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Analisi di “Io non sono lì” by Luca Bertoloni

Analisi di “Io non sono lì”, un gioiellino che ci fa sperare in un grande album

Prima di iniziare l’analisi, una premessa: non si tratta di una vera e propria classica recensione, perché:

  1. non ho intenzione né di lodare, né di stroncare il brano;
  2. per distinguermi da quello che leggiamo sul web: dal 2013 (da ConVoi) siamo abituati, grazie al Web e ai Social, a fare letteralmente a “pezzi” i brani nuovi (non solo di Claudio), dividendoci innanzitutto in “Mi piace” e “non mi piace” (che molto spesso diventano, in breve: “lo amo” o “lo odio), senza strutturare il proprio pensiero in argomentazioni sensate che non siano faziose;
  3. non voglio che prevalga il criterio del gusto, che è troppo soggettivo, ma vorrei dare degli strumenti per comprendere meglio il brano. Dunque, ci provo.

Io non sono lì è il secondo singolo estratto da In questa storia, che è la mia, in uscita il 4 dicembre; il primo singolo, Gli anni più belli, risale ad un altro mondo, il mondo prima della pandemia, il mondo nel quale l’album sarebbe dovuto uscire, a cavallo (o circa) della tournée alle terme di Caracalla dal titolo Dodici Note. Un alto mondo, appunto, che questo 2020 ha portato via con sé dalla seconda metà del mese di febbraio. Dunque, arriva questo singolo: ammetto che non era quello che mi aspettavo. Per diverse ragioni.

In primis, perché mi aspettavo un brano coinvolgente, e questo brano non lo è affatto (si tratta di una scelta “strana” per Baglioni: i suoi singoli di album di inediti sono sempre stati volutamente molto coinvolgenti, e, dagli anni Ottanta, in particolare non parlavano mai d’amore – fatta eccezione per Niente più, che ha una storia molto diversa rappresentando una sorta di sequel di Questo piccolo grande amore). Poi, perché mi aspettavo qualcosa di simile agli ultimi anni, soprattutto nel testo, con ingredienti che tutti noi abbiamo imparato a conoscere (e, forse, neanche ad amare troppo): insistenza sulle stesse rime (mondo-fondo; belli-fratelli), paronomasie e giochi di parole fino all’estremo anche laddove non serve, tendenza all’iperbole a sfondo epico ed eroico (piccoli e grandi eroi, ricorsa di ruscelli, cuore di cervo, passaggio di stelle, e chi più ne ha più ne metta). No, non c’è niente di tutto questo nel testo.

Al contempo, nella musica c’è qualcosa di noto, anzi, di molto noto; di più: di familiare. In molti sicuramente hanno riconosciuto l’evoluzione armonica di Mille giorni di te e di me, che accompagna quasi tutta la strofa, oppure la chitarra di Al centro, nell’introduzione o nel finale; o, ancora, l’atmosfera sommessa di Quei due, de Gli anni della gioventù o di Va tutto bene, e gli immancabili (si fa per dire) archi alla Gianolio (con i bassi di terza che li accompagnano da sempre). Ma, per un’armonia e un arrangiamento noto, la melodia invece prende altre strade, soprattutto in un ritornello che tende a non salire, a non “esplodere mai”, come se attendessimo qualcosa che non arriva, andando contro ad una tendenza che coinvolge, credo, tutti i singoli di Claudio, senza esclusione di colpi. Qui l’acuto e la salita melodica, ad un certo punto, arrivano, ma arrivano solo nel finale, forse come virtuosismo, o, comunque, non per forza legati alla struttura e al senso del pezzo.

Un mix, potremmo dire, di sentito e….di nuovo? No. Di nuovo in questo brano non c’è nulla. Questo forse ha lasciato delusi molti fan. Però, c’è qualcosa di non abituale, almeno, non per il Claudio degli ultimi vent’anni. L’analisi, arrivata fino a questo momento, sembra essere impietosa. Ma…no. Non lo è. Anche perché non si analizza una canzone vedendo quanto c’è di nuovo (e, sulla base di questo, non è possibile esprimere nessun giudizio estetico o di qualità). La canzone è un’opera, che come tale va analizzata, capita e contestualizzata.

Andiamo un po’ più in profondità, e vediamo il testo: quelle parole che (a detta di molti, e anche mia) hanno fatto Baglioni un immenso autore, degno dell’Olimpo dei cantautori. A primo acchito, questo è un testo semplice, potremmo quasi definirlo anzi banale. Per molti, l’autore di Tamburi lontani o di Bolero non può scrivere di risvegli di donne alla mattina, di docce o di magliette sudate (anche se è l’autore della “maglietta fina”).

Eppure, leggendo più volte il testo (e ascoltando più volte il brano) ho avuto una sensazione: la sensazione che ci fosse dentro tanto Claudio del passato, anzi, tantissimo. Non è la prima volta che questo accade negli anni Duemila, ma qui mi sembra che sia diverso rispetto alle altre. Le rime in -ondo mi sembrano una risorsa linguistica utilizzata perché non se ne hanno delle altre (così come l’insistere sulle rime in -azza o in -elli, come se si cercassero le parole da un rimario); alcune citazioni (come idea/dea in L’ultima cosa che farò) mi sono sembrate forzate, anzi, decontestualizzate, quindi private del loro potenziale semantico. Qui, invece, le citazioni ci sono: sono tante, velate, nascoste, accennate, e mi sembrano tutte avere un senso, che ora cercherò di esporre. Andiamo però con ordine.

  1. La struttura della descrizione della giornata non è nuova: le prime due strofe descrivono il risveglio, esattamente come in Un nuovo giorno, un giorno nuovo; le altre due strofe descrivono invece il pomeriggio e la sera, proseguendo la giornata cantata ne La vita è adesso. Non cambia il punto di vista: è sempre Claudio che guarda. Ne La vita è adesso guardava, in praesentia, la vita di una città dall’alto. Qui, invece, in absentia guarda una donna da lontano.
  2. L’assenza. Non è nuovo Claudio a descrivere situazioni in bilico tra l’assenza e la presenza: Signora delle ore scure, Reginella, E noi due là, Quei due sono tutti brani giocati in bilico tra l’assenza e la presenza. Ne ho dimenticato uno, dove l’assenza si fa presenza nell’attimo di eterno: Mille giorni di te e di me.
  3. Mille giorni di te e di me. Non solo l’atmosfera musicale (anzi, tutta la struttura armonica delle strofe), ma è tutto il testo a ricalcare una situazione simile a quella della hit del 1990, anzi, a rappresentarne forse un sequel: forse è quella stessa “lei” che, dopo anni, non ha abbandonato la mente dell’io-narrante. Ha ripreso a fare la sua vita, ma nella mente dell’io è ancora lì, anche se lui non è lì. L’introspezione nell’io è la stessa della hit di Oltre: non sappiamo cosa pensa lei di tutto questo: siamo immersi soltanto nei pensieri dell’io, e in una serie di azioni che lui vede.
  4. Le citazioni. Sono tante, tantissime, e sul web in molti le hanno notate: la situazione (una donna che si specchia e che si «trova dimagrita», come la vecchia ragazza di campagna); il risveglio cittadino (da Un nuovo giorno, un giorno nuovo); il (quasi) voyeurismo dello sguardo di un lui che guarda una lei nella sua vita privata, mentre lui è assente (da Giorni di neve, Chissà se mi pensi e perfino Nudo di donna), associato ad una narrazione sincrona, azione per azione, ed altre ancora che ci si può divertire a scoprire.

La costruzione sintattica, pur nella sua semplicità, è molto sapiente. Si può notare il climax verbale dei ritornelli, dettato dall’uso dei tempi verbali: eri – fosti – sarai: passato prossimo, remoto e futuro semplice. Il presente viene utilizzato solo per descrivere le azioni della donna (o, eccezionalmente, dell’uomo: «io mi vedo» / «io non sono lì» / «io ti penso») e mai per le azioni dell’uomo e della donna insieme. Le strofe sono rette dall’anafora Chi lo sa se, come Claudio non faceva da tempo, dagli anni Ottanta (fatta eccezione per qualche ritornello, come Tutti qui e Con voi), che in canzone diventa una sorta di verso puntello (alla maniera del Ligabue di Ho perso le parole) che offre semplicità sintattica e spontaneità al brano, che ne giova dal punto di vista della forma (di contro ad un ormai abusato uso delle figure retoriche che avevano reso molti brani dell’ultimo periodo posticci e addirittura pesanti).

Nei ritornelli ritornano le abusate immagini naturali, ma questa volta sono dosate e misurate all’interno del contesto (a differenza per esempio del loro abuso degli anni Duemila, si pensi a Niente più o a L’ultima cosa che farò), poiché sono associate alla contrapposizione tra due stagioni (estate e inverno), di cui si colgono aspetti al contempo sia positivi che negativi (l’aurora in estate è fonte positiva, il temporale negativa). La contrapposizione tra le due stagioni si lega al vero protagonista del brano, oltre alla donna ritratta: il tempo. Sì, perché questo in realtà non è un brano d’amore come quelli degli anni Settanta o degli Ottanta, ma è un trattato sul tempo, o, meglio, sulla relazione che esiste tra l’amore e il tempo. La descrizione delle azioni della donna è soltanto un pretesto, che sul finale lascia spazio all’amara verità: il tempo appassisce l’amore. A salvare l’amore sono, ancora una volta, le parole e le note. Claudio, con questo brano, ci insegna che la musica non gli è servita solo a «combattere il tempo», ma anche a vivere l’amore. Ecco allora spiegato quel congiuntivo, così grammaticalmente corretto ma al contempo così forte, che conclude ogni ritornello: è come se lui fosse lì, in un fermo immagine (Fammi andar via) questa volta non creato da fotografie che fermano il tempo, mentre la storia si è esaurita (Fotografie), ma dalle parole e dalle note, che fermano il tempo, lo congelano, e fanno in modo che possa essere vissuto, anche in assenza.

Potrebbe essere banale, ma questa canzone assume una maggior contestualizzazione nel periodo della pandemia, dove in molti hanno cercato di dare un significato all’assenza, dove un’intera società (e tutto il mondo) si è interrogato su quando il digitale possa sostituire la presenza fisica in diversi aspetti della nostra vita.

Claudio, dunque, non ci ha detto niente di nuovo in questo brano, e non ha neanche fatto niente di nuovo (né musicalmente, né verbalmente). Ma la canzone ha un senso, è curata nei dettagli e si contestualizza perfettamente all’interno della sua poetica, scegliendo la strada della sincerità e dell’autenticità contro quella della retorica fine a sé stessa e manierista.

Credo che questo risultato sia non solo riuscito, ma anche encomiabile. Qualche traccia si era già vista anche neGli anni più belli, anche se lì la strada era decisamente quella della retorica manierista. Qui si prende invece una strada più indirizzata verso la semplicità e l’autenticità. Non sappiamo se questa sarà la direzione di In questa storia, che è la mia, ma possiamo a questo punto immaginare un concept a tema “storico”, in cui Claudio racconta la sua storia. Una sorta di racconto “reale”, da adulto-anziano, sulla sua vita, magari una specie di bilancio, dopo che ha riflettuto su presente-passato-futuro nella trilogia.

Magari non sarà così, ma i primi indizi ci portano a riflettere in questa direzione. E, chissà che davvero Claudio ci stupisca. Ci aspettavamo un nuovo Oltre? Non potrà esserlo, e non lo sarà.

Anzi, aggiungo: non deve esserlo. Un disco in cui rivede la sua storia, dalla prospettiva della sua età attuale: questo potrebbe esserlo, e, se così fosse, sarebbe qualcosa di davvero notevole, anche per il signor Claudio Baglioni.

Dunque, ora, aspettiamo il 4 dicembre!

Luca Bertoloni

Luca Bertoloni

Nato a Pavia nel 1987, professore di Lettere presso le scuole medie e superiori, maestro di scuola materna di musica e teatro e educatore presso gli oratori; svolge attività di ricerca scientifica in ambito linguistico, sociolinguistico, semiotico e mediologico; suona nel gruppo pop pavese Fuori Target, per cui scrive i brani e cura gli arrangiamenti, e coordina sempre a Pavia la compagnia teatrale amatoriale I Balabiut; è inoltre volontario presso l’oratorio Santa Maria di Caravaggio (Pv), dove svolge diverse attività che spaziano dal coro all’animazione.

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5 commenti

  1. Ho letto con attenzione la tua recensione. Io non posso basarmi sul tuo grado di cultura e di capacità descrittiva, ma solo sulla mia capacità d’ascolto dovuto a 40 anni di venerazione musicale verso Claudio. Io francamente posso capire una recensione positiva di un pezzo musicale che si ascolta forse anche abbastanza volentieri. Ma detto questo io non posso però condividere parole positive su un testo che non è nemmeno lontano parente di ciò che siamo stati abituati ad ascoltare da lui. Va bene il tentativo di tornare a cantare l’amore, ma…..
    “io non sono li
    li dove eri tu
    quando un’aurora ci stupì
    in quel temporale che un’estate ci ammattì
    dentro un bacio eterno che il cuore ci stordì
    tra i desideri e giuramenti che il mondo non udì
    mi sento come se io fossi lì”

    non riesco a credere che nemmeno l’autore della recensione possa pensarlo. Io comprendo, come ho già scritto in altri post, che una carriera dopo 50 anni non possa più dare fisiologicamente nulla di nuovo. Ma accade a Claudio come succede a tutti i grandi della musica italiana. L’unico che riesce a rigenerarsi è forse Vasco, anche se non per propri e veri meriti musicali. Per il resto, da Venditti a De Gregori, passando per Zero e Zucchero, nessuno ha più scritto nulla di memorabile, da 20 anni a questa parte. Ma è perfettamente normale. Questo pezzo di Claudio rientra tra quelli che fanno l’occhiolino melodico al suo pubblico. Ma non posso giudicare l’autore di testi come “Tutto il calcio minuto per minuto” o “Le ragazze dell’est” per citarne due a caso, per “e il nostro amore che appassì con le parole con le note che poi il tempo ammutolì”.
    Mio modesto parere ovviamente. Per il resto spero di essere alle Terme di Caracalla il prossimo anno per applaudirlo come sempre.

  2. Mi sento di aggiungere questa mia riflessione
    Claudio con questa ultima creazione mi ha stupito per la sua estrema semplicità
    Però ascoltantandola più volte sono riuscita percepire e confermare quell’emozione profonda che prevale nel suo senso di vita
    Che sia l’inizio di un nuovo cammino insieme
    Grazie sempre

  3. “…Claudio, dunque, non ci ha detto niente di nuovo in questo brano, e non ha neanche fatto niente di nuovo….”

    Ho citato questo tuo periodo per sintetizzare per me almeno, anche raccogliendo altrui impressioni, fuori dalle truppe scelte dei Clabber per intenderci, l’approccio a questo nuovo lavoro, preludio dell’uscita ormai imminente dell’intero album.

    Quindi non una bocciatura all’ascolto del singolo, (Claudio rimane sempre il nostro grande Mago), però è difficile da spiegare, senza cadere nel fraintendimento, non è ancora quello che vorremmo ascoltare da chi ha forgiato, capolavori di testo e musica degli anni passati.
    Anche quel ripetersi grammaticale, Io….Io…Io… (…sono qui, …non sono più lì… ) come imbrigliato nel suo stesso personaggio, grande persona artisticamente. Sono certo che con l’ascolto degli altri pezzi, possa decollare e raggiungere quelle vette a cui ci ha abituati. Musicalmente è gia stato detto, richiama in alcune armonie qualcosa di già sperimentato, ascoltato, metabolizzato.
    Ecco almeno questa è la mia e non solo mia, sensazione a pochi giorni dalla pubblicazione nuova.

  4. Filologica, acuta, perfetta nel cogliere l’essenza della Traccia artistica di Baglioni: analisi notevole.

  5. Concordo con la tua analisi molto professionale e tecnica, ma Baglioni in questo testo manca, a mio avviso,
    di quell’emotività che era propria della canzone al primo ascolto . Il ricorso al passato con nostalgia, sembra il suo unico tema. Lontano dalla vita è adesso, sempre proteso con lo sguardo all’indietro, si rischia di cadere. Sono sua sostenitrice da più di 45 anni e lo apprezzo ancora molto, ma ritengo che oggi sarebbe un ottimo scrittore, perchè conosce e utilizza la lingua italiana in modo eclettico e sublime e forse potrebbe regalaci stupende ed emozionanti pagine tanto quanto le sue canzoni più belle!

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