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L’irripetibile unicità dei concerti di Claudio Baglioni

Federico Laudizi per doremifasol.org

Fare ingresso in quello che io definisco “mondo-Baglioni” è sempre un’avventura inebriante, un’esperienza mai banale. Si respira un’aria diversa dalla solita, letteralmente.

Chi è attento a certi fenomeni che spesso sfuggono alla sensibilità comune, avrà infatti notato che l’aria attorno a Claudio (in un raggio che ho stimato di un paio di centinaia di metri) ha una consistenza, una densità diversa.

Tutto è sospeso, più leggero, più piacevole. Mi rendo conto che una simile percezione, la cui riproposizione verbale è pressoché impossibile, possa essere bollata come la suggestione di un appassionato idolatrante e niente più.

Ma partendo dal presupposto che il soggetto in questione ha una statura spirituale fuori dal comune, vorrei sostenere che questa mia esoterica sensazione è un po’ di più che una suggestione indotta da un potente sentimento idealizzante.

Le nostre anime, giova ricordarlo, sono respiri vitali. Troppo spesso in questa nostra modernità, presunta epoca di progresso, alla sapienza olistica antica si sostituisce, con insopportabile e ingiustificata tracotanza, una più povera conoscenza tecnico-meccanicistica, a priori ritenuta la migliore che sia mai esistita.

Assumendo invece il saggio punto di vista degli Antichi, che alla fisica abbinavano immancabilmente la metafisica, risulta molto più facile spiegare perché i luoghi di vita di Claudio, quelli in cui ha svolto il suo mestiere, quelli in cui casualmente si è trovato restituiscano un solletico particolare.

Il nostro esistere, oltre che un fatto biologico, è precipuamente una questione soprasensibile, extra-corporea. Il soffio animico di una particolare esistenzatrascende l’esserci tridimensionale. Si sente dove ha spirato il vento di un’anima, dove ha lasciato la sua firma.

E nel caso di un’anima bella e grande come quella di Claudio, è abbastanza facile individuarne le invisibili tracce. Quando poi ci si trova nello stesso luogo allo stesso tempo, come accade per i concerti, e i singoli respiri si uniscono, il solletico si eleva a scossa.

Il concerto a cui ho assistito il 24 gennaio al Teatro dell’Opera di Roma è stato il mio primo.

Una serata indimenticabile nella quale ho cercato di rivivere, condensandole, le emozioni di tutti i concerti che per motivi anagrafici non ho potuto vivere. Un ventiduenne, d’altronde, non ha altre strade che quella dell’idealismo per riscattare l’ingiustizia cosmica di non aver potuto partecipare ad Alé-oó, Assolo, Acustico, Incanto e tanti altri.

Non avendo né una fidanzata né amici desiderosi di accompagnarmi in questa avventura, mi sono inoltrato nel regno del Grande Mago nella migliore delle condizioni possibili: da solo. Claudio solo sulpalco e io solo nel pubblico. In solitudine ho potuto ascoltare con attenzione il sentire delle persone che mi circondavano.

Ho potuto osservarela porzione di realtà in cui ero immerso, scivolandoci dentro con fare assorto e contemplativo, senza intralci o interferenze. Per la prima volta nella mia vita, mi stavo empaticamente fondendo col resto del popolo baglioniano al cospetto del suo idolo. Il tepore del teatro e le sue tonalità calde lo dipingevano come il perfetto rifugio in cui ritrovarsi dopo due anni di delirio, cattiveria, sofferenza e privazioni.

Di lì a poco sarei entrato in simbiosi totale con lo stesso Claudio: l’emozione del mio esordio assoluto si è rispecchiata nella sua, che raccontava di un uomo agitato, inquieto e scalpitante malgrado le settanta primavere sulle spalle.

Alla sua comparsa sul palco, ogni cosa ha iniziato a gravitare attorno a lui. La fame di occhi e cuori, tenuta a bada per quasi tre anni, era finalmente sguinzagliata e lasciata libera. Un leggero fiatone da trepidazione e un nodo in gola hanno accompagnato il discorso iniziale.

Claudio e la sua musica erano finalmente tornati. Io ero lì, pronto a farmi attraversare da quelle onde sonore che finalmente mi giungevano direttamente dalla sua gola e non da un disco. Un po’ stordito dalla bellezza che stava iniziando a propagarsi per il teatro, come nebbia ovattata a notte fonda nelle valli, quasi non mi rendevo conto di essermi tuffato in sogno. L’atmosfera soffusa e intima trasformava quel luogo in un salotto caldo e accogliente.

Oppure, come Claudio stesso ha immaginato, in un cortile interno di quei palazzoni di città, algidi e austeri, umanizzati dall’odor di cena e di tv, dalle prime luci della sera.

Senza che me ne accorgessi, eravamo salpati verso un mare sconfinato di note e parole: tre pianoforti, uno tradizionale e due digitali, adornavano un palco essenziale ma elegantissimo.

Pieno di quella sua genialità sempre a metà tra il semplice e il cervellotico, Claudio li ha paragonati a tre caravelle, una per ognuna delle tre dimensioni temporali che scandiscono la nostra esistenza.

Lui, più grigio ma non domo, si muoveva da una caravella all’altra in senso antiorario, con la compassionevole illusione di poter rallentare il tempo che fugge via.

Una scaletta molto equilibrata, con dentro anche qualche rarità inestimabile, eseguita da una voce robusta e brillante.

Interpretazioni mai vuote, sempre strabordanti di pathos e coinvolgimento emotivo. Io, ormai naufrago in quel mare, ero fuori di me. Immaginavo quelle dieci dita, che mi erano nascoste solo per un gioco di prospettiva, danzare tra il bianco e il nero di diesis e bemolle.

Scrutavo ogni singola movenza di quell’uomo che mi ha ispirato come nessun altro mai. Cercavo di leggergli nel pensiero, di capirgli gli occhi, di comprendere cosa stesse provando.

Una così intensa esperienza delle cose, che permette di sondarle in profondità, è la chiave di volta dei concerti di Claudio Baglioni. Ben lontani dall’essere sequenze di esibizioni canorefini a se stesse, sono invece dei romanzi in cui il suo autore ti prende per mano e nei quali, con le sue braccia forti, ti indica la via.

Sono occasione di riflessione e arricchimento, di scoperta e reinterpretazione. Sono sessioni d’esami di coscienza e preziose lezioni di fenomenologia dell’esistenza.Sono storie di patte sbottonate, di fango di cioccolata, di chiese di carbone, di ombre di nuvole e avanzi di poesia, di braccia tese e mani vuote.

Sono esperienze dalle quali si riemerge con l’effimera e impagabile consapevolezza di avere le idee un po’ più chiare su questo mistero che chiamiamo vita.

Federico Laudizi

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The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

4 Commenti

  1. Una bellissima descrizione nella quale mi rispecchio. Non sono mai stata sola ad un suo concerto, ma penso che sia un’esperienza bellissima perché è da soli che si riesce meglio a lasciarsi abbracciare dal mare di musica e poesia che ti invade quando sei lì, immerso nel suo mondo…. Grazie per aver condiviso con noi la tua esperienza così ben descritta e grazie per saper apprezzare nonostante la tua giovane età

  2. Mi fa piacere sentire che i giovani ancora adesso si uniscono a Claudio, veramente non perché noi siamo fan ma Claudio merita Ti auguro di goderti tutti i concerti di Claudio (che nn basta mai)pazienza per quelli che ti sei perso Buona vita a te Un abbraccio forte dalla Sicilia☀

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