Resoconti

La storia di Cesare accanto a Claudio Baglioni

Ciao caro Claudio, ti racconto una storia.

Cadeva l’anno 1951 nel mese di maggio il giorno 16. Era un mercoledì. Settantuno anni fa oggi.
In una clinica romana una signora di nome Silvia mette al mondo un bambino che chiamerà Claudio.
Come per ogni nascita quel neonato è un bambino uguale a tanti, ad esclusione di mamma e papà, perché per loro quel bambino è il piccolo grande amore. Un bambino come tanti, ho scritto, ma in realtà non sarà così. Claudio Enrico Paolo Baglioni. Più semplicemente Claudio.
Sin dai primi anni con la tua chitarrina inizi a giocare da autodidatta, poi più in là prendi lezioni di chitarra e poi di pianoforte, con immensi sacrifici dei tuoi genitori, perché il papà è un maresciallo dei carabinieri e la mamma una sarta che sbarca il lunario facendo dei lavoretti da casa.

Nell’estate del 1964 partecipi al tuo primo concorso canoro nella piazza di San Felice da Cantalice a Roma. Nel mentre, nella stessa estate del 1964 nasco io, e questo fatto non è da trascurare. Con la chitarra suoni De André e inizi a comporre le prima canzoni con testi ispirati a Edgar Allan Poe. Da Centocelle con furore inizi a muovere i primi passi partecipando a diversi concorsi canori minori fra cui quello del Festival degli sconosciuti di Ariccia organizzato da Teddy Reno e Rita Pavone. Ti fai notare perché vieni battuto in semifinale.

Metti su un complessino beat e canti in una cantina con alla batteria dei fustini del Dixan. Ami Merilù o forse no, una tipa del quartiere, ma lei non sa, lo saprà qualche anno più tardi sentendo per caso un disco. Componi “Signora Lia” che inizialmente si intitola “Signora Lai”, ma il giorno che la presenti in un provino alla RCA, la signora che ti ascolta si presenta con il tesserino di Sig.ra Lai e per non fare brutta figura cambi in corsa. Infatti la canzone racconta che la signora Lai tradisce il marito e così sembrava brutto, meglio Lia.

Nel 1969 esce il tuo primo 45 giri con Signora Lia/Una favola blu. Non ha successo. Segue il tuo primo album che come il 45 giri non ha successo. Nel 1971 esce il tuo secondo album “Un
Cantastorie dei nostri giorni”, una ristampa del primo con alcuni nuovi inediti. Esce e rientra subito perché è anche questo non ha successo.

Deluso scappi in Polonia dove partecipi ad un concorso canoro e vinci. Ci resti e fai un giro di concerti con un discreto successo. Ritorni a Roma e vieni chiamato ad interpretare la colonna sonora del film Fratello Sole e Sorella Luna di Zeffirelli. Io ho solo 7 anni, ma lo ricordo benissimo perché sono praticamente folgorato dal film in tv. Gli uccellini che risvegliano Francesco moribondo sul letto, dopo che è rientrato dalle battaglie, è un’immagine icona della mia infanzia. E tutto questo non è da trascurare.

È il 1972 e decidi di fare l’ultimo tentativo. Metti insieme un botto di canzoni, praticamente un concept album, che racconta una storia giovanile di due che si incontrano, si mettono insieme e alla fine si lasciano. Il primo esempio di concept album, un’operetta in musica leggera, anzi leggerissima. Dici a te stesso che questa volta è l’ultima, che poi darai retta al papà e ti metterai a studiare per diventare architetto.

La mamma invece ti sprona a continuare.

Avrà ragione la tua mamma. È un boom. Un successo clamoroso. “Questo piccolo grande amore”, di botto, è il disco più venduto e lo sarà per un botto. L’album è un capolavoro, l’idea, il format, la presentazione fumettistica della storia, l’uso voluto e insistito dell’espressione popolare. Nulla di tutto questo si era mai sentito prima. Beh, suvvia, questo ragazzo ci sa fare.
Abbandoni gli studi e un anno dopo ripeti lo stesso progetto raccontando di un viaggio nelle campagne romane in cui il filo conduttore della storia si chiama Camilla, la tua due cavalli gialla con tettuccio apribile. L’album è “Gira che ti rigira amore bello” e ha successo, non come il primo, ma ti riconfermi.

Con la tua affermazione nel panorama musicale italiano, arriva l’impegno con la RCA di pubblicare a scadenza annuale un album. E così nel 1974 “E tu”, nel 1975 “Sabato pomeriggio”, nel 1977 “Solo”, alla fine del 1978 “E tu come stai” con la CBS. I pezzi guida sono tutti successi clamorosi, con lo stesso canovaccio, lui ama lei, ma lei lascia lui. Il tema non cambia e sei universalmente riconosciuto come il cantautore dei sentimenti, anche fin troppo mieloso, con incipit adolescenziali melensi del tipo “accoccolati ad ascoltare il mare”, oppure “passerotto non andare via”, oppure “mangia un po’ di più che sei tutt’ossa”, oppure “ieri ho ritrovato le tue iniziali nel mio cuore”.

Siamo nella seconda metà degli anni settanta e le lotte sociali sono all’apice, c’è fermento e le rivoluzioni di classe dettano nuove linee di pensiero e un bisogno di cambiamento. Dalla, Venditti, De Gregori, Vecchioni, Guccini, Bennato, Bertoli, per citarne alcuni, scrivono soprattutto anche canzoni di impegno, il cantautorato italiana dà voce al bisogno di profondi cambiamenti nelle coscienze e nei sogni degli italiani.

Per te non è così, tu sei il cantautore dei sentimenti, dei falò e delle pomiciate in riva al mare. Questa etichetta imprime la tua arte e farai fatica e levartela, nemmeno a lavarla con un fustino di Dixan. Anzi per molti ti resta appiccicata per sempre.

Ma ascolti Baglioni? Ma no dai, è noioso, melenso, sdolcinato, a me piace Dalla, De Gregori, Guccini. Fa più figo, ascoltare i Queen, i Pink Floyd, i Rolling Stones.

Ed è qui, alla fine degli anni settanta, che entro in scena io. Sì perché alla fine degli anni 70 io raggiungo l’adolescenza ed inizio a cercare riferimenti per farmi rappresentare. Senza forzature, ma di fatto è così per tutti a quella età. E nella più completa libertà di scegliere, mi faccio catturare da un richiamo, una sottile consistenza ed esistenza che riconosco come familiare, in fase al mio modo di sentire. Dopo “E tu come stai” compro tutti i tuoi dischi. Non rompo gli schemi, non faccio l’alternativo, l’intellettuale, il figo, anzi tutto il contrario. Seguo la strada, più che ovvia, dell’infinita linearità. E in quei tempi, a ripensarci, l’alternativo forse sono stato proprio io. Perché poi entrando dentro quei dischi, nei pezzi di riempimento, o meglio di completamento, di un album discografico, canzoni pesantissime e di valenza sociale ce ne sono tante.

Da “Gesù caro fratello” a “Ninna nanna nanna ninna”, da “Poster” a “Nel sole nel sale nel sud”, da “Quante volte” a “E ancora la pioggia cadrà”.

Ma non è questo che mi conduce. Mi guida una assonanza, un treno d’onde in fase che fa risonanza, un modo che fa pari con me stesso. E ho ragione.

Perché nel 1981 con la CBS esce “Strada Facendo”. È un boom. Un Claudio che poco ha a che vedere con prima, un Claudio pieno, compiuto, finalmente libero. Un album capolavoro nel richiamo di un lontano stile Baglioniano, pur rimanendo tu nella gentile e profonda espressione comunicativa che ti ha sempre contraddistinto.

Da qui è un crescendo, una continua sfida nel superarti, dove invece molti altri si perdono affondati nella comoda poltrona del successo.

Dopo “Avrai” evento interludio all’essere padre, parte il tour live di maggiore successo. Alè-oò. Già il titolo è tutto un programma, è estate e l’Italia è campione del mondo. Nell’ultimo concerto a villa borghese sono in duecentomila, concerto trasmesso per la prima volta in Rai.
Nel 1985 esce “La vita è adesso” l’album primato di vendite in Italia ancora oggi. Segue un tour assolutamente rivoluzionario in cui attraverso un sofisticato sistema innovativo di elementi tecnologici suoni da solo più di uno strumento. Per tre ore e mezza sei solo sul palco e il tour non poteva che chiamarsi “Assolo”.

Nel 1990 esce “Oltre” il tuo capolavoro. Ognuno ha il suo, tu hai “Oltre”. Un disco concept doppio, con 20 tracce, incentrato sulla storia di Cucaio (personaggio di fantasia ma non troppo) che si avventura in un viaggio intimo, e per certi versi anche mistico, in cerca di risposte fra le cose del mondo. Un’opera eletta dalla critica come il capolavoro della musica italiana. Un progetto innovativo sia nella stesura dei testi che nelle ricerche musicali. Un progetto ambizioso, minuzioso, attento sino all’esasperazione e all’ammattimento artistico e per questo scritto e riscritto per ben tre volte. Un lavoro discografico che ricerca, abbraccia e impronta culture differenti, che trasuda uno sforzo compositivo e creativo senza precedenti. L’album attira anche i gusti e le attenzioni del mondo più rockettaro. Non perché sia prettamente rock, ma perché è un album che va oltre, rivoluzionario, sorprendete. Con questo lavoro qualcuno disse che un tuo disco è un’esperienza culturale. Una commissione di poeti e scrittori ti premiano per il verso con il più alto valore poetico: “sorpresi donne a sciogliersi i capelli come poterne sapere odore e gli altri peli”.

Direi che sia questo.

Il tuo tour del 1991, che segue l’album Oltre, viene eletto miglior concerto dell’anno nel mondo dalla rivista inglese Billboard.

Nel 1995 esce “Io sono qui”, per me la tua opera seconda. Un album che nella sua composizione richiama l’arte cinematografica. “Le vie dei colori”, “Bolero”, “Fammi andar via” e “L’ultimo omino” sono le vette artistiche dell’album, dentro un lavoro che trasuda di una nuova e è più centrata consapevolezza, un’opera che non è in cerca di domande, che non dà risposte, ma che più che altro afferma di essere così come è nel tempo esatto dell’adesso.

Nel 1999 esce l’album “Viaggiatore sulla coda del tempo”, che viene presentato negli hangar degli aeroporti di Firenze, Milano, Napoli e Catania. Un lavoro, complesso, sofisticato, di grande pregio letterario e musicale. Un’opera ricercata che scava, cerca e ricerca sull’onda di sonorità originali ed esposte all’innovazione, come se il futuro invitasse ad aprirsi a nuovi spazi di conquista.

Con questo album completi assieme ai due precedenti la trilogia anni 90 che richiama al passato (oltre), al presente (io sono qui) e al futuro (viaggiatore sulla coda del tempo).

Direi che è sufficiente. Dopo circa 30 anni di carriera e sulla soglia dei tuoi cinquanta, concludi il tuo capolavoro. Il tuo periodo di massima espressione artistica. Perché da qui in poi farai ancora alcuni dischi, impreziositi da alcuni Everest, ma nel complesso dischi che non raggiungeranno mai, a mio modesto parere, le vette dei precedenti. Da qui in poi farai tantissimi concerti, ti inventerai pure conduttore. Organizzerai per diversi anni O’ Scià, un evento a valenza, musicale e culturale nella tua amata Lampedusa per richiamare l’attenzione al tema dell’immigrazione. Tutti i maggiori interpreti della musica italiana ti verranno a trovare e canteranno assieme a te.

Alcune notizie in più.

Nella notte di fine di millennio tieni un grande concerto, l’unico di musica popolare, con oltre 300mila persone in piazza San Pietro compreso Papa Giovanni Paolo II.
Nel settembre del 2006, come secondo artista al mondo e primo italiano, tieni un concerto nell’emiciclo del Parlamento europeo a Bruxelles.
Nel 1994 componi e canti “Acqua nell’acqua”, canzone ufficiale della VII edizione dei Campionati mondiali di nuoto a Roma.
Nel 1998 componi e canti “Da me a te” inno della FIGC in occasione del centenario.
Nel novembre 2003 il Presidente Carlo Azeglio Ciampi ti nomina Commendatore della Repubblica.
Nel 2004 ti laurei in architettura alla Sapienza di Roma.
Nel 2006 componi la canzone “Va” inno dei Giochi olimpici invernali di Torino.
Nel 2011 presenti il brano “L’Italia è”, composto in ricordo dei 150 anni dell’Unità d’Italia, e il cui testo è ispirato alla Costituzione italiana.

Spero di non aver dimenticato qualcosa. Basterebbe questo è pure ne avanza, ma a me non basta. Ancora oggi c’è chi ti etichetta in modo rigido, dentro un ripetitivo menage di pensiero, un luogo comune di chi è rimasto fermo a quaranta, cinquanta anni fa. “Baglioni è quello che canta solo e sempre quelle canzoni lì”.

A questi signori vorrei dire che il giudizio di chi non conosce è la sentenza della superficialità.

Sei l’uomo dei record della musica leggera italiana. Basterebbe questo è pure ne avanza, ma a me non basta. Perché hai agito su di me, e credo su tantissimi, come uno scalpello lavora il marmo grezzo di un uomo in cerca di magia e verità. Hai influenzato il mio modo di creare legami, di dare priorità ad un modo di sentire. Hai stabilito connessioni precise con il mio mondo emotivo e profondo, hai scoperchiato certe mie esigenze ed urgenze.

Hai influenzato il mio modo di scrivere, di esprimermi e di amare.

Mi hai insegnato la bellezza della parola. Hai dato impulso al mio bisogno di poesia.

Ho seguito una scia, una luce, la tua. Sei stato punto di riferimento fondamentale.

Se cerco di avere cura delle parole, se le parole mi meravigliano è perché ho avuto una guida.

uelle stesse parole, le tue, che sono il modo che ho di sceglierle. Non potrei trovare di meglio per rappresentare chi sono stato e dove sono arrivato.

Quel 16 maggio di 71 anni fa, ha influenzato la mia vita. Ne sono felice. È stata una benedetta fortuna trovarti.

In una recente intervista hai dichiarato.

“A me il successo è capitato quando meno me lo aspettavo e non ci credevo più, quindi ho vissuto tutta la mia vita professionale, e lo sto facendo ancora oggi, per meritarmi il successo che ho avuto tanti anni fa”.

Con un sano egoismo dico benedetta fortuna, non la tua, Claudio, la mia.

Merito anche un po’ mio, perché se è così che ho vissuto è anche perché fra i tanti ho scelto te.

C’è sempre tanta strada da fare, ma con te è davvero bello dire quanta strada da fare, però quanta strada. E aggiungere “ancora non lo so” è ancora più bello. Perché è portarsi appresso ancora un pezzettino di strada da fare assieme.

Cesare

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