando con Rovazzi, riscrivendo il proprio sé su Facebook, andando in tour con Baglioni e ora facendo coppia con Jovanotti (poco importa allora se la canzone sa di vecchio, ed è, questa sì, fuori dal tempo); Elisa, che rappresenta quella rivoluzione elegante del pop italiano vissuto tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, e che nel frattempo si è confermata come una nostra star. E infine Mahmood: tre Sanremi in quattro anni, e notorietà internazionale. E Blanco: il più ascoltato in Italia oggi, solo 18/19 anni, il vincitore più giovane di sempre. L’armonia perfetta.

Ci sono altri motivi per cui il Sanremo di Claudio non mi è mancato. Innanzitutto, perché non poteva essere un Sanremo frequente, ma doveva restare un unicum – e a parer mio avrebbe potuto farne solo uno, anche se il secondo gli è servito per completare l’opera che stiamo fruendo tutt’ora oggi.

Poi, perché la dimensione di Claudio non è quella di Sanremo. Claudio Sanremo l’ha fatto suo, a sua immagine e somiglianza – chi non ricorda il Clariston? –, ma non poteva essere la regola e la norma. Claudio ci ha regalato due Sanremi pazzeschi, che aldilà dello share e del gradimento del pubblico (ecco, i confronti con gli share li eviterei: Amadeus fa televisione di lavoro, Claudio no; e poi, lo share non è indicativo della grandezza di nessuna trasmissione) hanno innovato un format permettendo nello stesso tempo di rimanere uguale a sé stesso, ma di aprirsi alla contemporaneità.

Certo, dire contemporaneità non vuol dire per forza “bello”. Contemporaneità vuol dire però “forza”: forza di un mondo giovane che non è quello di un mondo “vecchio” (e, per intenderci, non è neanche il mio, e non lo è da tempo). È così dai tempi dell’antica Roma, dove si contestavano gli “antiques” a favore dei moderni, proprio loro, i Romani, che per noi sono gli antichi per eccellenza. È l’eterna querelle generazionale, in cui chi va avanti sembra dimenticarsi di quand’era giovane, appellandosi ad argomentazioni (fallaci) tra le più disparate.

Tuttavia, non sembri il mio un elogio al contemporaneo che dimentica il passato. C’è luogo e luogo per lasciare spazio al passato, e in Italia lo facciamo sempre. Ma senza il futuro, muore anche il passato. Ce l’ha insegnato, ancora una volta, proprio Claudio: il passato è sale, si scioglie per dar sapore al futuro.

E di questo futuro oggi abbiamo bisogno noi, per uscire dalla pandemia, ma anche per ridare vita al nostro paese. Un futuro complesso, con codici che non appartengono a molte generazioni – chi pensava che la performance visiva diventasse così importante, in uno spettacolo di canzone? Chi pensava ad un Sanremo così gender fluid, da un palco così tanto ripiegato su sé stesso e sulla presunta tradizione di italianità?

Un futuro di codici molto potente, talvolta inversi, ma che richiedono di essere compresi, e per farlo serve da parte nostra uno sforzo immenso. Lo stesso sforzo che dobbiamo fare quando guardiamo Achille Lauro che rievoca il gesto del battesimo. Che non è la dissacrazione dei Maneskin che suonano nudi sul palco (e suonano molto bene). Evitiamo l’errore: non mettiamo tutto sullo stesso piano. Sforziamoci di capire codici che non ci appartengono, e troveremo qualcosa di nuovo. Forse, quei “brividi” che hanno fatto tanto scalpore in questo Festival, e che noi proviamo ogni volta che ascoltiamo un brano del nostro Claudio, come quando ieri, entrando nell’ufficio della mia Preside, ho ascoltato sottofondo le note di “L’amico e domani”, e non ho fatto a meno di sorridere e di provare un piccolo “brivido”.

Anche le generazioni di oggi hanno bisogno dei loro “brividi”, e come noi vogliamo che ascoltino “Uomini persi”, anche se è strutturata su codici che non sono loro, ascoltiamo qualcosa che è strutturato su codici non nostri. Facciamo noi il primo passo: sono sicuro che loro ci verranno dietro. E, quando la musica è bella, i “brividi” arriveranno. Sempre e comunque.

Luca Bertoloni


Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, professore di Lettere presso le scuole medie e superiori, maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori; svolge attività di ricerca scientifica in ambito linguistico, sociolinguistico, semiotico e mediologico; suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

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