In evidenzaStampa

Claudio Baglioni “Il palco mi fa paura”


Claudio Baglioni “Il palco mi fa paura E contro me stesso non riesco a vincere”

Claudio Baglioni, quanto guadagnò con il suo primo concerto?

«Mille lire. Mi fecero suonare tre canzoni in una serata di avanspettacolo al cinema Espero a Montesacro. Dopo portai i miei genitori in pizzeria, volevo pagare io, ma i soldi non bastarono».

Quanti anni aveva?

«Quindici. Mi presentai con gli occhiali, vestito da cassamortaro. Nel retropalco mi passavano davanti soubrette dai seni prosperosi, non le guardavo per paura di metterle in imbarazzo. Ovviamente non mi degnarono di uno sguardo».

Fu il suo primo successo?

«Macché. Non ci furono né fischi né applausi».

Ora esce al cinema il film dei suoi concerti alle Terme di Caracalla.

«Sarà nelle sale dal 15 al 17 maggio. L’estate scorsa mi sono esibito dodici volte a Caracalla, un fondale magnifico. Sognavo di farlo da trent’anni. L’ho realizzato con il Teatro dell’Opera di Roma, sotto la direzione artistica di Giuliano Peparini. Sul palco c’erano 123 tra musicisti, coristi e performer».

Nell’ultimo anno ha fatto 156 concerti nei teatri. Si allena?

«Per forza. Anche oggi sono andato a fare una sgambata a villa Borghese, una corsa mista a camminata di dieci chilometri».

La vigilia dei concerti è sempre la stessa?

«Col tempo la preoccupazione è aumentata. L’anno scorso, alla prima tappa al teatro dell’Opera di Roma, mi sono seduto alla tastiera e mi è partito un attacco di panico».

E cosa si fa in questi casi?

«Eh! Ho continuato a suonare, e piano piano mi è passato».

Di cosa ha ancora paura?

«Avverto ancora il bisogno di meritarmi il successo. È sempre una gara con me stesso che però non vinco mai».

Ma lei ha venduto sessanta milioni di dischi.

«Sì, ma c’è dentro di me questa voce che mi dice che deve andare tutto bene».

In autunno ricomincia con il tour.

«Esatto, torno sulle scene con il nuovo spettacolo a TuttoCuore: dal 21 al 30 settembre sei date al Foro Italico a Roma, dal 5 al 7 ottobre tre date all’Arena di Verona e dal 12 al 14 ottobre tre date al Velodromo Paolo Borsellino di Palermo».

Riesce a dormire dopo i concerti?

«Prima di addormentarmi guardo la tv in albergo, specie le tv private, che sono lo specchio dell’Italia».

Ogni notte un albergo diverso.

«All’indomani cerco di lasciare la camera in ordine, col letto non sfatto. Non ho mai gettato un asciugamano per terra».

Che ricordo ha dei suoi genitori?

«Papà era brigadiere dei carabinieri, un militare che scriveva poesie, prima di morire mi raccontò che da bambino gli tiravo i pantaloni perché volevo esibirmi davanti ai parenti. Mi regalò la prima chitarra. Avevo quattordici anni».

Mamma invece?

«Era sarta. Pigiava sui pedali della macchina da cucire senza dire una parola per ore. E io me ne stavo lì, in quel silenzio, a inseguire il ritmo del pedale. Il gusto per il dettaglio, l’attenzione acuminata, li ho affinati in quel tempo morto».

Che educazione ha avuto?

«Severa, rigorosa. Mamma aveva un suo talento estetico, che mi ha trasmesso. Ancora adesso quando entro nelle case degli altri ho la tentazione di spostare il posacenere o di raddrizzare i quadri alle pareti».

Essere figlio unico l’è pesato?

«Moltissimo. Mi manca il rapporto con un fratello o una sorella, non so cosa significhi».

Cosa le manca esattamente?

«È come se avvertissi una mutilazione. Un giorno mamma mi spiegò che i bambini si comprano al mercato. Cominciai a mettere da parte i soldi per avere un fratellino, e quando tornai da lei con un piccolo gruzzoletto mi spiegò che nel frattempo erano rincarati».

Com’era casa sua?

«Ci sono tornato anni fa e mi sono accorto di quanto fosse piccola. Un giorno i miei comprarono un divano di pelle che piazzarono nel tinello, ma rimase per sempre incellofanato, nel timore che si rovinasse. Credo che sia morto per soffocamento».

Era l’Italia del boom.

«Si compravano le cose a rate, e poi però era peccato godersele».

Che periferia era la sua Centocelle?

«Allora era un bel paesino attaccato a Roma, di casette basse, viali alberati».

Avvertiva un senso di inferiorità?

«Ambivo a partecipare alle feste di quelli del centro. Ogni tanto c’invitavano e quindi partivo con i miei amici. Ero l’unico che studiava, gli altri lavoravano già: c’era un elettrauto che chiamavamo Il Galleggiante, un meccanico detto lo Spinterogeno».

E lei?

«Io ero Agonia, per via di un certo tono esistenzialista».

E come andava?

«L’incontro non riusciva. Noi ci presentavamo tutti acchittati e loro indossavano jeans stracciati, maglioni slavati».

Erano mondi inconciliabili?

«La sorella di mio padre faceva la donna di servizio nelle case di ricchi. E certe domeniche, mentre i padroni erano al mare, ci portava a vederle: ci entravamo con lo stesso animo con cui si entra in un museo».

Essere un ragazzo di periferia è stata una molla decisiva?

«Penso di sì. Ma lo sono rimasto, anche adesso che abito questa casa in un quartiere residenziale di Roma. Sento che in qualche modo in centro non ci sono mai arrivato».

“Mille giorni di te e di me” è la sua canzone più bella?

«Probabilmente la meglio riuscita».

Cosa ha capito delle pene d’amore?

«Alla fine ti fanno sentire migliore».

Cioè?

«Avere sentimento, struggersi, è una forma di nobiltà che ti rende meno egoista».

Qual è il suo album migliore?

«Oltre».

Non “La vita è adesso”?

«Alla fine della registrazione a Londra me ne tornai a Roma e in macchina verso casa la riascoltai in cassetta. Dissi a Franco Novaro, che mi accompagnava: “Sarà un flop totale. Non c’è un ritornello, troppe parole. Non funzionerà”».

Invece “La vita è adesso” è l’album più venduto di sempre.

«Quattro milioni e mezzo di dischi. Partii subito per il tour e tutti le cantavano già».

Ma lei ha capito a cosa servono le canzoni?

«La loro forza sta nel potere di evocazione, di un ricordo, di un profumo, e di portarci da qualche parte».

Cosa ha capito invece degli italiani?

«Siamo anarchici mammoni. Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che si occupi di noi: il sindaco, il parroco, il presidente della Repubblica. Pulcini che cercano una chioccia».

Perché non fa più “O’ scià”, il festival di Lampedusa che doveva aprire i riflettori sul dramma dei migranti?

«È stato un grande successo, riuscì a far dialogare istituzioni e ong. Io andai anche al Parlamento europeo, e poi a Malta, dove inizialmente ci accolsero con freddezza. I politici, dopo un iniziale interesse, si sono eclissati».

Come ha vissuto le ultime tragedie come Cutro?

«Con dolore. Sull’accoglienza non si possono avere dubbi, e quando sento dire che se la sono cercata mi vengono i brividi».

La destra dice: ci deve pensare l’Europa.

«D’accordo, ma anche noi siamo l’Europa: tocca anche a noi».

Da uomo di sinistra la convince Schlein?

«L’ho incontrata brevemente da Fazio. Mi sembra una persona interessante. Ma sono perplesso sul riporre ogni speranza a un leader, l’abbiamo fatto con altri, in passato, e poi abbiamo visto che non ha funzionato».

È mai stato tentato dalle droghe?

«No, mi autodopo già di mio».

Ha ammesso che la depressione è stata “una fedele compagna di vita”.

«Ogni tanto torna. Adesso però è un buon momento».

Il dolore è un motore in un artista?

«È una componente essenziale, devi avere delle mancanze da riempire».

Pensa a quando arriverà la vecchiaia?

«Quella è già qui».

E la spaventa?

«Sì, ma l’alternativa è peggio».

di Concetto Vecchio pe Repubblica del 5 aprle 2023

 

The Godfather

The Godfather [Il Padrino] - Dietro questo nickname si cela il nostro fondatore e amministratore unico TONY ASSANTE, più grigio ma MAI domo. Il logo (lo chiedono in molti) è il simbolo dei FANS di Elvis Presley (Cercate il significato in rete).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Pulsante per tornare all'inizio